C’eravamo tanto a(r)mati

Sabino Paparella
di Sabino Paparella
Politica, Esperia, Elezioni Amministrative 2017
04 maggio 2017
Photo Credits: Pierfrancesco Uva

C’eravamo tanto a(r)mati

La commedia interna al centrosinistra bitontino, nelle strategie di comunicazione

Il futuro è passato

e non ce ne siamo nemmeno accorti.

Gianni (V. Gassman) in C’eravamo tanto amati (E. Scola 1974)

 

Pronti, via. Il taglio del nastro ufficiale, a pochi giorni di distanza, dei due comitati elettorali dei candidati sindaco Abbaticchio e Sannicandro, ha segnato la scorsa settimana il vero avvio della campagna elettorale “guerreggiata” nel centrosinistra bitontino. Luoghi, parole, grafica, prossemica: tutti i dettagli in cui si concretizza la differenza fra i due eventi di inaugurazione possono essere assunti come indicatori delle rispettive – e correlate – strategie elettorali. 

È questo infatti il primo punto da sottolineare: le scelte di comunicazione elettorale di Abbaticchio e Sannicandro sono parse, sin dalla tempistica, strettamente collegate. I due fanno propaganda guardandosi – e se serve, attaccandosi – a vicenda. È una campagna elettorale sulla contesa fra le due anime del centrosinistra bitontino, quella che hanno impostato. Con un convitato di pietra speciale: il candidato del M5S Ciminiello, sulla carta il vero ago della bilancia di queste consultazioni, sottovalutato (si pensi alla piazza del Primo Maggio con Alessandro Di Battista), che i due per il momento pensano di neutralizzare ignorandolo. Un’analisi rapida delle parole d’ordine usate da Abbaticchio e Sannicandro conferma che è sul loro asse bipolare che essi pensano di dover giocare la partita: allo slogan abbaticchiano “Sempre dalla stessa parte. La vostra!” – evidente riferimento polemico alla scelta di Sannicandro di cambiare casacca in extremis – ha risposto da parte di quest’ultimo la rivendicazione di rappresentare il “vero centrosinistra”, nonché di un modello organizzativo interno – quello rappresentato dalla “bottega” – paritario, dove non ci sarebbe l’odiatissimo “uomo-solo-al-comando”. 

Gli appassionati di serie tv non potranno fare a meno, qui, di notare l’analogia con gli archetipi politici messi in scena magistralmente da Gomorra, specie nel passaggio dalla prima alla seconda stagione: da una parte, il modello leaderistico impersonato da don Pietro Savastano, che intende assicurare la “pace” e l’interesse comune sottomettendo i boss minori, accentrando su di sé tutto il potere, incapace di delegare responsabilità perfino a suo figlio; dall’altra, la secessione di Ciro Di Marzio, il “traditore” amorale, che si rivolta contro il suo passato e la sua parte, ma promette una nuova organizzazione – “la democrazia” – in cui “siamo tutti uguali” e “ognuno è padrone a casa sua”, secondo una perfetta lottizzazione di poteri e competenze. Come nelle figure cinematografiche della camorra di Scampia, il centrosinistra bitontino è conteso da due promesse – diverse ma ugualmente fragili – di gestione del “bene” comune.

Il tema del “tradimento” – verso gli amici, i valori, la gente – è, a dispetto della nonchalance ostentata da Abbaticchio e Sannicandro, la vera chiave di volta del loro confronto. Implicita e sottotraccia, perché – al netto degli annunci-sfida di entrambi – il promesso chiarimento pubblico tra i due non è ancora neanche in agenda (clicca qui, clicca qui). Chi ha tradito chi? Quando? Perché? E come è possibile scoprirsi, da un giorno all’altro, diversi, avversari di chi si considerava proprio alleato?

Un’altra suggestione cinematografica soccorre l’analisi a questo proposito: la vetta della commedia all’italiana C’eravamo tanto amati.

Ritratto del fallimento di una (de)generazione di belle speranze, quella cresciuta nei valori della Resistenza, il capolavoro del ’74 di Scola viene spesso considerato un canto di nostalgia, una messinscena del rimpianto per una purezza di ideali comuni perduta sotto i colpi dell’individualismo della contraddittoria società del benessere. Il tempo che passa corromperebbe l’anima dei protagonisti: si cambia, e cambiando si peggiora.

Si tratta di una lettura banale. Essa non tiene conto del vero motivo di originalità del film: l’insinuazione del sospetto che quella stessa purezza originaria non sia, in realtà, che una mera illusione. Gianni – nel film “il traditore”, colui che è sceso a compromessi morali per inseguire l’ambizione, il carrierismo, il denaro – è davvero un fallito maggiore dell’idealista (Nicola) che, fermo nella fede incrollabile per “i valori” di gioventù, rinuncia a costruirsi un progetto di vita? È peggiore di Luciana – nel film, l’oggetto del desiderio – che delude lo stesso Gianni rivelandogli, alla fine, di non essere per nulla rimasta fedele al loro amore di gioventù?

È allora, paradossalmente, proprio la trappola del passato idealizzato, il vero motivo di interesse di C’eravamo tanto amati. E ciò che rende quella pellicola una piccola filosofia anche per la contesa elettorale bitontina. Essa dice che, spesso, la purezza dell’unità perduta può trasformarsi in un feticcio che asservisce e imprigiona il tempo. Ci si incammina verso il futuro condizionati dal fardello di un passato idealizzato, che esiste solo nella mente.

L’unità è, come ogni origine, un mito costruito retroattivamente – come mostra plasticamente la scena iniziale del film: il flashback, che solo a posteriori può rendere presente l’esperienza della solidarietà partigiana che ha messo insieme i tre protagonisti. Così, coesione tra Abbaticchio e Sannicandro non c’è perché non c’è stata mai, così come non c’è, oggi, tra il Sindaco uscente e le sue frattaglie di civismo e trasformismo – da una parte – e tra Sannicandro e i suoi padroncini della politica – dall’altra. L’unità tra molti è sempre una finzione. La coerenza dell’insieme, quanto mai in politica, è un incidente necessario. In realtà, C’eravamo sempre a(r)mati!

Questo non significa, banalmente, che in politica è tutto finto, che ogni “matrimonio” è un matrimonio di convenienza, che c’è spazio solo per cinici approfittatori. Non dev’essere morale qui il giudizio su Abbaticchio e Sannicandro.

Si tratta piuttosto di rendere cinico, critico, lo sguardo sulla politica nostrana. Di rinunciare all’ingenuo mito della purezza, per poter vigilare senza pre-concetti su come le finzioni politiche si vanno costruendo, da una parte come dall’altra. Perché, al di là dei “valori” traditi, le parti comunque non sono uguali. Alla fine del film, Gianni è un ricco professionista, ed è diverso da Nicola e Antonio, ancora alle prese con le difficoltà della vita proletaria. Quella differenza già da sempre presente, ma rimossa dal flashback dell’uguaglianza partigiana, è ora concretizzata, marcata, vissuta. Sannicandro e Abbaticchio non sono uguali; e pensare che un tempo lo siano stati – e chiedersi perché e come in un certo momento abbiano smesso di esserlo – distoglie l’attenzione dall’unica cosa che conta: la loro differenza presente.

Occorre difendere questa differenza. Bisogna resistere alla tentazione del “sono tutti uguali”. È questa l’unica finzione pericolosa. Dopotutto, nel film, le uniche scene di vera unità e uguaglianza tra Gianni, Antonio e Nicola sono quelle che si svolgono intorno alla tavola di una trattoria, “Dal re della mezza porzione”. È questo l’unico momento in cui possono svanire le differenze, anche in politica: quando c’è da mangiare e da porzionare. E la porzione, guarda caso, anche in politica è spesso “mezza” – l’altra metà finisce a non-si-sa-mai-chi. Bisognerebbe evitarle, allora, le tavole imbandite dell’unità. C’eravamo tanto a(r)mati – e, purché il duello sia risolutivo, va bene così.

 

In copertina vignetta di Pierfrancesco Uva