La comunità di S. Leucio in festa per i 50 anni di sacerdozio di mons. Cristoforo Palmieri

Filippo Lovascio
di Filippo Lovascio
Cultura e Spettacoli, Video
20 marzo 2017
Photo Credits: Arcangelo Morea

La comunità di S. Leucio in festa per i 50 anni di sacerdozio di mons. Cristoforo Palmieri

'La mia missione un viaggio continuo', BitontoTv ha incontrato il vescovo di Rrëshen

Giornata di festa quella di ieri per la comunità della parrocchia di San Leucio, dove mons. Cristoforo Palmieri, nato e cresciuto a Bitonto ma vescovo della diocesi albanese di Rrëshen, ha celebrato una messa per i suoi 50 anni di sacerdozio, il cui anniversario cadeva proprio il 18 marzo. 

La celebrazione, trasmessa ieri in diretta streaming da BitontoTV

 

In una chiesa gremita, insieme ad alcuni sacerdoti bitontini con cui è cresciuto e con i suoi confratelli della Congregazione della Missione, padre Cristoforo, come ancora si fa chiamare, è voluto tornare nella sua comunità d’origine, che non ha mai dimenticato e che ha così voluto ringraziare. Alla celebrazione eucaristica, a cui hanno assistito anche la vicesindaco Rosa Calò, come rappresentante dell’Amministrazione, e i consiglieri Francesco Ricci e Domenico Damascelli, il ricordo di don Ciccio Acquafredda e di Nicola Pice, che parteciparono alla ordinazione episcopale di padre Cristoforo nel 2005 a Rrëshen, anno in cui è diventato vescovo della omonima diocesi. BitontoTv ha Incontrato mons. Palmieri in questa felice ricorrenza.  

Eccellenza, rinnovandole i nostri auguri per il suo anniversario di sacerdozio, come riassumerebbe questi 50 anni al servizio della Chiesa?

Sono stati un viaggio continuo, che ha toccato l’Italia meridionale, dove ho fatto alcuni anni di servizio in diverse parrocchie, dalla Calabria a Napoli, fino a Lecce in particolare per un’esperienza durata tredici anni al servizio della gente. Sono arrivato anche all’estero, in Madagascar, Cameron, in Africa. Infine il servizio in Albania e lì è davvero un camminare dalla mattina alla sera.

Come giudica la presenza della Chiesa nel mondo e in Albania? Come percepisce la gente la vostra attività pastorale?

La gente non prende coscienza immediatamente, o almeno non quanto dovrebbe, della presenza della Chiesa. Certamente questa gente ha bisogno inconsciamente dell’attività pastorale, ma l’aspetto spirituale non è immediato. Si tratta di una Chiesa di poveri e loro hanno bisogno del necessario per vivere, prima di essere evangelizzati. Cerchiamo di fare proprio questo nei paesi in cui portiamo le nostre missioni, aiutarli nelle primarie esigenze. Non possiamo andare a dire loro che Dio li ama se gli mancano il pane e il vino, i segni stessi dell’amore di Dio. È certo che comunque la presenza della Chiesa è dovunque ben apprezzata e ben accolta.

Come è cambiata l’Albania dopo il 1992 e com’è oggi il rapporto tra Chiesa cattolica e Chiesa ortodossa?

Tra le due Chiese c’è un buonissimo rapporto, perché si vive da sempre nella comunione e nella pacifica convivenza. La Chiesa cattolica dal 1993, quando è potuta tornare, ha ripreso quella piccola Chiesa che era già presente prima del comunismo, ma che sotto il regime era vissuta nascosta per quarant’anni, come la primissima chiesa delle catacombe.

Ha mai sentito la mancanza di Bitonto nel corso degli anni? Rifarebbe le scelte che l’hanno portata ad essere vescovo a Rrëshen?

La mancanza di Bitonto l’ho sentita, ma sono andato via da qui quando avevo 14 anni. Mi hanno accompagnato alcuni sacerdoti che erano qui stasera durante la celebrazione perché ho frequentato alcuni anni al seminario di Bitonto. Una volta andato via, molti rapporti si sono interrotti per la lontananza, ma vedo che la gente per mille motivi diversi mi ricorda felicemente. Non sono pentito di niente, non ho fatto grandi cose, ma neppure rimpiango il passato. 

In questo periodo in cui i Balcani sono solo una delle frontiere che i migranti incontrano durante il viaggio verso l’Europa, come la Chiesa dovrebbe affrontare questa nuova sfida dell’accoglienza di chi si trova nel bisogno?

La Chiesa sta già operando in questo campo, ma sappiamo che nessuno fa tutto bene, ci sono sempre degli aspetti da correggere e da migliorare. L’Albania non è più un paese da cui si scappa, anche perché si è molto regolarizzata dal punto di vista civile, con molte convenzioni con altri stati. Gli albanesi infatti vengono tranquillamente in Italia, ma quando noi siamo andati negli anni novanta abbiamo visto la volontà di scappare per le necessità dopo il regime. Per questo abbiamo pensato che, non potendo frenare il flusso della corsa all’estero, dovevamo cercare di prepararli ad andare, per aiutarli a non essere in Italia guardiani di porci come lo erano in patria. Così è nata la scuola professionale, per dare loro un mestiere e un po’ di cultura, per creare una dignità in questi poveri giovani.