Mariangela Aruanno 'miglior attrice protagonista' secondo il BroadwayWorld Italy Awards

Federica Monte
di Federica Monte
Cultura e Spettacoli
13 gennaio 2017

Mariangela Aruanno 'miglior attrice protagonista' secondo il BroadwayWorld Italy Awards

Una lunga intervista realizzata da Federica Monte per BitontoTV

Cosa rende una persona qualunque un’Artista? L’umiltà. E di umiltà Mariangela Aruanno, trentenne bitontina, – reduce dalla prestigiosa vittoria come Miglior Attrice Protagonista ai BroadwayWorld Italy Awards – ne ha da vendere. Lo spettacolo che le ha consentito di ottenere questo successo è Mimì è una civetta, musical liberamente tratto dalla Bohéme di Giacomo Puccini, seguito e curato dal regista americano Greg Ganakas. 

Numerosissimi i suoi studi in capo teatrale. Ha frequentato dapprima la Scuola del Musical di Gino Landi a Bari, successivamente l’Accademia di Musical Lim di Rossana Casale a Roma, poi ancora l’Accademia di Sanremo. Tantissimi gli stage e le lezioni di tecnica vocale con i migliori Maestri del panorama italiano, da Juvarra alla Misiti. Ha studiato recitazione, danza e tip tap col Maestro Cesare Vangeli. Ha cantato nei teatri più belli e prestigiosi d’Italia: dall’Arena di Verona, all’Aula Paolo VI al Sistina. Ha lavorato con Maestri d’orchestra del calibro di Oren e Frisina, con registi grandissimi provenienti direttamente da Broadway.

“Non è stato semplice – racconta - devo tutto alla famiglia meravigliosa che Dio mi ha affidato. Una famiglia sempre stretta attorno a me e sempre pronta a supportare le mie scelte, talvolta difficili da accettare. Mi sono trasferita a Roma quando avevo soltato 19 anni, col sogno di diventare una cantante e ho lasciato l’Università a 10 esami dalla laurea. Lavorando tanto in teatro, non riuscivo a conciliare le cose e volevo portare avanti una sola cosa ma fatta bene. 12 anni fa i tempi erano diversi, Roma sembrava cosi lontana e pochi coetanei avevano il coraggio di cambiare città. In più il lavoro di cantante e attrice non mi assicurava lo stipendio a fine mese. Non è stato facile per i miei ma non mi hanno mai scoraggiata ma sempre sostenuta e amata.”

Con l’interpretazione di Mimì, protagonista dello spettacolo Mimì è una civetta ti sei aggiudicata il premio per la Migliore Attrice Protagonista ai BroadwayWorld Italy Awards. Che emozione è stata?

L’emozione più bella, aldilà del premio, è stato leggere i messaggi di tanti amici, colleghi, registi, Maestri che in quest’occasione mi hanno rinnovato la stima e l’ammirazione. È stato meraviglioso leggere ovunque “se l’è meritato, è una brava artista”, è stato bello ascoltare i ricordi di vecchi colleghi che hanno esclamato “lo sapevamo che avresti fatto una bella carriera”. Questo lavoro lo scegli perché hai bisogno di donare qualcosa di te al pubblico e se non avessi vinto il premio sarebbe stato uguale. So di aver donato tutta la mia anima e la mia voce, ad ogni singola replica, quindi sono felice per il premio ma sarei stata felice e soddisfatta anche se non fosse arrivato. Fare l’attore è una missione, e qualsiasi cosa accada intorno, la missione resta la stessa.

La storia di cui sei protagonista è tratta dalla Bohéme di Puccini, che personaggio è la tua Mimì e cosa ha in comune con Mariangela?

La sfida più grande della mia Mimì era arrivare dove la lirica non sempre riesce a giungere: all’anima del personaggio. Nella lirica si tende a dare più importanza all’aspetto puramente vocale e il pubblico aspetta l’acuto finale per applaudire. In Mimì è una civetta, pur mantenendo le tessiture originali della lirica (cosa molto difficile per un cantante pop),la sfida è stata quella di dare nuova luce ai personaggi. Mimì nella Bohéme lirica fa il suo primo ingresso in scena già morente per la malattia. Il punto è: perché? Dopotutto Mimì è una ragazzina, giovane, fresca, bimba e seppure comincia a manifestare i primi sintomi della malattia, ha sempre lo spirito di una 22enne innamorata.  Di qui la grande difficoltà, far vivere davvero Mimì. La signora Cristina Mazzavillani Muti presentandomi in conferenza stampa ha fatto sorridere i giornalisti accostando il mio volto a quello della Mimì dell’immaginario collettivo, diceva “è uguale, è lei”.

Si dice che gli attori attingano dal proprio bagaglio di emozioni per interpretare i personaggi che gli vengono affidati. Che emozioni rievochi tu per interpretare al meglio Mimì?

Mimì ha dato la possibilità a Mariangela di crescere artisticamente ed umanamente. È stato un duro e affascinante lavoro dentro me stessa e con me stessa. Ho dato a Mimì tutto quello che potevo. Sarebbe riduttivo dare un nome a queste emozioni. Ogni replica mi toglieva il fiato sul finale, mi toglieva l’energia perché sentivo di averla data tutta e non ne rimaneva più per me. Il mio unico e solo tatuaggio è una frase di Mimì, voglio tenerla impressa lì per sempre.

Nonostante le numerose repliche, come si reinventa la tua Mimì in tutte le performance?

La risposta è già nella tua domanda. La bellezza e la difficoltà del mio lavoro è proprio quella: reinventarsi. Ogni sera il personaggio “deve” provare qualcosa di nuovo pur recitando le stesse battute ed agendo nello stesso ambiente e con gli stessi attori. Se cosi non fosse il lavoro risulterebbe meccanico e finto. Per un attore quel “deve” diventa il divertimento e la vera magia. Il “come” sta nella propria sensibilità e nelle emozioni del momento che non ti tradiscono mai. Ho avuto la grande fortuna con Mimì è una civetta di essere stata diretta da un regista americano immenso, Greg Ganakas appunto. Greg non pronunciava una sola parola in Italiano ed con lo slang americano che usava facevo fatica a seguirlo. Non mi crederai, ma siamo cosi tanto entrati emotivamente in contatto che ad entrambi spesso bastava la mimica ed il linguaggio del corpo per capirci. Un’esperienza personale che non si può raccontare a parole. L’altra grande fortuna è stata avere al mio fianco attori con la A maiuscola. Nessuno si è mai risparmiato, nessuno si è mai accontentato. Tutti abbiamo continuamente fatto un lavoro di ricerca, aggiungendo sempre qualcosa in più e confrontandoci con grande professionalità, attenzione e amore. Voglio citarli perché questo premio è anche loro: Luca Marconi, Giulia Mattarella, Adriano Di Bella, Paolo Gatti, Alessandro Blasioli, Filippo Pollini, Luca Iacono, l’aiuto regista Chiara Nicastro. L’ensemble di attori e ballerini di elevato livello artistico, i musicisti raffinati  guidati da Alessandro Cosentino, che con gusto sopraffino ha messo mano alle partiture originali della Bohéme creando una nuova e a mio parere meravigliosa Opera Musicale. Vorrei citare anche tutto lo staff del “Ravenna Festival” che partendo da un’idea della Signora Muti ha avuto il coraggio di lanciarsi in una tale sfida.

Quanto è stato difficile approdare finalmente nel mondo del teatro professionale?

Il mio primo contratto lavorativo importante risale al 2008, con lo spettacolo che da 23enne mi portò a cantare nell’Aula Paolo VI in Vaticano davanti ad 8000 persone, e da lì in poi ne sono venuti tanti altri. Lavorare a grandi livelli è un’impresa difficile. Ho finito l’Accademia di Musical a Roma nel 2006 e dopo 2 anni è arrivato il primo grande lavoro. La difficoltà non c’è stata solo a quei tempi ma esiste tutti i giorni. Devi essere sempre competitivo, non devi sbagliare. Sul palco hai una grande responsabilità, porti te stesso e il lavoro di chi si è fidato e affidato a te. Con Mimì le responsabilità erano maggiori. Parliamo di Puccini, della Bohéme, dei teatri lirici italiani tra i più importanti sul panorama. Devi essere in costante allenamento, sempre al top. Ci vuole coraggio per condurre questa vita. Dopo esperienze che ti portano in Paradiso, finisce il contratto e finito quello, torni a casa. Devi essere pronto a ricominciare da zero.  A ricercare nuovi provini e ripartire come se non avessi fatto nulla prima, ma con un bagaglio di esperienze che ogni volta ti rende più forte. 

Qual è la situazione del Musical in Italia rispetto a Broadway o al panorama Londinese? In cosa dovremmo migliorarci?

Dovremmo iniziare a studiare seriamente la musica dalla scuola elementare. Dovrebbe essere introdotto lo studio del pianoforte, del solfeggio, della musica, della danza a livello scolastico. Nonostante ci siano performer italiani molto bravi, manca la cultura. Ci sono ancora docenti che ammoniscono gli studenti perché “per andare a scuola di musica il ragazzo non si impegna abbastanza a scuola” e genitori che impediscono ai figli di seguire la propria vocazione per un 5 in matematica. Io sono figlia di una bravissima professoressa di matematica, quindi non parlo a sproposito. Se la musica e la danza fossero discipline scolastiche primarie credo che cambierebbero molte cose. Per il momento in Italia siamo indietro e comunque la tradizione italiana è quella delle commedie musicali o  delle opere popolari. La cultura del Musical vero e proprio - tranne qualche importazione come Sister Act  del quale ho fatto parte al Nazionale di Milano - è lontana.

 

 

Tra le tue performance, ricordo con esattezza la tua interpretazione di Beatrice nel musical La Divina Commedia di Monsignor Marco Frisina, al fianco dell’allora Dante, Vittorio Bari. Che esperienza è stata?

La tournée più lunga per il momento. 3 anni nei panni di Beatrice Portinari, in giro per tutta l’Italia e per i più bei teatri tra Milano, Roma, Firenze, Bologna, Napoli, Bari, Catania, Verona, Trieste. 3 anni indimenticabili. Nel periodo natalizio ho portato il mio compagno per la prima volta da Vittorio Bari, lì dov’è ora, al cimitero. Volevo presentarglielo. Vittorio è lì con la foto che lo raffigura nei panni di Dante e probabilmente ci dedica qualche nota quando andiamo lì. Mi hanno raccontato che la Bohéme era la sua opera preferita. Chissà cosa avrebbe detto adesso? In quell’occasione ho ricordato l’episodio più bello di quei 3 anni che voglio raccontarti, per farti arrivare la mia emozione tutte le volte che ricordo la Divina Commedia. Arena di Verona, 27 giugno 2011. Ero terrorizzata alla vista di quelle 10.000 persone, o forse più, non ho idea di quante fossero. Entro in scena sulla musica trionfale di Frisina, su un enorme pedana di fronte al pubblico. Avrei finalmente cominciato a cantare sulle prime note del Paradiso. Vittorio si gira di spalle al pubblico, mi viene incontro emozionato. Evidentemente legge il mio terrore negli occhi, mi guarda, mi fa un sorriso gigantesco e muove le labbra lentamente sussurrandomi “Sei bellissima”!

Come combatti la precarietà insista nella condizione dell’Artista?

Scrivendo, leggendo, studiando, cucinando biscotti, amando la mia famiglia e il mio uomo, ricercando nuovi lavori, piangendo e rialzandomi. Ricordandomi di quanto sono fortunata per avere avuto tutto quello che ho.

Qual è il tuo sogno nel cassetto?

Fare un giorno quello che hanno fatto i miei genitori per me.

Sei spesso a contatto con giovani ragazzi che sognano di fare teatro, che consiglio daresti loro?

Da qualche anno mi sono approcciata all’insegnamento del canto, tenendo laboratori di Musical al Das di Bitonto di Clelia Caiati, Masterclass presso il LIM -  Accademia di Musical di Roma, e lezioni private a Roma. Mi trovo continuamente a stretto contatto con ragazzi che vogliono cominciare ora. A parte il fatto di adorarli e di legarmi tanto a loro perché mi sento una di loro e non al di sopra, li ammiro. Non è facile tentare questa carriera, bisognare avere tantissima determinazione e vero amore. Cosi racconto sempre loro la verità. Bisogna prepararsi a cadere quando ti chiudono le porte in faccia, e a restare con i piedi per terra quando ti capitano grandi cose. Ma se ami questo lavoro, parti, vai, tenta, cerca, corri, studia. Quando sei dietro le quinte e il direttore di scena annuncia “5 minuti” ne sarà valsa la pena, e allora vola!