Il servizio de Le Iene ci dice che dobbiamo fare ancora tanto per le comunità rom

Savino Carbone
di Savino Carbone
Cronaca
21 marzo 2017

Il servizio de Le Iene ci dice che dobbiamo fare ancora tanto per le comunità rom

La strada: attrezzare le aree e finanziare progetti di inclusione sociale e lavorativa

La questione rom è tornata agli onori della cronaca per un servizio de Le Iene, andato in onda la scorsa domenica. Il programma di Mediaset ha pubblicato un reportage sul mercato del sesso a pagamento che si svolge ogni giorno nel parcheggio dello stadio San Nicola

Il servizio ha destato numerose polemiche per la presenza di numerosi minori, di etnia rom, disposti a prostituirsi per pochi euro in pieno giorno. Ragazzi in età scolare che passano le mattinate aggirandosi per i campi adiacenti allo stadio, in attesa di potenziali clienti. Nel video è comparso persino un bambino che ha affermato di avere 15 anni ed essere originario di Bitonto. 

Di qui la grossa eco mediatica in città, che per la prima volta ha catalizzato l’attenzione sulle necessità di sostegno e assistenza ai minori delle comunità gitane, dopo anni di incontrastata ziganofobia

Proprio per questo occorre fare alcune precisazioni. Gurdando attentamente il fotogramma in cui appare il bimbo che dice di essere di Bitonto la redazione, che segue da oltre un anno e mezzo le realtà romanì del territorio, non ha riconosciuto il minore tra quelli che effettivamente vivono nei campi della città. Un rapido confronto con gli operatori di Eughenìa ha confermato il sospetto: nessuno della cooperativa ha riconosciuto il giovane. Molto probabilmente il ragazzo avrà mentito o quantomeno sviato sulla sua effettiva provenienza. Ipotesi plausibile, vista la situazione, che acquista forza se si considera che le parentele tra le comunità rom della provincia sono molto strette. Non di rado capita di incontrare nuclei familiari con legami di sangue che vivono in campi differenti.  

D’altronde il ragazzo dimostrerebbe meno dei quindici anni che ha dichiarato di avere e, guardando il servizio, sembrerebbe che i minori presenti provenissero tutti dai campi presenti nella periferia nord di Bari. 

Al di là della provenienza la vicenda assurge a paradigma e va inserita in una situazione di disagio ormai trentennale. Non è la prima volta, infatti, che si parla di violenze a carico dei giovani rom e le cronache giudiziarie sono piene di casi simili. Che riguardano da vicino anche Bitonto. Il più recente è quello del 2011: a gennaio un docente di un Liceo locale fu fermato dai Carabinieri con l’accusa di aver richiesto una prestazione sessuale ad un ragazzino rom, in cambio di pochi euro, appartandosi nelle campagne. Secondo la ricostruzione degli inquirenti il ragazzo non fu costretto, ma aveva volontariamente accettato e pare non fosse la prima volta. 

A cavallo tra il 1999 e il 2000, invece, si consumò il dramma di Maria Mirabela Rafailà che sparì all’età di sette anni, mentre chiedeva l’elemosina sulla Strada Provinciale 231. Fu ritrovata senza vita diversi mesi dopo nelle campagne vicine. In quei giorni si parlò di un regolamento di conti tra famiglie nomadi (legate ad un presunto debito contratto dalla famiglia, in un primo momento arrestati, poi liberati e dichiaratisi totalmente estranei ai fatti), ma non si escluse la pista legata ad un maniaco. Il caso, a diciassette anni di distanza, è rimasto irrisolto. 

È chiaro, dunque, che c’è tanto da lavorare sull’inclusione della minoranza rom. Da anni la cooperativa Eughenìa di Michele Bulzis si occupa di seguire tutti i minori residenti nei campi nomadi. Un lavoro che permette ai piccoli di andare a scuola (in concerto con gli istituti del territorio, in particolar modo con quello di via Abbaticchio) e seguire corsi ludico-ricreativi. Da quando è attivo il servizio, i minori sono scomparsi dalle strade, dove si dedicavano all’accattonaggio, a chiedere il mangèl. I risultati della cooperativa sono stati elogiati persino da Andrea Iacomini, portavoce per l’Italia dell’Unicef, durante una recente visita a Bitonto. Ma non basta. 

Il rogo del campo rom di via Palo, andato distrutto nel 2013, ha frammentato la già precaria realtà abitativa romanì. Da allora sono nati almeno altri sei insediamenti e oggi sul territorio della sola Bitonto si contano tre campi, abitati da famiglie più o meno numerose, per un totale di circa una quarantina di individui. “Circa” perchè la situazione non permette un censimento, necessario per consentire agli operatori della cooperativa di lavorare a progetti di inclusione realmente efficaci.  

Un altro ostacolo è l’effettiva situazione dei “campi”, che sarebbe più opportuno definire “ghetti”: se si esclude quello nei pressi di via Berlinguer (che sorge però su un terreno privato), mancano acqua e servizi e sono esposti a tutti i rischi provenienti da una situazione igienico sanitaria instabile e dalle intemperie. Non è facile raggiungerli e questo non fa altro che aumentare a dismisura la distanza tra comunità rom e residenti. 

Attrezzare queste aree significa innanzitutto riportare dignità alla vita di questa gente e limitare il "nomadismo" (legato oggi più ragioni di effettiva accoglienza dei luoghi) che caratterizza questi gruppi. E poi facilitare il lavoro di cooperanti e assistenti sociali, che, risolte le emergenze sanitarie e legate alla sicurezza, potrebbero dedicarsi a programmi di inclusione legate al lavoro e a prospettive abitative diverse dai “campI”, ormai considerati fuorilegge e per cui Amnesty, Associazione 21 luglio e European Roma Rights Centre hanno chiesto all’Europa di aprire una procedura di infrazione ai danni dell’Italia. 

Sino al 2020 l’Italia ha a disposizione 29,3 miliardi di euro in fondi europei (Fondo Sociale Europeo-FSE e Fondo Europeo per lo Sviluppo Regionale-FESR) destinati a progetti di integrazione a vario titolo e la Commissione europea ha deciso di obbligare gli Stati membri a destinare almeno il 20% dei fondi per la causa rom.  

In quest’ottica la futura Amministrazione dovrà lavorare per presentare un piano di assistenza e inserimento, magari raccogliendo l’esperienza di Eughenìa, che ci ha fatto sapere di avere già un programma specifico, per cui si aspettano solamente i fondi. Serve però uno sforzo collettivo dell’intera comunità locale. Il disagio che oggi raccontiamo trova le sue principali cause nella “ghettizzazione sociale” che da anni, più o meno consapevolmente, perpetuiamo.