La fiera di San Leone. Una pagina di storia e cultura di Bitonto

Filippo Lovascio
di Filippo Lovascio
Cultura e Spettacoli, Inchieste
05 aprile 2017

La fiera di San Leone. Una pagina di storia e cultura di Bitonto

Si ha notizia della manifestazione sin dal 1197. Un tempo durava otto giorni

“E con donno Gianni insieme n'andò alla fiera di Bitonto”. Questa citazione del Decameron di Boccaccio, cara a noi bitontini, racconta un po’ della storia e della vita della nostra città, che, anche se centro non esteso all’interno del trecentesco Regno di Napoli, è citata pure da uno dei grandi della nostra letteratura. La fiera in questione è quella di San Leone, che quest’anno, come da tradizione, si terrà il prossimo 6 aprile, dalle ore 7 alle 14, per le strade che solitamente ospitano il mercato settimanale. 

La storia della manifestazione affonda le radici in un mondo assai lontano nel tempo e nella mentalità da quello frenetico e superconnesso della contemporaneità. La fiera di San Leone si inserisce in una cultura economica ben precisa. Siamo nel XII secolo, quando le grandi fiere francesi iniziarono a indebolirsi e il mercato e commercio italiano iniziava lentamente a riemergere dall’epoca di immobilismo dei secoli precedenti all’anno mille. Nel Regno di Napoli si venne a creare, forte di una sistema di comunicazione marittimo importante, un grande sistema fieristico, in cui i mercanti, locali o non, potevano vendere le loro merci lungo una serie di eventi, circa 230. Le date di queste fiere erano coincidenti in modo da non sovrapporsi e consentire una concreta e stabile possibilità ai mercanti, soprattutto se stranieri, di riuscire a commerciare con facilità. Oltre ai centri maggiori, dislocati nelle vicinanze delle grandi vie di comunicazione terrestre e vicino ai porti, i mercanti approfittavano anche delle fiere dei centri minori, come ad esempio la nostra città.

A Bitonto c’erano ben cinque fiere che si susseguivano nell’arco dell’anno, ma, oltre a quella di San Bartolomeo, che si celebrava tra agosto e settembre e che sopravvisse fino all’Ottocento, quella di San Leone era certo la più frequentata e importante. Se ne ha notizia per la prima volta in un documento del 1197, che si riferisce a questa antica consuetudine dei monaci benedettini del Monastero di San Leone di organizzare annualmente una fiera. Dopo anni di silenzio, la fiera rispunta in una lettera dell’abate del Monastero bitontino a Carlo II d’Angiò, una supplica per chiedere un intervento del re contro i baiuli, suoi funzionari delle provincie, perché permettessero lo svolgimento della fiera secondo le esenzioni e le agevolazioni già accordate in passato.

Infatti le fiere, seppure fossero ben caldeggiate dai sovrani come momenti di vivacizzazione delle economie cittadine del regno, erano gravate, soprattutto per i mercanti, da gravose imposte, l’unica fonte di guadagno per questi funzionari regi e signorotti locali. E nonostante i vari sovrani, più volte nel corso del tempo, avessero concesso diverse esenzioni e agevolazioni ai frequentatori di queste fiere, anche quella bitontina, spesso in realtà questi dettami non venivano rispettati e i commercianti erano obbligati a pagare dazi, pedaggi e affitti, contro cui i monaci tanto protestavano.

La fiera era un momento di grande festa per la città, durante la quale i commercianti locali non potevano vendere nelle proprie botteghe, ma solo all’interno del mercato, a cui fu poi imposto di partecipare. Essa si svolgeva in uno spazio al di fuori delle mura cittadine, a causa del gran numero di partecipanti che vi affluivano. Era un campo di un miglio circa di perimetro, che aveva, nelle strette vicinanze del Monastero, da cui poco distava, strutture per i mercanti con le merci più raffinate, oltre che a strutture di servizio affittate dal monastero, tra cui numerose stalle per gli animali. Alcuni mercanti, soprattutto chi aveva merce che poteva facilmente trasportare, si posizionava invece sotto una serie di arcate vicine alle porte della città. La fiera di San Leone durava otto giorni, a partire dall’11 aprile, giorno della festa liturgica del santo papa prima del 1971, oppure nel lunedì successivo alla domenica di Pasqua quando questa cadeva dopo l’11.

Nell’organizzazione della fiera c’erano due figure molto importanti, il mastro giurato, che ispezionava di notte l’area della fiera, e il mastro mercato, anche lui incaricato di assicurare la pace in fiera, controllando identità e provenienza dei mercanti e allontanando chi proveniva da città colpite dalla peste. Tuttavia le loro funzioni vennero rilevate dai monaci, i cui ufficiali avevano il compito di sigillare i pesi e le misure, amministrando anche la giustizia, seppure contro la volontà del governo cittadino. La cerimonia di investitura della fiera era assai sfarzosa e comprendeva un lungo corteo di nobili che portava dal centro antico lo stendardo della città, che veniva accolto dall’abate e dai monaci nella badia. Da quel momento la fiera entrava nel vivo. 

I mercanti arrivati al Monastero si rivolgevano all’abate o a suoi delegati per ottenere l’affitto di una struttura, un banco o una bottega nella fiera per poter svolgere i propri affari. Dopo aver controllato i pesi e le misure, prendevano alloggio presso privati cittadini che avevano stanze libere o all’interno degli spazi dedicati al commercio, che avevano un vano per la notte. I mercanti erano organizzati in gruppi, dunque fiorentini, veneti, milanesi, ebrei e locali occupavano zone distinte. 

Le notizie più consistenti sulla fiera le abbiamo da documenti notarili del XV secolo, ma molto dell’archivio del Monastero è andato perduto nel tempo. Di quel periodo si sono conservati ben 224 contratti, che testimoniano il vivissimo centro che Bitonto diventava durante i giorni della fiera. Nel tempo però, soprattutto durante il Seicento, essa si ridimensionò, soprattutto a causa della perdita d’influenza di Venezia nell’Adriatico, forza assai importante per i commerci pugliesi. Da questo momento iniziò un forte declino, che portò i monaci ad affittare o a vendere il terreno della fiera e le sue costruzioni. Grande colpo fu anche il forte no dei commercianti bitontini all’obbligo di essere presenti, avvertito dagli olivetani del Monastero. 

Quando poi all’inizio dell’Ottocento gli istituti religiosi furono sciolti nel Mezzogiorno, l’organizzazione e la giurisdizione della fiera passò completamente nelle mani dell’autorità municipale. Nel tempo però essa perse sempre più notorietà e spazio nello scenario pugliese, fino a ridursi a un esigua vendita di animali e altre merci presso la Porta Robustina. Infatti i commercianti preferivano le fiere più grandi e più note dei centri maggiori pugliesi. 

Nonostante assai più piccola rispetto al passato, la fiera di San Leone, rappresenta una pagina della tradizione e cultura storia della nostra città irrinunciabile e fondamentale, ieri come oggi.