Luigi Ghirri: memorie di pietra

di La Redazione
Cultura e Spettacoli, Inchieste, Le memorie bianche di Ghirri a Bitonto
17 febbraio 2017

Luigi Ghirri: memorie di pietra

Il saggio del critico Arturo Carlo Quintavalle sul reportage del fotografo a Bitonto

A venticinque anni dalla morte di Luigi Ghirri, BitontoTV, ripropone integralmente il saggio breve che Arturo Carlo Quintavalle, rinomato storico dell'arte, dedicò all'opera del fotografo modenese realizzata a Bitonto, durante la Biennale d'Arte dedicata a Francesco Speranza. Il testo, che rappresenta un commento autorevole sulla cifra stilistica di Ghirri, è datato Giugno 1990 ed è contenuto nel catalogo "La Pietra e i Luoghi".

 

Luigi Ghirri è un interprete singolare, ha itinerari, percorsi che raramente scopri e che poi, alla fine, le fotografie rivelano, o almeno fanno intuire. Ecco dunque le immagini splendide di una Bitonto diversa e lontana, una Bitonto come immobile, bloccata dentro una luce che riconosciamo diversa, singolare.  

No, non diciamo certo che questa luce è la luce del sud: nelle foto di Ghirri non trovi mai la retorica della natura, non trovi mai la descrizione, non trovi mai la cartolina.  

Per capire vorrei cominciare ricordando un'immagine di condomini di periferia, sono quelli che vediamo ovunque, dalla Modena ricca alla Lodi industriosa, dalla Palermo assolata alla distesa Ravenna, sono i luoghi insomma della retorica delle periferie, e Ghirri li trasforma, non sono più lo spazio del folklore e del "popolare" ma sono come una scena, uno spazio metafisico, si fanno, di colpo, immagini assolute, senza tempo. 

Ecco dunque una caratteristica delle immagini di Ghirri, la durata.  

Non basta questo esempio? Proviamo con l'altra foto, della biblioteca, pareti di libri piazzati come dentro una stampa antica oppure in un film di Visconti, in mezzo un busto di bronzo che accentua l'idea di una antica messa in scena; così ancora l'altra foto con l'anticamera del sindaco e lo prova la scritta, vernice a fuoco con targa bianca.

Le immagini di Ghirri sono incredibili, certo, ma proprio per la loro dimensione che è fuori del tempo: osserviamo i ragazzi che giocano per strada, osserviamo quella specie di sequenza "concettuale" dove prima vedi uno spazio di pietre e intonaci, volumi assoluti dipinti di bianco, poi, di colpo, come apparizioni ecco i ragazzi e poi, di nuovo, in un'altra immagine, ancora il vuoto di uno spazio che appare però carico di storia (e di "storie").  

Attraverso Ghirri ecco un'altra Bitonto dove ogni luogo è denso di storia, anche la bottega del barbiere con la sedia che è una macchina di tortura dadaista mentre dentro lo specchio lo spazio è quello di Duchamp e Man Ray. Ghirri vede attorno a sè con sguardo carico di esperienza, Ghirri fotografa il passato con l'occhio al presente, alle avanguardie, ma lo fa evi-ando le bieche citazioni, e restituendo invece una dimensione delle città, e degli eventi, che passa attraverso una complessa costruzione delle immagini che vogliamo meglio mettere a fuoco. 

E cominciamo col meccanismo delle assonanze. 

Il Duomo di Bitonto ha i grandi arconi che inquadrano le finestre antiche, uno spazio bloccato, assoluto, ma non senza parentele: Ghirri ne scopre nell'arco di porta vicino al fruttivendolo, ma anche in un isolato muro di pietre dentro un uliveto. 

Vediamo adesso la costruzione della foto proporzionale: se confrontate la costruzione della foto dell'interno del Duomo con il fonte battesimale e quella dell'uliveto grigio sulla rossa terra scoprite che il grande albero e la colonna occupano quasi la medesima posizione. 

Insomma anche il sistema dei rapporti, l'uso attento dei ritmi sono un elemento costante della invenzione di Ghirri. Non basta, Ghirri ha scoperto anche la dimensione delle sculture: no non vogliano citarle tutte: qui dobbiamo capire non tanto gli scultori quinto lui, il fotografo e il suo modo di interpretarli. 

Pensate a Lorenzo Guerrini che punta su una dimensione degli spazi e sul necessario legame fra scultura e architettura: Ghirri capisce subito la solitudine di queste sue sculture, la loro tensione, la loro novità e contrappunta quello scuro della loro scabra pietra con il bianco del dietro entro cui le inserisce. 

Il fotografo ricerca dentro le sculture i rapporti: Così ritrova in Giò Pomodoro il mito della macchina e le tensioni delle strutture: così scopre in Folci la dimensione degli schemi che non hanno una vita indipendente ma sono Iì, appoggiati alle antiche pareti, memorie di metallo e carta contro la pietra; cosi legge in Rammellzee il barocco di una fantascienza che evoca Max Ernst; così ritrova in Piero Gilardi il fascino degli antichi fondi marini, pietre ingannevoli fatte di gommapiuma, colorati omaggi a uno scomparso naturale, così scopre in Antonio Paradiso l’invenzione concettuale di un peso che si solleva, di un dietro che interrompe le ombre di una misteriosa piazza d’Italia; così ancora in Theodoroslrecu,ra il fascino mitico degli elementi, della pietra e del fuoco, della terra e dell’aria, come in Kounellis ma con una diversa adesione alla antica "minimal”. 

E Ghirri sa analizzare anche le lingue dei giovani, quelli che innovano, che hanno sensibilità e inventiva, ed è il caso di Pantaleo Avellis che con le sue vasche, le sue scritte, le girevoli luci, i riflessi, presenta un racconto mobile dentro la pietra ricco di fascino e novità. 

Lo so, molto altro vi sarebbe da dire, e su molti artisti. ma questo introibo potrà bastare per comprender la ricerca di Ghirri e per trarre qualche conclusione. 

Ho detto che Ghirri osserva la realtà come su una scena o, meglio, riconduce lo spazio a una messa in scena antica, quella di una precisa tradizione delle avanguardie. 

Credo che il De Chirico de Le Piazze d'Italia gli sia ben presente, e poi ancora Magritte che a De Chirico tanto deve, quel Magritte che a Ghirri deve avere suggerito idee per quei personaggi come sospesi nel tempo immoti in un gesto per sempre fermato. 

Ho da tempo segnalato il rapporto fondante del "concettuale" per Ghirri ma a questo devo anche aggiungere oggi la capacita di costruire un racconto non diretto, realistico, immediato, ma attraverso filtri "alti” che respingono le antiche lingue del realismo e sospendono l’evento, lo fanno immediato, intenso, carico di inattese durate. 

Non so se queste sculture potranno restare dove si trovano, e so bene che in alcuni casi, come quello di Lorenzo Guerrini o del giovane Avellis sarebbe importante, ma, anche se questo situazione andasse perduta, rimarranno le foto di Ghirri a farci capire come una città, una abietta periferia, un angolo “qualsiasi” dei nostri luoghi del quotidiano possa diventare, di colpo, lo spazio senza tempo del “racconto”, il luogo di una sognata, mitica memoria. 

 

Arturo Carlo Quintavalle

Parma, giugno 1990.