Game Over

Sabino Paparella
di Sabino Paparella
Politica, Esperia, Elezioni Amministrative 2017
07 marzo 2017

Game Over

Dietro la vittoria di Sannicandro, il capolinea della dirigenza dem

In foto il segretario PD Biagio Vaccaro durante lo spoglio delle primarie

 

Cercavano un papa straniero, hanno ottenuto un papa ateo, anzi apostata, al meglio lapso.

La vittoria delle Primarie – tutto sommato un discreto successo in termini di partecipazione, se si tiene conto del quadro politico complessivo – ha il sapore di una amara sconfitta per i quadri dirigenti delle forze politiche del sedicente “centrosinistra”. La clamorosa affermazione di Sannicandro – a maggior ragione il gradino più basso del podio in sorte a Battipede –  suonano come una bocciatura politica su tutta la linea della cordata che va dal Partito Democratico ai Socialisti, dal Laboratorio a Sinistra Italiana, a Governare il Futuro. Ci si potrà sperticare in interpretazioni e controdeduzioni, lamentare a mezza bocca l’“inquinamento” delle Primarie, magari – perché no – dare pure la colpa alla stampa, ma il dato di realtà rimane quello: di fatto, un’adesione politica partorita nel torno di una manciata di ore – quella del duo Sannicandro-Daucelli (Insieme per la Città) – ha battuto un progetto politico che da mesi, se non da anni, si andava costituendo lungo l’asse Vaccaro-Matera-Palmieri, attraverso un lavoro fatto di incontri, mediazioni, confronti. Perché Sannicandro e la sua “Insieme per la Città” (già Progresso Democratico) – occorre ricordarlo – fino al 10 febbraio, neanche un mese fa, si collocavano non solo al di fuori, ma contro quel progetto, del cui obiettivo primario– la riunificazione di tutte le anime del centrosinistra – sono stati tra i più fieri guastatori, quando erano al fianco di Michele Abbaticchio.

Non sfugga il valore politico di questo terremoto: gli argomenti, le battaglie, le ragioni politiche che per cinque anni – fino al 10 febbraio scorso – hanno caratterizzato l’opposizione di centrosinistra ad Abbaticchio, non troveranno rappresentazione in nessuna leadership nelle prossime elezioni. L’opposizione politica a guida dem si è suicidata, ha deciso di perdere la partita con Abbaticchio prima ancora di giocarla. Di contro, il maggior contendente di Abbaticchio per la carica di Sindaco sarà il rappresentante della consorteria che, in questi cinque anni, con Michele Daucelli ha gestito la delega forse più decisiva della Giunta Abbaticchio, quella al Bilancio. Detto altrimenti: Michele Abbaticchio ha involontariamente generato, quasi per partenogenesi, il suo maggior antagonista. La contesa delle prossime amministrative rischia di giocarsi perlopiù (resta l’incognita M5S) nell’orizzonte politico che egli stesso ha disegnato e dominato nell’ultimo lustro.

Se è notevole il merito tattico che va riconosciuto al duo Sannicandro-Daucelli, per aver costruito dal nulla una simile impresa dell’assurdo, tanto più grande, però, è il demerito di chi quel nulla abissale non è riuscito in alcun modo ad arginare. Non è tanto forte il consenso messo in piedi da Ipc in tre settimane intorno all’idea di un Sannicandro candidato Sindaco del “centrosinistra”, quanto si è dimostrato debole il legame delle classi dirigenti del centrosinistra “storico” bitontino con la propria base elettorale. Tra di esse, la responsabilità maggiore non può che spettare agli alti ranghi del Partito Democratico. Le 1153 preferenze di Battipede – il nome su cui tutti i “grandi” di quel partito avevano concordato di convergere – indicano le dimensioni di questo colossale fallimento.

Più che un canto del cigno, la colonna sonora di questa triste e ingloriosa parabola dem potrebbe echeggiare “Papaveri e papere”. “Papaveri” sono quei maggiorenti del partito che negli ultimi lustri, facendosi scudo dietro la segreteria dei “giovani”, hanno inanellato con certosina coerenza, in una sorta di perverso cupio dissolvi, una “papera” dietro l’altra, dal sistematico depauperamento elettorale alla nascita di una costellazione civica “parallela”, dal clamoroso screditamento ad opera degli organi sovracomunali nella vicenda di “Progresso Democratico”, sino all’umiliazione uguale e contraria, oggi, prodotta dal suo intempestivo reintegro. Neanche l’avversario politico più spietato avrebbe saputo concepire un piano di autodistruzione simile.

Il commissariamento del partito – se anche potrà non essere formalizzato in piena campagna elettorale, nel tentativo di salvare il salvabile – è ormai nei fatti. Biagio Vaccaro, il volto cui questa serie impressionante di fallimenti inevitabilmente è associata, dovrà cedere il passo. Come un’amara Nemesi, la vittoria alle Primarie di Lillino Sannicandro consumerà nei confronti del giovane dem la rivincita ad effetto ritardato rispetto alla partita congressuale del 2013, quando l’attuale candidato sindaco fu messo in minoranza. Tuttavia è alto il rischio che Vaccaro, cui certo non si possono risparmiare critiche, venga sacrificato come il capro espiatorio di una conduzione fallimentare, le cui responsabilità sono molto più estese. Non è un singolo, invece, ma un modello di gestione, una forma di disciplinamento clientelare, una cultura di partito ad aver trovato il capolinea il 5 marzo.

A margine, volando un po’ più alto delle immediate contese per il potere amministrativo, la grottesca vicenda delle Primarie potrebbe essere letta come il simbolo di una paradossale eterogenesi dei fini, propria di una democrazia cittadina ridotta a contabilità elettorale. Un modello che ha visto il suo exploit nel quinquennio targato Abbaticchio, ma che chiaramente ha origini ben più risalenti. Accecati dalla frenesia di mettere all’incasso un bonus di consenso, i dirigenti del “centrosinistra” hanno fagocitato il duo Sannicandro-Daucelli senza prevedere alcuna forma di garanzia politica, consegnandosi di fatto alla loro iniziativa. Quella che, nella mente dei suoi “strateghi”, sarebbe dovuta essere la mossa vincente per battere Abbaticchio, rischia così di rovesciarsi nel suo contrario: il collasso definitivo del Partito Democratico, un “liberi tutti” che andrà ad alimentare precisamente la bulimia di gruppuscoli di Michele Abbaticchio, che avrebbe dovuto contrastare. Un copione già visto.