Perché la Giunta Abbaticchio va in pezzi?

Sabino Paparella
di Sabino Paparella
Esperia, Elezioni Amministrative 2017
20 febbraio 2017

Perché la Giunta Abbaticchio va in pezzi?

Potere vs Potenza. Lineamenti di analisi sulle dinamiche elettorali del centrosinistra

Di fatto, l’Amministrazione Abbaticchio al momento (non è improbabile, d’altronde, un rimpasto nelle prossime ore per coprire la delicata delega al Bilancio) si accinge a completare il suo ultimo trimestre di vita con soli quattro assessori in carica, quasi la metà, dunque, rispetto alla compagine di governo licenziata nel giugno del 2012. Dei quattro assessori rimasti, solo due figuravano nella foto di famiglia di inizio mandato (Mangini e Incatalupo). Sei assessori hanno lasciato Palazzo Gentile in questi anni, tre nei soli ultimi 6 mesi. Tre sono dovuti entrare in corsa, supplendo a posti rimasti vacanti. 

Ergo: qualcosa, decisamente, non ha funzionato. 

Dire di cosa si tratti, è faccenda più complessa. Parlare di fatalità e coincidenze pare inverosimile. Per quanto gli addii a Palazzo Gentile siano stati molto diversi fra loro – si pensi solo alla distanza tra l’aborto del vicesindacato “tecnico” di Marinella Murgolo e gli smottamenti degli ultimi mesi – una certa linea di tendenza, tuttavia, può e deve essere trovata. 

La premessa per trovarla, forse, consiste innanzitutto nel rinunciare a porre la questione nei termini di una ricerca di responsabilità (è colpa del Sindaco cattivo o degli infedeli politici fuoriusciti?), per provare invece a interrogarsi sul sistema che ha determinato una simile instabilità – una instabilità avvertita come politica, più che come amministrativa – e questo è un primissimo tema di analisi – in quanto il modello di governance adottato da Michele Abbaticchio, fortemente centralizzato, è sembrato garantire una certa continuità di governo, anche in presenza di continue fibrillazioni di Giunta.

Un primo aiuto alla riflessione può forse venire dall’identificazione degli assessori reduci. È indicativo, infatti, che i collaboratori rimasti al fianco di Abbaticchio – tanto quelli della prima ora (Incantalupo e Mangini), quanto quelli sopraggiunti in un secondo tempo (Calò e Parisi) – siano espressione di associazioni e movimenti civici. Viceversa, tutte le maggiori grane politiche dell’Amministrazione Abbaticchio, tali da richiedere modifiche della composizione di Giunta, sono arrivate da formazioni partitiche. L’apocalisse del quinquennio svela così l’anima del governo Abbaticchio per quello che è sempre stata: un’espressione segnatamente civica della politica, appunto, sostenuta – in veste di cabina di regia o di foglia di fico, a seconda delle interpretazioni – dall’innegabile movimento di partecipazione e di richiesta di ricambio della classe dirigente affiorato nel 2012.

Di converso, cosa nella logica dei partiti si è dimostrato incompatibile con l’Amministrazione Abbaticchio?

La risposta sembrerebbe scontata, e più volte noi stessi l’abbiamo abbozzata: il mito dell’uomo solo al comando, la gestione tecnico-manageriale del processo decisionale, l’incapacità di fare gioco di squadra…

Tuttavia, non si tratta qui di fare teoria. Non si tratta di confrontare Abbaticchio con una forma platonica di “Partito politico”. Per rispondere, è invece necessario considerare quali partiti sono qui in discussione; con quali partiti concretamente l’Amministrazione Abbaticchio ha avuto a che fare. Sebbene si debba sempre distinguere un caso dall’altro, anche qui sembra però inevitabile cogliere una linea di tendenza comune: non può essere una coincidenza che IdV, SEL e PSI, al di là delle differenze, siano tutte sigle riconducibili a forze partitiche che sono, se non formalmente estinte, quantomeno assenti dall’arco parlamentare nazionale. Si tratta di realtà politiche che negli ultimi tempi hanno vissuto un progressivo sgretolamento delle strutture di partito, vedendo le proprie ragioni politiche risucchiate dal gorgo costituito nell’ultimo decennio dal PD “a vocazione maggioritaria” di stampo veltroniano. Eppure, queste sigle resistono in uno scacchiere locale come quello bitontino. A quale prezzo? Con quale identità? 

Si direbbe che questi pseudo-partiti abbiano sfruttato il double-bind del modello politico di stampo maggioritario, riempiendo di volti ed interessi locali sagome ideologiche della politica nazionale ormai svuotate di contenuto. 

Il quadro dell’analisi politica locale, che in questi anni, specie in riferimento al centrosinistra, ci siamo esercitati a raffigurare attraverso la polarizzazione tra “partiti” (intendendo quasi sempre il PD) e “civismo”, allora, andrebbe arricchito di un terzo protagonista: questi “quasi-partiti”, partiti deboli o non-più-partiti, che dir si voglia. Gruppi dirigenti locali che, da una parte, hanno potuto beneficiare di una rendita simbolica ed elettorale legata al passato – in questo distinguendosi dalle civiche – e dall’altra, però, hanno avuto briglia sciolta nel definire la propria agenda di contenuti, non avendo una “ditta” da cui prendere disposizioni –in questo distinguendosi dai partiti propriamente detti. 

Da quest’identità ambigua di quasi-partiti alla trasformazione in baronìe elettorali, identificate non tanto da contenuti politici discriminanti, quanto da stili personali di conduzione dell’iniziativa politica, il passo è brevissimo. In soldoni: chi ha votato e vota IdV, PSI e SEL a Bitonto, lo ha fatto o per una fidelizzazione ideologica di principio (il “manipulitismo”, il “socialismo” dei tempi che furono, il “vendolismo”), oppure per la fidelizzazione personale ad un notabile e al suo “gruppo”. Lo dimostra la difficoltà nell’individuare delle specificità di contenuto nell’iniziativa politica di queste sigle, che non si riduca all’operato del singolo assessore (un esempio fra tutti: l’assordante silenzio in occasione degli appuntamenti referendari).

In questo senso, si capisce come gli smottamenti politici degli ultimi sei mesi abbiano riguardato una perdita di consenso elettorale, più che – stricto sensu – di “valore aggiunto” politico per l’Amministrazione Abbaticchio; volendo utilizzare categorie “alte”, si potrebbe dire che, con l’esodo dei partiti, Abbaticchio e la sua maggioranza abbiano subito una perdita di potere, più che di potenza politica. Viceversa, è a questo bacino di potere – e non di potenza politica – che Abbaticchio ha attinto a piene mani in questi anni, fino agli inevitabili mal di pancia provocati dall’approssimarsi di una nuova campagna elettorale; lo ha fatto addensando temporaneamente un partito di paria politici, di “spatriati”, di “spartiti” – come a suo tempo abbiamo scritto. È questo coaugulo provvisorio che negli ultimi mesi si è squagliato, né più, né meno. È stato, oggettivamente, lo spazio liquido dei quasi-partiti, più che lo stesso ambiguo fenomeno del “civismo”, il luogo della instabilità dell’Amministrazione Comunale in questi cinque anni.

Prima che ai difetti personali e agli interessi di bottega, è a questo quadro complessivo di disgregamento della ragione partitica che occorre guardare, se si vuole provare a comprendere in quale campo di forze si sia manifestata l’evidente debolezza politica – ma anche la possibilità stessa di nascita – della compagine di Abbaticchio. È questo, infatti, il paradosso: la feudalizzazione politica della città è stata al contempo croce e delizia di Michele Abbaticchio; con l’impotente complicità, d’altra parte, della dirigenza locale del Partito Democratico, patentemente incapace di “laicizzare”, nel paese delle congreghe, inveterati patronati e baronie clientelari del centrosinistra bitontino. L’ombra del PD e del suo fallimento – non va dimenticato – è onnipresente nel racconto di questo florilegio locale di quasi-partiti. Michele Abbaticchio è un “addensante” che il Pd ha creato e che, date le premesse, si accinge fatalmente a ricreare: come ben sa chi è versato nell’arte culinaria, la gelatina, ottenuta dagli scarti della macellazione, non si usa che per sopperire ad una carenza qualitativa della materia prima. Assorbe l’acqua in eccesso. E non si può negare che i dem bitontini, negli ultimi anni, abbiano fatto acqua da tutte le parti.