#Michelerisponde. Il sindacato della disintermediazione

Sabino Paparella
di Sabino Paparella
Politica, Esperia
09 gennaio 2017

#Michelerisponde. Il sindacato della disintermediazione

Lo sfogatoio civico 2.0 alle porte della nuova campagna elettorale

Sarebbero dovuti essere giorni di pausa. Vuoi per gli scampoli delle festività, vuoi per l’inattesa mole del diversivo offerto dalla neve, questo lunghissimo weekend della Befana nelle sue premesse si prospettava come una tregua non concordata per la politica bitontina. 

Eppure, è stata tanta la politica andata in scena nelle ultime ore. Non perché siano accaduti fatti politici significativi (rumors parlano anzi di comprensibili rinvii di riunioni decisive della maggioranza), quanto per il significato politico – persino indicativo dei contenuti della prossima campagna elettorale – che, implicitamente, ciò cui abbiamo assistito in questi giorni portava con sé. L’isteria collettiva dilagata sui social network in concomitanza con le anomale condizioni metereologiche, con annesse segnalazioni di disagio e appelli di ogni tipo al Sindaco, non è (solo) un caso di studio per la psicologia sociale e delle masse. Ha un nome ben preciso nelle teorie della comunicazione e dell’organizzazione: disintermediazione. Si tratta di un fenomeno, enormemente amplificato dalla rete, che da anni nel nostro piccolo proviamo a ricostruire nel microcosmo bitontino (vedi "Il rinculo di McLuhan" e "Il ciclone del 'Sindaco a portata di mano'"): consiste nel rendere sempre più diretto il rapporto tra richiedente ed offerente – o, viceversa, tra gestore e fruitore – di un bene o servizio, sia esso di natura commerciale, conoscitiva o perfino, come nel nostro caso, amministrativo-politica, eliminando tutti gli intermediari tradizionali della transazione. Il “Sindaco a portata di click” che Michele Abbaticchio, sin dal giorno del suo insediamento, ha incarnato, è l’emblema di questa “rivoluzione”, che trasfigura in un’interfaccia digitale quella funzione che fino a poco tempo fa, con un’espressione che credevamo persino avveniristica, chiamavamo “front office”. 

Il delirio social esploso negli ultimi tre giorni prova che oggi il rapporto tra cittadino e Pubblica Amministrazione deve commisurarsi con l’idealtipo del “Plug and Play”, della connettività ad utilizzo immediato, vincolata a spazi (una bacheca Facebook) e tempi (un massimo di pochi minuti) improntati al consumo istantaneo. L’efficienza del rapporto si misura sull’aderenza a tale modello ed alla reattività (la velocità media del feedback) che dispone. Così come si clicca sul carrello di Amazon per comprare un libro (facendo a meno di uscire di casa, recarsi in libreria, chiedere indicazioni al commesso, recarsi alla cassa per il pagamento…), allo stesso modo, per richiedere o sollecitare l’erogazione di un servizio comunale (sorvolando qui sulla legittimità della richiesta in quanto tale) si clicca sulla bacheca Facebook del Sindaco. Niente burocrazia, niente trafile di uffici, niente mail o fax, niente “mi passa il responsabile del servizio?”, né U.R.P., né Sportelli Unici, nemmeno i cari vecchi “numeri verdi”. Tutta preistoria spazzata via: per ogni necessità c’è la bacheca del primo cittadino, conseguentemente intasata dalle richieste più disparate e improbabili.

Bisogna chiarire un aspetto: di questo sfogatoio civico 2.0 il Sindaco non è una povera vittima inconsapevole. Al contrario, la totale disintermediazione digitale è essenzialmente la forma attraverso cui egli ha strutturato sin dal primo momento il suo rapporto pubblico e istituzionale con i bitontini. Il linguaggio attraverso cui, sin dal suo insediamento, egli ha manifestato la sua idea di “prossimità del Comune ai cittadini”, sovrapponendo la sua figura di rappresentante con l’istituzione comunale stessa, è quello di Facebook. Gli inusuali “cahiers de doléances” digitali, pertanto, non sono che il precipitato ultimo di un meccanismo di comunicazione che il primo cittadino scientemente persegue e convintamente eccita ogni giorno a suon di foto, tag, condivisioni e like, da cui misura l’intensità della fiducia di cui è depositario.

D’altronde, bisogna precisare anche che non si tratta di una diabolica invenzione del nostro Sindaco. Sarebbe troppo facile qui citare Matteo Renzi. Basti almeno osservare che quel che Abbaticchio fa ad arte, con un’innegabile dose di perizia ed astuzia, tutti i politici locali provano a loro volta ad abbozzare. In queste stesse ore di “emergenza neve”, ad esempio, il governatore Michele Emiliano ha suscitato clamore per un post in cui invitava chiunque avesse bisogno d’aiuto a contattarlo direttamente al suo numero di cellulare; così anche il sindaco di Bari Antonio Decaro, non lesinando riferimenti personali e familiari (il pathos personale, il contatto sentimentale diretto con la gente è d’altronde una componente retorica fondamentale nel meccanismo di disintermediazione), ha tenuto ad informarci di non avere più sensibilità alle mani per la troppa neve spalata. E gli esempi di un rapporto social-mediatico diretto tra politici e cittadini potrebbe lungamente continuare, dall’esibizione fotografica del proprio corpo-in-opera per il bene della città, sino al fenomeno, più sottile e indiretto ma non meno pervasivo, dell’uso invalso di diffondere comunicati stampa “riservati”, selezionando in maniera mirata testate giornalistiche on-line che si limitino a darne amplificazione senza aggiungervi commenti.

La logica è la medesima: sviluppare un contatto massimamente diretto tra fonte e utente, senza che nessuno si intrometta – il che vale a dire, senza che nel mezzo intervenga alcuna interpretazione critica di quanto la fonte afferma – una logica che, per inciso, impone anche un’enorme necessità di riflessione per chi, in questo mondo disintermediato, esercita il mestiere di informare.

Quel che pare certo, in definitiva, è che la disintermediazione sia, per così dire, un “segno dei tempi”. Un portato dell’evoluzione della società in cui siamo trascinati. È possibile, allora, dire che sia un male, o un bene? Rispondere sarebbe molto complesso. Prima ancora di esprimere un giudizio di valore, però, ci sono almeno tre considerazioni preliminari che è possibile fare.

Primo: la disintermediazione non è qualcosa di neutro. Non si tratta, cioè, di un mero “strumento” di comunicazione. Sottende un modello di gestione politica. Se il cittadino per ogni necessità è incentivato a rivolgersi direttamente alla bacheca del Sindaco, quest’ultimo, specularmente, dovrà pretendere che tutta la macchina amministrativa, per essere efficiente, funzioni a suo comando tramite condivisioni Facebook e segnalazioni Whatsapp. L’agenda di lavoro degli uffici, in definitiva, dovrà essere dettata dal criterio di reattività alle notifiche dei social. E l’unico lavoro dotato di “realtà”, agli occhi dei cittadini, sarà quello documentabile con un post. Tutto ciò che non passa dai social – la noiosa burocrazia dei mediatori – semplicemente, non esiste. Ciò comporta una radicale riorganizzazione delle istituzioni e del lavoro che al loro interno si svolge.

Secondo: al di là delle apparenze, quello della disintermediazione è un sistema tutt’altro che inclusivo. È un modello competitivo, che non può e non deve comprendere tutti. Per sua stessa natura è destinato a creare un gap tra chi sta al passo della reattività social e chi no. Di conseguenza, rappresenta un modello di disunione sociale: tra i politici user-friendly e gli analfabeti digitali, tra “le persone del fare” (che coincidono con i personaggi taggati nei post del Sindaco) e quelli che “sono buoni solo a parlare”, o se si vuole “a scrivere” (i “gufi” e i “leoni da tastiera” di renziana memoria).

Terzo e più importante punto: si tratta di una “rivoluzione” irreversibile. La pagina social del Sindaco ha segnato un punto di non ritorno. Dopo Abbaticchio non sarà più possibile fare il Sindaco come si faceva prima di Abbaticchio. Perché se, come ha spiegato Marx, è l’offerta che genera il bisogno e non viceversa, allora i cittadini d’ora in poi non accetteranno più di fare a meno di presentare ogni loro istanza all’istituzione comunale attraverso un tag Facebook. Se questo sia o meno “educativo” dal punto di vista civico, lasciamo ad altri valutarlo. Certo è che con questa evidenza si dovranno confrontare, indistintamente, tutti i protagonisti dell’incipiente campagna elettorale. È anzi credibile immaginare che sulla capacità di promettere più disintermediazione degli altri candidati si misurerà una parte non minima dell’appeal dei pretendenti alla poltrona di Palazzo Gentile.

Su questa corsa alla disintermediazione, e su quanto essa modifichi la nostra stessa percezione del merito dei “contenuti” da disintermediare, dovrebbero riflettere gli osservatori – quegli stessi osservatori di cui la disintermediazione si candida a dimostrare l’inutilità. Molto più delle pretenziose mode intellettuali sulla cosiddetta “post-verità” à la Oxford Dictionary, la pervasività del modello della disponibilità digitale che ogni giorno invade le nostre bacheche dovrebbe farci riflettere su cosa significhi essere cittadini, governati e governanti, oggi.