Papa straniero cercasi

Sabino Paparella
di Sabino Paparella
Politica, Esperia, Elezioni Amministrative 2017
24 gennaio 2017

Papa straniero cercasi

PD & Co. alla ricerca di quel che già hanno: una leadership spendibile elettoralmente

Un fantasma si aggira per Bitonto: il fantasma del Candidato Sindaco del PDC (Partito Democratico & Co.). I rumors su chi potrebbe incaricarsi di guidare la coalizione di controsinistra, nata in alternativa al centrominestra di Abbaticchio, da settimane ormai appassionano i frequentatori del sottobosco politico cittadino, fino all’indiscrezione su possibili primarie trapelata qualche giorno fa, forse più come provocazione performativa di una candidatura che come verosimile annuncio profetico

Una discussione spettrale e quasi sofistica, in realtà, per chi si limitasse a leggere le cronache e credere ingenuamente che la politica sia una cosa semplice: perché a questo sguardo infantile non potrebbe che apparire evidente che una leadership “naturale” per un’alternativa di (pseudo)centrosinistra all’attuale Amministrazione esiste già; è quella di Franco Natilla.

Facciamo un passo indietro. La “sindrome del Papa straniero” a ben vedere non è una novità per il centrosinistra bitontino. Sembra anzi essere diventata una regola – per restare solo al passato recente, tralasciando già i lustri piciani – dopo la fragorosa rottamazione delle nomenklature della Pescara subita nel 2008 a suon di “cantieri della partecipazione” valliani. È la sindrome che ha prodotto, in fondo, non solo la candidatura Intini nel 2012, ma anche la possibilità di “secessione” e di relativa “primavera” abbaticchiana. E che negli ultimi anni ha caratterizzato la stessa direzione politica dem, consegnata al badantaggio dei giovani. Su questo sfondo, non stupisce che, puntuale, si ripresenti in questi giorni la caccia al nome di grido, al professionista affermato, al tecnico capace, al padre nobile – in ogni caso, qualcuno che non risulti immediatamente associabile al “vecchio ambiente del partito”, così impopolare in tempi di dilagante disintermediazione e populismo anti-sistema.

Questa tornata, tuttavia, sembra presentare una dose supplementare di paradosso. Perché mai come in questo quinquennio, in effetti, una leadership di opposizione sembra essere cresciuta ed essersi radicata come quella di Natilla. Di fatto, specialmente dopo l’uscita di scena di Paolo Intini, egli ha catalizzato l’eloquenza e la capacità di argomentazione in funzione anti-abbaticchiana, dimostrandosi de facto la voce del PD, quando de iure tale ruolo sarebbe dovuto spettare ad altri. Ha osato sfidare l’unanimismo pro-Abbaticchio del centrosinistra bitontino in occasione dell’elezione di secondo livello del Consiglio Metropolitano, vincendo la sua battaglia e guadagnandosi un seggio da molti ritenuto improbabile. A livello regionale, infine, si è guadagnato, a suon di prodigiosi avanzamenti di carriera professionale, il ruolo di braccio destro del Presidente del Consiglio Loizzo, attestandosi così come luogotenente di quella corrente dei democratici baresi non precisamente allineata sul fronte del sostegno incondizionato al “bravo” Michele Abbaticchio.

Natilla sembra averle infilate tutte. Non ultima, la “mozione Natilla” – la tesi di incompatibilità con un Abbaticchio-bis –  pur non essendo mai stata formalizzata in quanto tale, nei fatti è uscita vittoriosa da quel “tavolo del centrosinistra” tentato da Procacci e Lacarra per provare a non perdere le elezioni di primavera. Indipendentemente dalle responsabilità della non-ricomposizione, sta di fatto che Natilla ha avuto ragione: il matrimonio non s’aveva da fare. Di più: la sua ragione politica – l’odiosità del compromesso con il presunto carattere tirannico di Abbaticchio – si è in definitiva dimostrata il significante comune all’intero rassemblement di controsinistra, particolarmente ai fuoriusciti, dal Laboratorio ai Socialisti.

Se tutto questo è vero, non può che suscitare perplessità che il nome di Natilla, a quanto sembra, non sia mai neanche entrato nell’urna da cui dovrebbe essere estratto il profilo della nuova stella del centrosinistra bitontino. Come spiegare questa contraddizione?

Tre ipotesi di risposta, con i ragionamenti che ne conseguono.

Prima ipotesi: il profilo di Natilla non sarebbe condiviso dagli alleati dei democratici.

Oltre a sembrare controintuitiva – ad animare questa coalizione, come si è detto, è esattamente il desiderio di rappresentare un modello amministrativo alternativo e contrario a quello abbaticchiano, secondo il credo di Natilla – questa ipotesi spingerebbe a riflettere sulla composizione dei rapporti di forza fra PD e alleati: la Pescara si è veramente indebolita così tanto da non poter più esercitare un ruolo egemonico sulla propria parte politica?

Seconda ipotesi: il profilo di Natilla non sarebbe voluto dagli stessi democratici. 

La contraddizione, in questo caso, sarebbe ancora più marcata. Se – nonostante la partita sul posizionamento del PD sia stata inequivocabilmente vinta da Natilla – il partito intendesse comunque ignorare l’orientamento emerso, sarebbe legittimo sospettare che il PD giochi a perdere, più che a vincere, queste elezioni. Detto altrimenti: che una strategia di non-belligeranza o di falsa belligeranza, sostenuta da un candidato di bandiera, nasconda in realtà solo la volontà di tentare dopo le elezioni quella fusione fredda che non è riuscita in questi anni, e particolarmente negli ultimi mesi. Fusione che, alle attuali condizioni, non potrebbe che apparire come un inspiegabile inciucio. 

Terza ipotesi: lo stesso Natilla sarebbe indisponibile ad una candidatura.

Si tratta del caso più problematico e denso di criticità. A che scopo, infatti, aver consolidato in questi anni una leadership di opposizione, in tutto e per tutto alternativa al profilo e all’operato di Michele Abbaticchio, se poi ci si sottrae alla responsabilità della proposta, e al giudizio dei cittadini rispetto a tale proposta? Di più: come escludere che, in caso di elezione di un altro candidato dem, Natilla continui ad esercitare questa sua leadership obliqua e indiretta, configurando di fatto una diarchia, di lotta e di governo, a capo del controsinistra?

A monte, sembra che a contraddistinguere la ricerca spasmodica del PDC in queste settimane sia l’irriflessa convinzione di una dissociazione tra leadership politica e comando strategico in tempo di elezioni. È questo il punto: lo scollamento tra primato politico e potere tecnico-formale risulta essere, oltre che una pura e ingannevole finzione (e il caso Abbaticchio sta là a dimostrarlo), anche profondamente anacronistico, in tempi di galoppante disintermediazione. Si può anche eleggerlo, un Papa straniero, credendolo straniero, a patto di sapere che, di questi tempi, sarà poi legittimato a deterritorializzare i confini: e a ritrovarci stranieri, infine, potremmo essere noi, che ci credevamo saldamente installati nel cuore del mondo.