Perché il Vangelo di Ciminiello mieterà consensi

Sabino Paparella
di Sabino Paparella
Politica, Esperia, Elezioni Amministrative 2017
20 marzo 2017
Photo Credits: Lisa Fioriello

Perché il Vangelo di Ciminiello mieterà consensi

I grillini riscrivono la politica in una accezione pre-moderna, che non ha avversari

Il prevedibile successo elettorale del Movimento Cinque Stelle bitontino merita di essere compreso e analizzato già oggi, prima che la bufera della campagna elettorale imperversi, dettando tempi e temi decisamente più a corto raggio.

A pensarci bene, già questa prima affermazione contiene, sotto forma di inapparente problema, la chiave di questa comprensione: in che senso oggi – prima ancora dell’inizio della campagna elettorale – sarebbe già possibile considerare “prevedibile” un buon risultato dei grillini? Per il semplice fatto che esso sarà in buona parte indipendente da quanto nei prossimi mesi accadrà.

In estrema sintesi, si potrebbe dire che il punto di forza del M5S – anche a Bitonto (e questo “anche”, lo si vedrà tra poco, è fondamentale) – è di riportare la politica al centro. Lo stesso evento di presentazione del candidato sindaco, mercoledì scorso, lo ha mostrato con evidenza: mentre il centrosinistra si lacera tra, da una parte, gli strascichi polemici e ritorsivi contro il trasformismo, sdoganato dalle primarie del “controsinistra”, e dall’altra, la rivendicazione del pragmatismo del qui-e-ora dell’uomo-solo-al-comando nel “centrominestra”; mentre si attende un sussulto che certifichi la non-morte della fantasmatica destra; mentre questo triste scenario di piccolezze si staglia all’orizzonte come un noioso déja vu, i grillini sono gli unici a parlare dei valori fondanti della propria iniziativa politica. 

La proposta amministrativa viene dopo – anzi, è letteralmente secondaria, al punto che i pentastellati potrebbero anche fare proprio sic et simpliciter il programma di governo stilato da Abbaticchio nel 2012 – lo hanno dichiarato loro. Non saranno le “cose-da-fare” – il mantra abbaticchiano – che li distinguerà – e non per incompetenza o inesperienza, si affrettano a precisare; ma perché tutto ciò “verrà dopo”, come una conseguenza automatica di quella restituzione del potere ai cittadini che promettono: l’avvento della vera Politica, appunto, loro appannaggio esclusivo. È questo – non i contenuti programmatici – che dovrebbe renderli speciali agli occhi degli elettori. 

Onestà”, “democrazia”, “partecipazione” sono i tags della loro proposta alla città; termini chiave del dizionario politico da sempre, che però nei loro discorsi – ed è a questa altezza che l’analisi diventa più interessante – subiscono una importante deformazione, diventano qualcosa di diverso da come eravamo abituati ad intenderli. 

Onestà”, in “grillese”, è sinonimo di incensuratezza e incensurabilità – al punto che, dalla “Costituente M5S”, ammettono di non esserne i detentori esclusivi: basterebbe un casellario giudiziale per attestarla. 

Democrazia” – agli antipodi dell’intera tradizione politica moderna, persino di quel Rousseau che vorrebbero resuscitare – è solo la democrazia diretta, vale a dire l’eliminazione dei principi di rappresentanza e delega (non esistono “deputati”, ma solo “porta-voce”), così come di tutti i corpi intermedi, in favore di un’espressione automatica della “volontà generale”, registrabile attraverso le “magnifiche sorti e progressive” del web. 

È “partecipazione”, tuttavia, il caso di innovazione linguistica più interessante: in “grillese”, infatti, il concetto sembra subire una torsione paradossale, adombrando quasi un nuovo istituto, quello della “partecipazione autorizzata”; una partecipazione, cioè, che si realizza sì dal basso, dalla piazza – chi può negare che sia questa la patria politica del M5S? – ma è al contempo soggetta al riconoscimento dall’alto, dallo “staff di Beppe Grillo”, che, solo, potrà concedere il simbolo”. La partecipazione è una concessione. Non sfugga la raffinatezza del meccanismo: il moto di ribellione popolare, la folla contestatrice, il sussulto di emancipazione – intorno a cui si condensa il vasto coinvolgimento dell’elettorato pentastellato – devono diventare ciò che già sono; e possono farlo solo attraverso il riconoscimento, l’autorizzazione – a mezzo di una concessione simbolica – dall’alto. Fino ad allora rimangono marmaglia, moltitudine anonima – e illegittima. Un istituto, questo, che ricorda incredibilmente il vassallaggio e la signoria bannale del Medioevo, con la concessione – appunto – delle prerogative regie, le regalìe (che originariamente erano proprio le insegne del potere, lo stemma!) da parte del sovrano ai locali, che avrebbero così potuto esercitarle in sua vece.

È questa rivoluzione semantica il segreto del MoVimento. Una rivoluzione che, anziché irridere o attaccare, bisognerebbe innanzitutto comprendere. Alla luce di questa rivoluzione, quella politica, che mercoledì scorso Dino Ciminiello ha magistralmente riportato sulla scena pubblica bitontina, precisa il suo significato. Perché se è vero, verissimo, che i grillini riportano la politica al centro, ciò avviene nella misura in cui quel concetto è da loro radicalmente trasformato, è diventato qualcos’altro. Il termine che più gli si potrebbe avvicinare, nel nostro linguaggio vetusto, ante-grillino, è religione: non a caso, l’instrumentum regni pre-moderno per eccellenza. 

Già il rifiuto della denominazione moderna di “partito” e la scelta della dicitura “movimento” sono indicativi. E non sono forse le “procedure di convalida”, cui gli aspiranti devono sottoporsi per potersi fregiare del Simbolo, una sorta di ascesi mistica, riti di iniziazione per entrare a far parte della “Comunità” (concetto sul quale Ciminiello e i suoi hanno insistito particolarmente)? Non è forse espressione dell’inevitabile fanatismo collaterale, proprio di ogni confessione religiosa, l’immagine dell’attivista invasata che interrompe il comizio, gridando a pugno chiuso “onesta! onestà!”? E l’ossessivo riferimento alle best practise di altre cellule del MoVimento per suffragare il proprio pedigree – Ciminiello mercoledì ha ricordato Pomezia, Livorno, Noicattaro – non ricalcano l’universalismo di ogni buon credente, che, legato all’unica Chiesa (il Corpo Mistico, “e pluribus unum”), deve sentirsi a casa in ogni tempio del mondo?

Se si pensa in una accezione religiosa la Politica pentastellata, si capisce meglio anche la natura di quella prerogativa che tutti, indistintamente, riconoscono al M5S: la credibilità. Quando parlano, propongono, denunciano, ai grillini viene immancabilmente riconosciuto di essere affidabili, credibili. Perché? Perché loro per primi ci credono. Letteralmente. Il loro impegno politico è un Credo. Un sentimento mistico – un en-tusiasmo, in senso etimologico – che, specie in questi tempi di passioni tristi, non può che risultare trascinante. La politica del fervore religioso contrapposta a quella del calcolo stantìo a tavolino. 

Da qui, il forte senso di appartenenza che i seguaci del MoVimento, talvolta anche ingenuamente ma sempre in buona fede, esibiscono: l’orgoglio di far parte di una Comunità, di identificarsi in un Simbolo – un’esperienza che nel caso dei partiti politici sembra sepolta in una memoria remota, se non sostituita quasi da un bisogno di giustificazione. Da qui, da questa forma di entusiasmo religioso, anche il rifiuto, da parte grillina, di ogni possibile paragone con gli avversari – il che lascia prefigurare che difficilmente assisteremo in campagna elettorale a dei “confronti” tradizionalmente intesi: non perché i pentastellati rifiutino il dialogo – come hanno tenuto a precisare – ma perché sono sostanzialmente indifferenti alle altrui proposte, si collocano su un piano altro, sono impegnati in un Progetto incomparabilmente diverso, che “gli altri” non riescono neanche a capire, che non ha nulla a che spartire con quanto visto finora. È il “Sacro” (lett. “ciò che è separato”), rispetto al quale chiunque non sia iniziato risulta un “profano”. Talvolta è quasi l’idea di un “uomo nuovo”, di una antropologia qualitativamente differente che sembra trasparire nelle loro promesse di discontinuità. Una antropologia politica la cui purezza non può essere contaminata da alcun apporto estraneo: ogni concessione ad un interlocutore politico sarebbe bollata spregiativamente come “compromesso”, profanazione. Non si può mettere il vino nuovo in otri vecchi (Mt 9,17): è un Annuncio di Novità radicale, un Evangelo, quello che in definitiva il M5S si propone di portare a Bitonto.

Se non si comprende questo – e tutto lascia supporre che i competitor politici bitontini siano ben lungi dall’averlo compreso – ogni tentativo di fronteggiare il M5S non potrà che apparire come uno sterile attacco. È questo il motivo per cui Ciminiello rischia di travolgere come un’onda anomala le elezioni amministrative. Siamo culturalmente impreparati a rapportarci ad essa. Lo sono in particolar modo coloro che con essa dovranno contendersi le poltrone di Palazzo Gentile. Sono le letture, in definitiva, quelle che fanno la differenza. Meno Facebook, meno BitontoTv (sic!), più Bodin, Machiavelli e Hobbes. Forse anche gli scritti di Hubbard su Scientology potrebbero bastare.