Il buono, il brutto e il cattivo

Sabino Paparella
di Sabino Paparella
Politica, Esperia, Elezioni Amministrative 2017
02 marzo 2017
Photo Credits: Pierfrancesco Uva

Il buono, il brutto e il cattivo

Come orientarsi nelle Primarie del Centrosinistra: una guida semiseria per cinefili

Io dormirò tranquillo, perché so che il mio peggior nemico veglia su di me

(Il Biondo a Tuco, ne “Il buono, il brutto e il cattivo”)

 

Più che Primarie, un casting. Il tour di presentazione che ha portato Pietro Battipede, Roberto Toscano e Lillino Sannicandro in giro per Bitonto, nelle ultime tre settimane, ha sdoganato un modo nuovo di intendere le elezioni primarie: una selezione di interpreti, appunto. Sin dalla loro presentazione alla stampa, è stato subito chiaro che i tre candidati non avrebbero inteso proporsi l’uno come alternativo all’altro. La loro è stata, per dir così, una “guerra gentile”, in cui si è avversari ma, in fondo, il vero obiettivo di tutti è salvarsi la pelle. Quest’idilliaco irenismo, però, lascia malcelata una debolezza: che vinca l’uno o l’altro – ce l’hanno fatto capire bene – politicamente non cambia nulla. 

L’hanno detto in un modo nobile e ammirevole: “resteremo uniti in ogni caso” è stato il mantra celebrato sotto l’egida dei Socialisti. Complimenti, che stile. Ma ragioniamo sul significato delle cose: è a questo che devono servire delle Primarie? Ad incollare i pezzi di una coalizione? Oppure – esattamente al contrario – data per acquisita la coalizione, dovrebbero conferirle una specificità politica, in un senso o in un altro – non omogeneizzare, ma differenziare?

L’ultimo esempio degli americani – che le Primarie le hanno inventate – sta lì a dimostrarlo: Bernie Sanders non è Hillary Clinton. Qui da noi, invece, le Primarie sono un’operazione di collage. Le Primarie all’italiana pretendono di legittimare un matrimonio di interessi con la partecipazione della “gente”. L’oggetto della scelta è semplicemente il nome, il volto, il curriculum, l’attore che dovrà recitare un copione politico già scrittoo forse, il che sarebbe peggio, mai scritto, perché tanto si recita a soggetto, a braccio, o a memoria.

Il paradosso è ancora più stridente, se si considera che quelle che si celebreranno domenica non sono Primarie di partito, ma di coalizione. Si suppone, infatti, che i membri di una coalizione siano tali perché non immediatamente sovrapponibili – altrimenti sarebbero un partito solo. Delle Primarie di coalizione, quindi, dovrebbero far emergere massimamente differenze, opzioni, indirizzi politici diversi da sottoporre al giudizio dei propri elettori. A Bitonto, invece, a parte il caso ben noto di “Insieme per la Città” – l’unica forza ad esprimere palesemente un proprio candidato –, le sigle della coalizione hanno scansato come la peste la possibilità di esprimere un pubblico endorsement per uno dei tre contendenti – smentendo anzi sdegnosamente ogni voce in merito. Il che non significa – beninteso – che non abbiano scelto su chi puntare e non abbiano fatto campagna elettorale; ma che questa ripartizione di voti, semplicemente, è avvenuta lontano dai riflettori, in camera caritatis. Non avrà, cioè, significato politico, perché in politica non esiste nulla di “riservato”. Allora, è semplicemente ad una “conta interna” che i cirenei del 5 marzo sono chiamati a partecipare, nulla più.

Le parole usate dai diretti interessati in questo tour lo hanno dimostrato. Tutti strenuamente – ma anche abbastanza goffamente – impegnati a dire cosa farebbero da Sindaco, in alternativa all’esistente. Una piccola domanda – di quelle che non abbiamo potuto porre, perché gli attori non rilasciano interviste: cosa c’entra questo con le Primarie? Per annunciare “che fare” in veste di primo cittadino ci sarà la campagna elettorale. Era sulla direzione politica da imprimere alla sedicente “coalizione di centrosinistra” – in vista del confronto delle amministrative – che i candidati sarebbero stati chiamati ad esprimersi – perché è solo l’elettorato del sedicente “centrosinistra” che è chiamato alle urne domenica, non tutti i cittadini bitontini. Avremmo dovuto sentirci spiegare cosa dovrebbe differenziare un progetto di città “di sinistra”, visto che si denuncia – giustamente – che in questi anni non c’è stata Politica. Qualcuno dei più “navigati” avrebbe dovuto spiegarglielo.

 

Primarie western

Se fosse un film, questa “guerra gentile” delle Primarie potrebbe essere “Il buono, il brutto e il cattivo” di Sergio Leone. Il mondo deviato, descritto in quella pellicola, è un mondo in cui nulla è quello che dovrebbe essere: i cacciatori di taglie in realtà sono in combutta con i ricercati; i banditi ritenuti pericolosi si rivelano “ladri di polli”; gli uomini della legge, sergenti dell’esercito, si riciclano in sicari. Così, in queste Primarie, nulla corrisponde al suo nome: le questioni politiche diventano amministrative e viceversa, i candidati di partito si vendono per esponenti della società civile, i traditori vengono salutati come salvatori. Le alleanze – come la ben nota giravolta di Sannicandro ha dimostrato – si fanno e si disfano di punto in bianco, sono funzionali solo al raggiungimento dell’obiettivo: proprio come nel western: a seconda della convenienza, l’amico si rovescia in nemico e viceversa – con buona pace di Carl Schmitt e del suo “Concetto del Politico”.

Della grande idealità della guerra, dei suoi valori e del suo eroismo, negli Stati Confederati raccontati da Leone non rimangono che macerie e disillusioni, storpi, feriti e morti ammazzati. E su queste macerie si svolge una commedia triste, fatta di facili opportunismi e miseri tradimenti, risolti in una corsa ai dollari. Così la “politica” di queste Primarie, che della Politica ha solo il nome, demistificata per quello che è: una grottesca ricerca di consenso.

La pellicola del ’66, allora, può forse essere d’aiuto, con gli ambigui “tipi” che mette in scena, per ritagliare delle caratteristiche che differenzino i tre contendenti delle Primarie.

 

 

Il Buono

Foss’anche solo per lo charme che lo contraddistingue, dei tre, il ruolo che Leone assegnò a Clint Eastwood non potrebbe che spettare a Roberto Toscano. Il protagonista, allora – si dirà. In realtà, a ben vedere, al di là della magistrale interpretazione, il Biondo non è il personaggio centrale del western. È un protagonista mancato. Non è mai lui a condurre l’azione. La sua freddezza, mentre lo carica di mistero, al contempo lo lascia anonimo. Così Toscano, se indubitabilmente nei confronti a tre è risultato il più brillante, astuto ed eloquente, lascia però perplessi sul consenso reale che sulla sua persona potrà convogliare. Si è contraddistinto come il candidato della società civile, cercando di accreditarsi presso gli ambienti del terzo settore, del volontariato, delle parrocchie: il “Buono” della politica, appunto. Il suo “cavallo di battaglia”, data l’incontestabile perizia professionale, è stato il lavoro, tema quanto mai “caldo” – e anche facile – in campagna elettorale. Peccato che si voglia candidare a Sindaco, non a Ministro. L’ambizione sembra in effetti smisurata, rispetto al ruolo istituzionale. Agevolare l’occupazione potrebbe forse riuscirgli meglio, paradossalmente, nelle vesti di Amministratore della SANB (Servizi Ambientali per il Nord Barese), per la qual carica si è pure candidato.

La battuta più celebre di Toscano-Il Biondo, nel film, è “Il mondo si divide in due categorie: chi ha la pistola carica e chi scava. Tu scavi”. Ma mentre la pronuncia, rivolto a Tuco, non si accorge che c’è già chi –“Sentenza” – con la pistola carica lo tiene a tiro, e lo inviterà a scavare a sua volta. Velleitario.

 

Il Brutto

Dato l’iter a dir poco rocambolesco che l’ha portato alla candidatura, non può che essere Sannicandro, “il Brutto” delle Primarie, quello che dall’inizio alla fine della storia viene riconosciuto come “il bandito” e ricercato da tutti. Per quanto le sue “imprese” gli facciano rischiare, ad ogni piè sospinto, una pessima fine, il Brutto non muore mai. È il reduce, il redivivo per eccellenza. È anche l’unico dei tre ad avere un nome proprio: Tuco – così come Sannicandro è l’unico dei tre candidati ad avere “un nome” per i bitontini, l’unico ad essere noto alla generalità dei cittadini per la sua pregressa carriera politica. Come Tuco, anche Sannicandro è, dei tre, quello che conosce meglio il territorio di caccia, sa come muoversi, conosce gente a cui rivolgersi. Le “macchie” dovute al suo vissuto lo rendono, in fondo, il vero protagonista della storia, l’unico personaggio realmente sviscerato “a tutto tondo”. Non si rassegna a vestire i panni dell’antagonista: Tuco-Sannicandro rispedisce al mittente le prediche moralistiche sul suo presunto comportamento disinibito. La sua morale, dopotutto, è: “dalle nostre parti, se uno non vuole morire di fame, o fa il prete o fa il bandito”. E – come Sannicandro agli ex-alleati – così Tuco, al fratello prete che vuole rinfacciargli i suoi peccati, risponde: “ti sei fatto frate solo perché sei troppo vigliacco per fare quello che faccio io”. E il film, d’altronde, gli dà ragione. A suo modo, però, è anche debole e insicuro: sa che l’orgoglio e la spudoratezza non bastano per piacere alla gente; perciò, all’esterno, vuole che si pensi che sia benvoluto e apprezzato anche dal fratello/ex-alleato. 

La campagna del Bandito-Sannicandro, in queste tre settimane, si è distinta per “essenzialità”: non solo ha rimandato a data da destinarsi le spiegazioni sulla sua giravolta contro Abbaticchio; in questa fase ha anche preferito non esprimere proposte concrete sull’amministrazione della città, ben sapendo, dall’alto della sua esperienza, che “quando si spara, si spara, non si parla” – come il Brutto replica, andando per le spicce, ad un vecchio nemico che, prima di ingaggiare il duello, vorrebbe discutere del significato del suo gesto.

Ultimo particolare: il Brutto è l’unico, dei tre, che abbia avuto direttamente a che fare con il titolare del tesoro cui aspira, Bill Carson; ha fatto intendere pure di dargli una mano, pur di capire come entrare in possesso dei fantomatici 200mila dollari. Come Sannicandro con Abbaticchio. Calcolatore.

 

Il Cattivo

Non resta che Battipede, il nostro “Sentenza”. È quello apparentemente fuori posto, dissonante, estraneo. Come il Cattivo non è del posto, segue una pista sua, e solo in un secondo momento incrocia la coppia Biondo-Tuco, così anche Battipede viene, letteralmente, “da fuori”. È il meno noto ai bitontini, il più distante. Eppure, come Sentenza nel western, in questo contesto di irregolari e outsider dell’ultimo minuto, egli è anche l’unico candidato con un ruolo “istituzionale”, garantito e rafforzato da una banda di “sgherri”. È il candidato dei “quadri” del PD – e non solo. Non lo si è detto apertis verbis – così come l’identità del Cattivo, Sergente dell’esercito nordista, viene svelata solo a metà della storia – eppure presto o tardi se ne sono accorti tutti. È il candidato da battere, dunque, il più forte, sulla carta.

Pietro “Sentenza” Battipede non può non essere avvertito, tra i tre, come il candidato della legge e della sicurezza – un altro brand estremamente appetibile in campagna elettorale – per quanto abbia specificato ripetutamente di intendere la “legalità” in termini di prevenzione e cultura, esattamente come Abbaticchio.

La sua corsa al “tesoro” è partita prima di tutti, su previdente commissione di altri – la scena iniziale del film è esplicita a riguardo. E in questa sua piccola “guerra per procura”, Pietro “Sentenza” Battipede, a differenza degli altri due pretendenti, non riesce a nascondere di avere un “nemico”, il suo “ricercato” sin dall’inizio: Bill Carson, alias Michele Abbaticchio. In più occasioni Battipede ha tradìto una certa infastidita avversità nei suoi confronti. Fumantino.

 

Come va a finire la storia?

Nella pellicola, nella scena del celebre “triello” inventato da Leone, il Cattivo, da favorito, finisce vittima dell’astuzia del Buono e della complicità ingenua del Brutto, il quale scopre di aver solo creduto di avere la pistola carica, mentre in realtà ha impersonato solo lo strumento utile a guastare i giochi prefissati. Ma quello era solo un film. La politica bitontina è un’altra cosa. O no?

C’è da augurarsi, soltanto, che alla fine, quando gli schieramenti della campagna elettorale saranno ormai definiti, nessuno a Bitonto, riferendosi agli avversari politici, possa dire, come il Capitano unionista deluso dagli ideali della guerra: “Noi e quelli dall’altra parte del fiume abbiamo una sola cosa in comune, la puzza dell’alcool”.

 

Tutte le vignette di Pierfrancesco Uva