Non è un paese per 'puri di cuore'

Sabino Paparella
di Sabino Paparella
Politica, Esperia, Elezioni Amministrative 2017
24 aprile 2017
Photo Credits: Città Democratica

Non è un paese per 'puri di cuore'

Un Esperia dedicato alla campagna elettorale che ci piace. E che ci meritiamo

Dicono che la “gente” sia stanca della politica autoreferenziale, che pensa al consenso e non a migliorare la realtà. Dicono che la “gente” sia stanca delle campagne elettorali tutte uguali, fatte di parole vane e di personaggi in cerca di visibilità e guadagno privato – quel modello, per intenderci, che una figura di spicco di una nota azienda bitontina, qualche giorno fa, ha ammesso candidamente di aver adottato candidandosi a Sindaco nel 2008. Dicono che la “gente” alla politica chieda novità, idee, confronto, partecipazione. Dicono. 

Non si direbbe che abiti a Bitonto questa fantomatica “gente”, a giudicare dalla prima iniziativa pubblica della campagna per le amministrative 2017, organizzata da Città Democratica venerdì e sabato scorsi. Non un comizio. Non una passerella. Non un’assemblea di piazza. Un incontro a tema – volontariato e terzo settore – per apprendere e condividere idee e strategie amministrative con un esperto esterno di caratura nazionale, il Presidente del Centro Nazionale per il Volontariato Edo Patriarca – peraltro, deputato del Partito Democratico, teoricamente avversario di CD in città. Una scelta atipica, quella di Città Democratica; una scelta che – indipendentemente dal giudizio su questa realtà civica, alla quale noi stessi non abbiamo risparmiato critiche – si colloca oggettivamente fuori dagli schemi tradizionali della propaganda elettorale – quelli, appunto, di cui tutti dicono di avere piene le tasche. 

Eppure, quanti operatori, cittadini, portatori di interessi si sono presentati all’iniziativa di CD? Poche decine. No, non poche centinaia. Decine, in una città che – dicono – ha un altissimo tasso di impegno in attività di volontariato, associazioni, cooperative, confraternite e sodalizi vari. 

Un flop della comunicazione? Loffie tecniche di fidelizzazione? Un “bottino” magro, in effetti, per la lista che (non senza presunzione) si vorrebbe “leader” morale della coalizione Abbaticchio. Che Città Democratica pecchi spesso in concretezza, è il segreto di Pulcinella. Ma basta questo per spiegare l’astensione del terzo settore bitontino?

Dov’era tutta la “gente” perbene del volontariato bitontino, venerdì e sabato? Dov’erano presidenti, soci e lavoratori delle benemerite cooperative che si fanno carico del disagio, della malattia, della solitudine, della povertà, dell’emarginazione, dell’integrazione in questa città? Dov’erano le orde di giovani operatori che con spirito di gratuità vivono la quotidianità dell’impegno di prossimità? Dov’erano gli impeccabili scout in uniforme, così attenti a rivendicare orgogliosamente il “nodo” della Buona Azione nel proprio fazzolettone? Dov’erano i pii e instancabili operatori parrocchiali, spesso costretti a confessarsi invisibili cirenei che sopperiscono alle mancanze assistenziali delle istituzioni? Dov’erano i volontari delle associazioni di soccorso, croce rossa e protezione civile, sempre risentiti perché la gente non si ricorda di loro? Dov’erano i responsabili delle sezioni caritas e delle mense per i poveri? Dov’erano i gruppi ambientalisti, altermondisti, per i diritti civili e le parità di genere? Dov’erano coloro che si lacerano le vesti per il “problema” dell’immigrazione e dei centri di accoglienza, invocando risposte non più emergenziali ma “di sistema”? Dov’erano lavoratori e rappresentanti sindacali dell’Azienda di Servizi alla Persona, che giustamente rivendicano i propri diritti contrattuali ricordando l’importanza della propria attività?

Si risponde: non potevano esserci. Non dovevano esserci. Non sarebbe stato opportuno, perché quella era un’iniziativa elettorale. E lo si dice – “i n i z i a t i v a  e l e t t o r a l e” – come se ci si stesse preparando ad invocare un esorcismo. Come se il demonio in persona avesse il vezzo di palesarsi, in forma di deputato Pd, tra quelle mura. E non lo sono, in fondo, un po’ diabolici, questi cividemocratici perbene, che al netto di tante belle parole, come tutti, cercano consenso, raccolgono voti? Domanda sacrosanta, certo. Non ci sono santi da nessuna parte. Il punto, però, è che in politica i santi non servono a niente, né le anime belle. La rivoluzione – diceva Mao – non è un pranzo di gala. In politica, servono i politici. E i politici in democrazia si eleggono con il consenso, con i voti. C’è poco da fare gli schizzinosi.

La sfida è, piuttosto, quella di costruire una corrispondenza sensata tra la raccolta del consenso e la produzione di idee e prassi amministrative. Non è in fondo proprio lo scollamento tra le elezioni e la “buona politica attiva” che la “gente” – dicono – lamenta ad ogni piè sospinto? E non era allora quella di venerdì e sabato un’occasione ideale per pretendere – eventualmente anche contestandone la mancanza agli organizzatori! – questa ricucitura tra politica e vita, tra campagna elettorale e idee? Non è questo il tipo di iniziative in cui gli stakeholder del terzo settore dovrebbero fare la voce grossa e pretendere degli impegni precisi e puntuali da chi si candida a governare la cosa pubblica, per poi non doversi ritrovare a mendicare tristemente attenzione, “con il cappello in mano”, da Palazzo Gentile, a giochi fatti, come tutti costoro puntualmente lamentano con ogni Amministrazione Comunale?

Disertare questo tipo di forum, per paura di essere additati come elettori di X o Y, per paura di giocare ingenuamente al gioco della visibilità di X o Y, non è forse il modo peggiore per dimostrarsi precisamente schiavi di questa stessa logica, fatta di piccinerie provinciali e pettegolezzi social? Farsi schiavi da sé per non rischiare di passare per servi di qualcun altro: è davvero questa tutta la libertà intellettuale che i bitontini possono permettersi?

Forse, semplicemente, questo non è un paese per “puri di cuore”. L’appello alla “buona politica” delle idee e della partecipazione, forse, è solo l’ennesimo alibi – il più ipocrita, perché il più velleitario – per potersi lamentare di come tutto vada a rotoli, di come “i politici, alla fine, sono tutti uguali”. Assistere da spettatori cinici e disincantati al presunto ludibrio della città è, in fondo, uno degli sport preferiti dei bitontini. È facile. È comodo. È perfino rassicurante. “Guardare” la politica come un gregge, il capo volto all’insù, ai piedi del palco di un comizio. Farsi travolgere dal vomito di parole del “grande nome” di turno – quello visto alla tivvù – per poi dirsene schifati tornando a casa alla spicciolata. È questa la campagna elettorale che ci piace. Brutta e cattiva. E non possiamo dire di non meritarla.