Qua non si capisce più niente

Sabino Paparella
di Sabino Paparella
In evidenza, Esperia
27 marzo 2017

Qua non si capisce più niente

Sull’indignazione a orologeria degli abitanti delle ‘piccole patrie’

Il tetto delle nostre aspettative,

è così basso che si potrebbe anche toccare.

La vita media di una prospettiva

è una campagna elettorale.

Fabi-Silvestri-Gazzè, Il Padrone della Festa, 2014

 

Dal giro di prostituzione minorile del San Nicola, portato alla ribalta da Le Iene, alle sconcertanti affermazioni del camionista di Turi convertito al jihad, registrate dalle telecamere di La7: la settimana appena conclusa è stata segnata da un insolito protagonismo del nostro territorio nell’agenda setting dei media nazionali. Un clamore con cui, puntualmente, fa il paio l’insorgere dell’indignazione e dell’allarmismo sociale, le fiaccolate, le pubbliche censure dei rappresentanti istituzionali, gli slogan.

Ad irrompere, improvvisamente, è un senso di vulnerabilità rispetto alle “cattive notizie” della cronaca. Basta quel nome, “Bitonto”, pronunciato nella prima serata di una tv generalista: e la “piccola patria”, tutto d’un tratto, entra nella “grande storia”. La cittadina tranquilla in cui si vive, si lavora, si mandano i figli a scuola ogni giorno; la stessa i cui problemi si credeva fossero al più le bagattelle di una campagna elettorale, l’aumento delle tasse sui rifiuti, la processionaria nei giardini pubblici, le mele troppo mature nel menu della mensa dei bambini; quella stessa città, il “nido”, viene ora accostato a parole impronunciabili, che evocano fantasmi: pedofilia, razzismo, prostituzione, fondamentalismo religioso, terrorismo. “Qua non si capisce più niente”.

Accade ogni tot. Accade che questi sbuffi di realtà riaccendano la coscienza morale intermittente di una comunità. Accade che ci si ricordi di essere – anzi che ci si scopra, come se ogni volta fosse la prima –cittadini del mondo, frammenti di un mosaico che non conosce il confine della Poligonale. Dura un paio di giorni. Il tempo dell’indignazione a orologeria. Il tempo di qualche catena di riprovazione sollevata su Facebook dall’influencer di turno. E poi tutto torna uguale: il duello Abbaticchio-Sannicandro, le indiscrezioni sul candidato sindaco della destra, le potature sbagliate dei lecci in piazza, la pizza che non c’è nella mensa della scuola. Il “piccolo mondo antico” di una Bitonto che non esiste.

Neanche l’avvento dell’iperconnettività formato social ci ha guarito da questo inveterato provincialismo: invece che a collegarci con le correnti del cambiamento globale che ci attraversano, è servita ad amplificare a dismisura l’Identico, a riprodurre in serie le chiacchiere e i pettegolezzi che una volta si sarebbero detti “da bar”. Ma la scala con cui misuriamo la realtà è rimasta la stessa piccola, meschina, maldicenza da comari.

Non è che il mondo sta cambiando; il mondo ci sta cambiando. Non è che “non si capisce più niente”; siamo noi che non abbiamo voglia di capire. Non vogliamo capire neanche il significato di quei fatti per cui ci stracciamo le vesti, e che – a vederli bene – sconvolgono i nostri schemi. Ci dicono, ad esempio, che non sono gli “zingari” a “rubare i bambini”, siamo noi a rubare l’infanzia dei bambini rom; ci dicono che i fanatici islamisti/lupi solitari/potenziali terroristi non sono gli immigrati sporchi e cattivi che “rimanessero a casa loro” e – se proprio devono venire – “si adattassero ai nostri costumi”; al contrario: è il camionista di Turi – con un accento inconfessabilmente troppo nostro – ad essersi adattato ai “loro” costumi, ad essere diventato Mohammed Alfredo. La grande realtà, quando viene a bussare alla nostra porticina, non è infine come ce l’aspettavamo. 

È la sfida della complessità. In cui non basta tracciare una linea tra buoni e cattivi; non basta prendere partito; non basta scegliere chi si è e il “proprio” da difendere. Perché si rischia, alla fine, di ritrovarsi dalla parte sbagliata. Occorre, invece, conoscere, guardare, viaggiare. Già che “cittadini del mondo”, giocoforza, lo si è già, esserlo responsabilmente e consapevolmente. Faticoso. Si fa prima – non c’è dubbio – a rinchiudersi in casa. La nostra campagna elettorale, la nostra processionaria e le nostre processioni, le nostre banane bacate per il pranzo dei bambini. Costumate riprovazioni e cerimonie da pettegolezzaio. Il piccolo mondo in cui crediamo di saper vivere. L’unico che osiamo chiamare “casa”.