Teodorico de Borgognoni, il vescovo-chirurgo di Bitonto che per primo sperimentò bende e anestesia

Filippo Lovascio
di Filippo Lovascio
Inchieste
01 febbraio 2017

Teodorico de Borgognoni, il vescovo-chirurgo di Bitonto che per primo sperimentò bende e anestesia

Scrisse il prezioso trattato “Cyrugia seu filia principis”. Ma scelse di non risiedere in diocesi

Alla fine dell’Ottocento, don Vitantonio Vacca, sacerdote bitontino della parrocchia dello Spirito Santo, nella sua “Cronografia Religiosa Bitontina”, un manoscritto che elencava i vari vescovi della diocesi di Bitonto fino al Trecento, integra al nome di Teodorico de Borgognoni, vescovo del XIII secolo, una ricca nota biografica. 

Teodorico, descritto da Vacca come rinomato chirurgo della Scuola Salernitana, che grande lustro diede a Bitonto, “prima di morire, e dopo un governo episcopale di dieci anni tutto carità, tutto amore, tutto filantropico, tutto cristiano, lasciava un libro di questi aforismi per la salute dell’uman genere”. Peccato che Teodorico fu sì vescovo di Bitonto, ma nella nostra città non ci mise mai piede. Il Vacca, per quanto ben intenzionato e dotto, non aveva certo la possibilità di accedere a diverse ricerche che ricostruiscono la vita e le opere di questo frate chirurgo e nostro vescovo.

 

Teodorico in una miniatura della "Cyrurgia" della Bibliotheek der Rijksuniversiteit, Leiden

 

Teodorico, della famiglia lucchese dei Borgognoni, nacque a Lucca nel 1205, ultimo di quattro fratelli. Suo padre, Ugo, lo portò con sé nel 1214 a Bologna, dove fu chiamato a esercitare l’arte medica come medico condotto e ufficiale sanitario dell’esercito cittadino. Teodorico da lui apprese molto, ma ben presto fu accolto nell’Ordine Domenicano dei predicatori, distinguendosi fra i frati per la sua arte medica che approfondì anche lontano dal padre (sul periodo della sua formazione, probabilmente avvenuta a Bologna, le notizie sono molo scarse). Non è ben chiaro perché a Teodorico fu permesso di studiare ed esercitare la chirurgia, ma non fu certo un caso isolato nell’ordine domenicano e la sua bravura lo portò a svolgere la sua attività anche fuori dal convento. Fu anche validissimo religioso, tanto da essere scelto per diversi anni come cappellano e penitenziere personale di papa Innocenzo IV.

Fu poi nominato vescovo di Bitonto, nel 1261/62 circa. Tuttavia non lasciò mai Lucca, dove possedeva alcune proprietà personali. Si è molto discusso su questo e molto probabilmente la scelta del frate è legata alla situazione politica del Mezzogiorno di quegli anni. Manfredi di Svevia, figlio di Federico II, era ancora intenzionato (come il padre) a creare uno stato unitario in Italia e per questo papa Clemente IV gli indisse contro una sorta di crociata. Tanto che, in una lettera del 1265 di Clemente IV, a Teodorico veniva chiesto di esortare i Lucchesi a rompere l’accordo con Manfredi e ad allearsi con il papa, cosa che infatti avvenne. 

Teodorico quindi non poteva certo recarsi a Bitonto, inclusa nel territorio controllato da Manfredi. Ma probabilmente non ne aveva semplicemente voglia. In un documento del 1301 è detto chiaramente che fr. Teodorico non giunse mai “perché quella chiesa non era a lui opportunamente gradita”, forse perché troppo lontana da Bologna e quindi dalla sua Università, in cui Teodorico poi si recò quando venne eletto vescovo di Cervia, in provincia di Ravenna, nel 1266, quando Manfredi era già morto e Carlo d’Angiò era stato incoronato per volere del papa re di Sicilia. 

 

Teodorico in una miniatura della "Cyrurgia" della Bibliotheek der Rijksuniversiteit, Leiden

 

Ma chi c’era intanto a Bitonto? Secondo le testimonianze dell’arciprete di Altamura, Joannes Currentus, un vescovo a Bitonto c’era eccome, date le richieste a lui fatte per alcune penitenze riservate ai vescovi, che lo portarono anche a spostarsi presso Altamura. Secondo alcune ricostruzioni, questo vescovo, di cui ignoriamo il nome, sarebbe stato a Bitonto dal 1258 e, a causa del suo appoggio a Manfredi, sarebbe stato deposto dal papa, ma proprio lo Svevo lo avrebbe riconfermato nella diocesi di Bitonto. 

Anche quando era vescovo di Cervia, Teodorico non si spostò da Bologna, accumulando per la sua attività di chirurgo, proseguita certamente per volere papale, varie ricchezze, che volle mettere a disposizione dei suoi confratelli di Lucca e Bologna e per le opere pie. Nel capoluogo emiliano rimase fino alla morte, avvenuta il 29 settembre 1298, dopo aver redatto un testamento con cui sanciva grandi lasciti ai domenicani di Lucca, di Bologna e alla sua diocesi di Cervia. 

Tuttavia l’eredità più preziosa è stata la sua Cyrugia seu filia principis, un grande trattato di chirurgia, ben lontano dal libro di aforismi a cui accennava Vacca. L’opera, la più importante di Teodorico, composta tra il 1248 e il 1276 (per la maggior parte mentre Teodorico era vescovo di Bitonto), riassumeva tutti gli insegnamenti appresi dal padre, sempre citato come “dominus Hugo”, probabilmente per un retaggio dovuto all’appartenenza originaria dei Borgognoni con una famiglia nobiliare. Mentre era a Roma presso il papa, ne fece una copia che regalò a Andrea de Albate, vescovo di Valencia, che la portò in patria anche se imperfetta e di cui si fece una traduzione in catalano. 

Per molti versi la Cyrurgia di Teodorico ha attinto, spesso parola per parola, da un altro testo molto importante, la “Chirurgia magna” di Bruno da Longobucco, che era stato studente di Ugo. L’opera di Teodorico è stata da molti giudicata come l’anello di congiunzione tra il sapere chirurgico fino ad allora accumulato, insieme all’insegnamento degli antichi, e la nuova pratica chirurgica, alla base delle cure moderne, grazie appunto alla combinazione dei saperi teorici e alla sua ampia esperienza nel campo pratico. 

 

Una pagina della "Cyrurgia", tradotta in Catalano, conservata alla Bibliothèque Nationale de France a Parigi

 

Definito precursore dell’ortopedia e inventore delle bende di tela, il grande merito di Teodorico fu di muovere i primi passi nel campo dell’anestesia. Con l'uso di una spugna immersa in una miscela di essenze ricavate da piante di oppio e papavero, posta sulle narici e sulla bocca del paziente, Ugo prima e Teodorico poi misero a punto questo efficace metodo per la narcosi, da cui ci si risvegliava con una spugna imbevuta di aceto. Contrario all’uso della Scuola Salernitana che considerava il pus “bonum et laudabile", Teodorico preferiva lavaggi di vino caldo sulle ferite e fu il primo a tentare interventi alle temute fistole anali e a tutti i tratti dell’intestino tranne per il digiuno, consigliando sempre di richiudere l’addome, contrariamente all’uso comune dell’epoca. 

Per molto tempo la nomina episcopale è stata considerata un vero titolo nobiliare concesso dal papa ai suoi favoriti, scevra dello spessore vocazionale con cui è oggi intesa, e sicuramente Teodorico l’ha considerata tale. Ma possiamo perdonargli la sua lontananza da Bitonto, consapevoli che quanto ci ha lasciato è ben più grande del suo distacco, in virtù del quale si è reso grande medico del corpo e dello spirito.

 

Fonti:

Frate Teodorico dei Borgognoni, vescovo di Bitonto e poi di Cervia, Felice Moretti, in Studi bitontini, 1982, fasc. 34/36

Il magistero chirurgico di Teodorico dei Borgognoni ed alcuni codici delle opere di lui, Modestino Del Gaizo, 1894

Il vescovo di Bitonto che inventò le bende per le fratture e l’anestesia, Emilio Putti, «La Gazzetta del Mezzogiorno», 4 marzo 1978

 

In copertina un dipitino della scuola del Ghirlandaio (XV secolo)