Che fine ha fatto la campagna elettorale?

Sabino Paparella
di Sabino Paparella
Politica, Esperia, Elezioni Amministrative 2017
08 maggio 2017
Photo Credits: Lisa Fioriello

Che fine ha fatto la campagna elettorale?

Sulla penuria di contenuti in questa prima fase di propaganda

Persino illudersi è diventata un’illusione.

Eravamo abituati – “un tempo”, verrebbe da dire – a vivere l’atteggiamento critico verso le campagne elettorali in senso “contenitivo”: passando al setaccio le mirabolanti promesse della propaganda, soppesandole, provando a distinguere il minimo concreto, degno di fiducia, dalla fuffa pubblicitaria. Eravamo abituati, nelle settimane precedenti un voto, a farci largo con l’accetta in una selva di parole, incontri, piattaforme, programmi, strategie, piani, protocolli, carte d’intenti, liste di priorità, annunci profetici. Gli osservatori più cinici ed esigenti si esercitavano a calcolare l’algoritmo che avrebbe consentito di sapere quale minima percentuale delle promesse elettorali si sarebbe tradotta in realtà negli anni seguenti.

Tempi d’oro, verrebbe da dire. Perché, a quanto pare, anche il cinismo, il disfattismo, sono un lusso che la politica in versione austerity non può concedere. Non ci meritiamo più neanche di essere presi in giro.

È la riflessione che suggerirebbe questa partenza fiacca della campagna per le amministrative 2017. “Partita” solo sulla carta, sui giornali, sui social network, su qualche manifesto. Perché per il resto, ad un mese dalla scelta del nuovo Sindaco, nulla è ancora dato sapere delle idee, dei progetti, delle visioni di città che i candidati in campo e i loro sostenitori contano di rappresentare.

Fanno eccezione solo due realtà: in primo luogo il Movimento 5 Stelle, che – dovendo peraltro recuperare un gap di visibilità rispetto a forze già note alla politica locale – da settimane si attiva per confrontarsi con i cittadini sulle tematiche amministrative, ed ha organizzato finora l’unico vero comizio in piazza con Alessandro Di Battista; in secondo luogo, Città Democratica – sostanzialmente l’unica realtà politica e non meramente elettorale rimasta nel portafoglio di Michele Abbaticchio – che con un forum sul terzo settore ed uno, imminente, sull’Europa della “generazione Erasmus” ha avviato la fase di “fioritura” della sua campagna di progettazione amministrativa.

Tutto il resto del mondo tace. Anzi, non tace, strepita con comunicati stampa e post sui social network, senza però produrre uno straccio di discussione pubblica e partecipata intorno ai compiti che da fine Giugno assilleranno i nuovi inquilini di Palazzo Gentile. Un vuoto, questo, prevedibile nel caso degli innumerevoli “giocattoli elettorali” che, giorno per giorno, continuano ad aggiungersi alla coalizione Abbaticchio; ma decisamente più sconcertante nel caso di quei partiti politici – di destra, ma soprattutto del sedicente “vero centrosinistra” – che rispetto a quei giocattoli non perdono occasione per marcare la propria differenza di rango.

Tra campagne interne per le Primarie e polemiche al veleno contro l’avversario di turno, il tempo per articolare e comunicare una visione politica di città è evidentemente mancato. In effetti, ancora in queste ore, tutti i capi tribù della politica bitontina sono assorbiti dall’urgenza di “chiudere le liste” – compito ancor più complesso quest’anno, con l’incremento richiesto dalla parità di genere. È verosimile credere che, una volta chiusi i conti con nomi e pallottolieri, qualche sillaba di vera politica verrà pronunciata. 

Questa stessa tempistica, però, è sintomatica di un problema: se le idee, ammesso che vengano, vengono sempre “dopo”, dopo che l’allestimento della vera macchina per il consenso – i nomi che “portano voti” – è terminato, allora quale spazio ci si può aspettare che ad esse sia riservato nella politica che ne discenderà? 

Anziché ispirare uomini attraverso idee e valori, le “forze politiche” – forse sarebbe meglio dire “debolezze politiche” – nostrane, appiccicano idee farlocche ad organigrammi già pronti, a liste di nomi già-supposte-avere un determinato consenso numerico. Ed è perciò naturale che, una volta assicurato il consenso attraverso i “portatori di voti”, caratterizzare una lista, un partito, un gruppo con determinati contenuti e priorità amministrative e politiche diventi un’operazione meramente ornamentale, decorativa – pertanto inutile e in fin dei conti trascurabile. Se tanto l’11 Giugno lo zelante e belante elettorato bitontino voterà in base a conoscenze, famiglie, cordate, confraternite e parentele, perché affannarsi a produrre contenuti e pianificare percorsi di crescita per la città?

Fra poche ore, a liste chiuse, una tempesta di slogan, volti, santini e manifesti si abbatterà prevedibilmente su Bitonto. In quei giorni, il ricordo della triste quiete di queste ore, prima della tempesta, dovrebbe tornare ad assillarci ed inquietarci. Interpretare i silenzi è oggi il primo dovere per dirsi cittadini responsabili.