Contro la trasparenza

Sabino Paparella
di Sabino Paparella
Politica, Esperia, Elezioni Amministrative 2017
10 aprile 2017

Contro la trasparenza

Lo sciame dei Mikers e la psicopolitica grillina

Il like è l’amen digitale.

Byung-Chul Han

 

Il decadimento del linguaggio politico, verificatosi con l’esplosione del fenomeno comunicativo dei social media, è sotto gli occhi di tutti. Dal grande al piccolo, dagli scenari di geopolitica globale sino alle schermaglie elettorali della “piccola” politica bitontina, il segno dei tempi è evidente.

Si rischia tuttavia di fare un torto all’analisi del fenomeno, considerandolo come una mera distorsione, un “cattivo uso” di uno “strumento buono”. Esistono, invece, delle caratteristiche strutturali in grado di spiegare in che modo la natura stessa della comunicazione digitale, metafora di quella disintermediazione sociale di cui abbiamo già scritto in più occasioni (ad esempio: "Il rinculo di McLuhan"; "Il clone del Sindaco a portata di mano"; "Cogito ergo je suis"; "Michele risponde. Il sindacato della disintermediazione") , sia indissociabile da una significativa trasformazione di ciò che chiamiamo “politica”, delle categorie attraverso cui interpretarla, degli schemi di azione che detta a coloro che la praticano.

In cosa consiste tale svolta? Siamo abituati a pensare la politica come quel campo di forze – o di potere – in cui chi esercita una posizione di dominio tenta di prevaricare, sfruttare, ingannare, opprimere i dominati. L’età della disintermediazione, al contrario, in cui si ha l’impressione che quella barriera tra chi comanda e chi obbedisce, tra chi parla e chi deve solo ascoltare, sia caduta, è caratterizzata dal fatto che non è con delle costrizioni, ma con (l’illusione de) la creatività, la possibilità di esprimersi, di dire la propria, di partecipare, di essere presenti nella sfera pubblica, che il potere agisce sulle nostre vite. Byung-Chul Han, un filosofo sud-coreano naturalizzato tedesco, molto noto in campo internazionale per gli studi e le provocazioni su questi temi, ha definito questo regime, in cui “la stessa libertà genera costrizioni” psicopolitica (Psicopolitica, Nottetempo 2016).

Anche a Bitonto, oggi, c’è qualcosa che potremmo definire “psicopolitica”? E in che modo di essa è metafora e strumento la comunicazione digitale?

Facciamo due esempi. I casi che esaminiamo si riferiscono al significato implicito dell’uso della rete adottato da due realtà politiche bitontine – la persona del Sindaco uscente Michele Abbaticchio (e già il fatto che si parli qui di un individuo, e non di una comunità, è significativo) e il Movimento 5 Stelle. Con una precisazione: si tratta di riferimenti puramente esemplificativi. Non è che, ad esempio, la terza coalizione in campo per le Amministrative, il centrosinistra di Sannicandro, ne sia esente. L’orizzonte della psicopolitica digitale riguarda tutti. Semplicemente, c’è chi sa interpretarla al meglio – ed è fuori di dubbio che Michele Abbaticchio detenga il primato nella comunicazione social-mediatica bitontina – e chi, goffamente, prova a inseguire. Vediamo dunque gli esempi.

In primo luogo, la grande padronanza delle potenzialità dei social network, che ha portato Abbaticchio a fare della propria pagina Facebook un’interfaccia utilizzatissima per comunicare con i cittadini, ha fatto emergere con prepotenza il valore che essi possiedono nella rappresentazione del consenso e del potere. Il fattore che li quantifica, e li rende un valore di scambio, sono i like e gli share, quei semplici e – crederemmo – ingenui click tributati ai post di Facebook. Un atto di approvazione espresso sì individualmente, ma prontamente quantificato, con un effetto moltiplicatore, dal contatore sotto ogni post. E, in quanto tale, indicatore di una tendenza, di un comportamento collettivo, che nelle sue forme ricorrenti e sistematiche diventa il fenomeno dei cosiddetti likers, da noi già ribattezzati “Mikers” nel caso del primo cittadino.

Il non-detto di questo strumento è che esso de-singolarizza la comunità di persone che, per suo tramite, credono di con-dividere effettivamente qualcosa, un comune sentire, un simbolo, una battaglia. Il like massifica e conforma le espressioni di approvazione, riducendole ad un dato statistico destinato, appunto, a rappresentare ed esibire all’esterno la propria forza di consenso. Non tutti i like sono uguali. In ognuno di quei click ci sono motivazioni, intendimenti, oggetti di approvazione diversissimi – ma tutti confluiscono indiscriminatamente in una cifra che misura il valore di scambio di quel contenuto digitale. Le singole, libere e convinte espressioni di libertà di tutte quelle persone che hanno deciso di cliccare “like” vengono impacchettate, senza che loro se ne rendano conto, in una moneta simbolica universale, omogenea e in quanto tale spendibile – è il fenomeno che, ancora, il filosofo Han ha definito “sciame digitale” (Nello sciame. Visioni del digitale, Nottetempo 2015).

Un suo titolo ancora precedente, La società della trasparenza (Nottetempo 2014), ci permette invece di passare al secondo esempio di psicopolitica cittadina, quello grillino. Trasparenza e partecipazione, com’è noto, sono due must del discorso del M5S. Al tempo stesso, però, molti osservatori anche importanti si stupiscono continuamente di come questo nobile ed edificante appello grillino faccia il paio con un altro fenomeno ricorrente nel Movimento, quello delle cosiddette “shitstorm” (lett. “tempeste di merda”), termine con cui alcuni linguisti hanno ribattezzato le espressioni virali di indignazione e riprovazione sui social media – un fatto che, appunto, sappiamo essere ricorrente tra gli attivisti del Movimento. Han spiega come il mito della trasparenza suscitato dalla sedicente “democrazia digitale” sia tutt’altro che politico. Al contrario, egli scrive “L’imperativo della trasparenza serve soprattutto a mettere a nudo i politici, a smascherarli o a suscitare scandalo. La richiesta di trasparenza presuppone uno spettatore che si scandalizza: non è la richiesta di un cittadino impegnato, ma di uno spettatore passivo. La partecipazione avviene come reclamo e lamentela: la società della trasparenza, popolata da spettatori e consumatori, dà vita a una democrazia degli spettatori.

Il giudizio può sembrare troppo duro e assoluto. È interessante però osservare il contesto all’interno del quale il filosofo lo inserisce: quello di una presunta trasformazione, via Facebook, del cittadino in consumatore. Vista in quest’ottica, l’esigenza di trasparenza del cittadino attivo in rete diventa paragonabile a quella del consumatore idiosincratico che, pur non volendo certo mettersi a produrre merendine in proprio, sviluppa una forma maniaco-ossessiva di attenzione verso le etichette degli alimenti, a caccia dell’odiato olio di palma. Allo stesso modo questo cittadino, come scrive Han, “reagisce solo passivamente alla politica, criticando, lamentandosi, proprio come fa il consumatore di fronte a prodotti o a servizi che non gli piacciono. Anche i politici e i partiti seguono la logica del consumo: devono fornire. Perciò, si presentano essi stessi come fornitori, che devono soddisfare gli elettori intesi come consumatori o clienti”.

La grande ingenuità che inficia alla base questo ragionamento (anche) grillino, è di ritenere che basti far cadere il muro di separazione tra “cittadino comune” e “politico” – quel muro di mediazione che ostacolerebbe, appunto, le fantomatiche “trasparenza” e “partecipazione” – per cambiare “il sistema”, per diventare liberi protagonisti della società. Chi crede a questa favola trascura il fatto che gli “oggetti del desiderio” della trasparenza e della partecipazione – quello che finalmente, grazie alla disintermediazione digitale, ogni cittadino può vedere e toccare direttamente – sono essi stessi un prodotto del “sistema”; è il “potere” a creare, come suoi apparenti antagonisti, i miti della “trasparenza” e della “partecipazione”.

È piuttosto la semplificazione il vero nemico dell’impegno critico per il bene comune. Perché la politica – e non solo quella – è una faccenda dannatamente complessa; enormemente più complessa di quanto un like, o una piattaforma di sondaggi on-line, potranno mai rappresentare. Se la presunta “libertà” della democrazia formato Facebook è questo – una totemizzazione dello spettacolo proibito al di là del buco della serratura – diventa allora la peggiore delle schiavitù, quella che non è capace di riconoscersi inadeguata e rifiutare se stessa.

Si rivelano profetiche, allora, le parole che un altro filosofo, Gilles Deleuze, scrisse più di vent’anni fa, quando qualcosa come Facebook non era neanche lontanamente immaginabile: 

Il problema non è più quello di fare in modo che la gente si esprima, ma di procurare loro degli interstizi di solitudine e di silenzio a partire dai quali avranno finalmente qualcosa da dire. Le forze della repressione non impediscono alla gente di esprimersi, al contrario la costringono ad esprimersi. Dolcezza di non aver nulla da dire: è questa la condizione perché si formi qualcosa di raro o di rarefatto che meriti, per poco che sia, di essere detto”.