I giorni di Ghirri a Bitonto

di La Redazione
Cultura e Spettacoli, Inchieste, Le memorie bianche di Ghirri a Bitonto
17 febbraio 2017

I giorni di Ghirri a Bitonto

Franco Sannicandro racconta l'esperienza del fotografo in città

A venticinque anni dalla scomparsa del fotografo modenese, BitontoTV racconta i giorni passati da Luigi Ghirri a Bitonto, per documentare la Biennale Internazionale d'Arte dedicata a Francesco Speranza, con le testimonianze di Franco Sannicandro, presidente del Comitato organizzatore.

 

L’estate del 1990 fu una stagione culturalmente atipica per Bitonto. Francesco Speranza era morto sei anni prima, e l’Amministrazione Comunale, sollecitata da un nutrito gruppi di appassionati ed esperti di arte, organizzò la prima e unica Biennale intitolata al pittore. Un evento incredibilmente maestoso, che portò per le strade e le piazze del centro opere di Guerrini, Karavan, Giò Pomodoro e altri artisti di calibro internazionale, coadiuvati da Studio Azzurro, ormai realtà di riferimento per l’arte contemporanea.

Per documentare l’intero mese di esposizioni, il Comitato della Biennale chiamò il fotografo modenese Luigi Ghirri, allora impegnato in una lunga ricerca sui paesaggi del Sud, che lo aveva portato alcuni anni in Campania e Puglia.  “Una persona mite e riservata” ricorda Franco Sannicandro, scultore e presidente del Comitato che sovrintendeva la Biennale. 

Nessuno immaginava che il lavoro di Ghirri, che ha impreziosito il catalogo della Biennale, intitolato “La Pietra e i Luoghi”, sarebbe diventato ricercato. Non solo per le assolute doti del fotografo (la cui fama e influenza era stata definitivamente riconosciuta già negli ultimi anni di vita), ma perchè finito presto al centro di un affaire amministrativo che impedisce ad oggi di esporre e consegnare alla comunità l’intero reportage. 

Nel 1990 Ghirri non poteva saperlo e girò per più di due settimane Bitonto in catartico silenzio, alla ricerca di quella “Pietra” - leit motiv della Biennale - tanto nelle algide sculture esposte, quanto nei vicoli di un centro antico allora chiaroscurale: di giorno bianco-azzurrino, come le dominanti preferite da Ghirri, di notte oscuro e carico di contraddizioni.

“Per oltre quindici giorni - continua Sannicandro - ogni mattina ho fatto colazione con Luigi, ci scambiavamo due chiacchiere, gli raccontavo storie sulla città. Poi partiva e si perdeva nei vicoli, con una vecchia Leica a pellicola al collo”.  

A differenza di quanto si possa immaginare, se si esclude il lavoro di documentazione della mostra, Ghirri preferì lavorare come un reportagista tradizionale. In solitudine, girovagando per ore tra le casette del borgo vecchio. Solo per visitare le campagne (ritratte in una foto presente nel catalogo) si dovette far accompagnare in auto.

“Conosceva già la zona, ma Bitonto per lui è stata una scoperta fantastica. Lo dimostra il saggio che Quintavalle, che già da tempo seguiva il suo lavoro, gli dedicò” racconta il Presidente del Comitato. 

“È davvero un peccato che queste opere rimangano chiuse in Biblioteca - commenta amaro Sannicandro - si tratta di un patrimonio unico, che crescerebbe in valore se fosse autenticato dalla Fondazione. Già allora un singolo scatto valeva 800.000 lire. Bisogna fare qualcosa”.