La fede ai tempi della post-modernità secondo don Armando Matteo

Filippo Lovascio
di Filippo Lovascio
Cultura e Spettacoli
21 gennaio 2017

La fede ai tempi della post-modernità secondo don Armando Matteo

Il teologo è stato ospite ieri della Fondazione Santi Medici

Incontro stimolante e partecipato quello tenutosi presso l’Auditorium “Degennaro” dello scorso 19 gennaio, in cui la Fondazione SS. Medici ha invitato come ospite d’eccezione don Armando Matteo, teologo e docente presso la Pontificia Università Urbaniana, che ha discusso del tema “La fede tra conflitti generazionali e post-modernità”. Dopo i saluti del rettore don Vito Piccinonna e del viceparroco don Antonio Stizzi, sin da subito don Matteo ha precisato che la realtà del post-moderno “è talmente parte del nostro modo di pensare e vivere che io non vi dico niente di ciò che non sappiate e viviate già”

Il teologo ha infatti ripercorso con un’attenta disamina storica quel particolare fenomeno della post-modernità, che vuol dire “dimenticarsi di essere nati nella propria data di nascita, ma convincersi che siamo tutti nati nel 1859, quando Darwin elaborò la sua teoria sull’evoluzione della specie”, ha spiegato don Matteo. Da quel momento in poi capire la vita equivale a guardare l’evoluzione degli animali fino all’uomo, scoperta che ha aperto scenari sino a quel momento inediti. “Se Abramo fosse risorto all’epoca di Garibaldi”, ha chiarito don Matteo, “sarebbe diventato un garibaldino in due settimane. Se resuscitasse oggi, non riuscirebbe mai a vivere nella nostra epoca”.  

Non esiste più alcun paradiso, “ciò che si aspetta, l’aldilà, perde tutta la sua importanza di fronte a ciò che c’è già” e dunque l’eternità, parola guida per secoli, è sostituita dall’emergenza e dalla promozione dell’io". Passando per Marx, che preferisce una società senza paradiso e più giusta, per Freud, che parla di anima come materia al pari del corpo, e ricordando la rivoluzione del 1968, durante la quale i margini della società hanno preso la parola, e la rivoluzione digitale degli anni 90, don Matteo ha messo in luce come “la nostra società non sente come guide parole come eternità, natura, maturità, sacrificio e tradizione, ma ora sono guide parole come salute, partecipazione, aggiornamento, sessualità, donna. Non c’è più una verità da cercare, ma si aprono infinite prospettive di verità”.

Queste prospettive hanno però costituito la base culturale su cui sono cresciute le generazioni successive, in particolare quella dei nati tra il 1946 e il 1964, dai sociologi definiti gli eterni immaturi. “In media gli italiani pensano di non essere più giovani a 60 anni”, ha commentato don Matteo, “ma si sentono vecchi a 80 anni. Dove però non ci sono adulti, non c’è spazio per i giovani”. È questa la causa di tutti i conflitti tra generazioni differenti, le famigli diventano isteriche perché non c’è differenza e distacco tra adulti e giovani, tanto da far rimanere i giovani “cellule totipotenziali”, inespressi e incapaci di scegliere, che equivale a dividere la possibilità dalla realizzazione, dunque perdere opportunità. 

Rimedio a queste sfide dell’uomo moderno è la fede cristiana, che aiuta l’uomo a riscoprire un senso della vita senz’altro alternativo a quello post-moderno. “Nella fede ci ricordiamo che non siamo esseri infiniti” ha illustrato don Matteo, “ma ritroviamo quel senso della contingenza che è proprio dell’uomo”, che è chiamato a far parte di una comunità, “perché non si può mai essere cristiani da soli”, legati dall’esercizio della preghiera, “l’esperienza stessa del credere”.