Un tesoro che non può essere esposto perchè non ci sono i soldi per il restauro

Savino Carbone
di Savino Carbone
Cultura e Spettacoli
09 marzo 2017

Un tesoro che non può essere esposto perchè non ci sono i soldi per il restauro

Si tratta di ottantacinque reperti funerari del III secolo a.C. ritrovati a Bitonto. Basterebbero poco più di ottomila euro

Ottantacinque reperti chiusi in un deposito perchè non restaurati. Nelle stanze del museo archeologico di Bari c’è un tesoro nascosto sottochiave appartenente alla città di Bitonto e che non può essere esposto: si tratta di settantaquattro vasi, due coppie di orecchini in bronzo, una moneta, tre bustine di frammenti di fibule in ferro, un arco di fibula, una cuspide di giavellotto in ferro, un vago in pasta vitrea, un elemento in osso e uno stringile in ferro.

I reperti, essenzialmente in ceramica e metallo, che risalgono al IV-III secolo a.C., furono ritrovati nel 2011 nelle campagne di Bitonto, a ridosso di via Imperatore Antonino. Nello specifico i manufatti furono rinvenuti in un’area adibita a frutteto e destinata all’edificazione, dove emersero cinque tombe antiche. Una di esse conteneva i resti di due infanti e il corredo, composto da otto piccoli vasi decorati a fasce, a vernice nera e a figure rosse. Le altre, invece, appartenevano ad individui adulti, di sesso maschile e femminile, a cui erano stati destinati corredi che comprendevano molti vasi da simposio.

Da allora tutti i reperti si trovano nelle mani della Sovrintendenza Archeologica della Puglia, che fu interessata affinché si procedesse al restauro. I monili, infatti, erano ricoperti da incrostazioni terrose e calcaree, e in quelle condizioni non potevano essere esposti nelle teche del museo archeologico di Bitonto. 

Per questo la Fondazione De Palo - Ungaro contattò Palazzo Gentile affinché si facesse carico delle spese di restauro che non potevano essere sostenute dall’ente regionale. Fu redatto un piano di intervento sulla base dello stato di conservazione dei reperti. 

Le cause dell’alterazione dei materiali erano eterogenee e il degrado si manifestavano in forme svariate e complesse: si andava dalle corrosioni attive del rame ai depositi polverulenti, sino, come detto, all’inevitabile formazione di incrostazioni terrose. Per questo il programma di restauro avrebbe provveduto a ripulire, ricomporre e integrare i manufatti e, infine, realizzare una protezione finale in Paralloid B72. Costo dell’operazione, da tenersi presso i laboratori del museo di Gioia del Colle, 8640 euro.

La vicenda però è finita in un punto morto. Dopo ben due solleciti, nel dicembre 2011 l’allora sindaco Raffaele Valla rispose di voler concorrere alle spese, indicando nella missiva anche il fondo di riserva da cui avrebbe attinto il Municipio. Dopo due mesi l’Amministrazione cadde, assieme all’impegno economico. 

La Fondazione non mancò di sollecitare l’amministrazione guidata da Michele Abbaticchio. Tuttavia l’attuale governo cittadino non ha mai dato seguito alle richieste dell’ente (l’ultima nota del museo è datata marzo 2014). 

Eppure si tratta di una collezione importante che andrebbe ad arricchire l’esposizione del museo bitontino, che può vantare già altri manufatti provenienti da corredi funerari. Un peccato contro la ricca e vivace storia antica di Bitonto, che rischia di passare per beffa se si considerano i costi (irrisori) di un restauro, che sino ad oggi hanno costretto un patrimonio ad essere chiuso in un deposito. 

 

In copertina immagine di repertorio