aNOnymous. Il Grillo che canta vittoria

Sabino Paparella
di Sabino Paparella
Politica, Esperia, Referendum Costituzionale 2016
06 dicembre 2016

aNOnymous. Il Grillo che canta vittoria

Un’analisi sul significato del voto referendario a Bitonto

Chi ha vinto la consultazione referendaria a Bitonto?

Si tratta di una domanda carica di incognite e insidie, perché pretende di circoscrivere un significato locale per un voto di prospettiva nazionale – e per di più (almeno teoricamente) non politico, ma referendario – che, stando alle cifre, sembrerebbe assolutamente omogeneo rispetto al trend macroregionale del Sud, a sua volta uniformemente accentuato rispetto alla media nazionale (la Puglia è, dopo la Campania, la regione peninsulare con il più alto consenso per il No) [clicca qui per tutti i numeri del voto a Bitonto]. 

Conta davvero, in un quadro statisticamente così coerente, considerare il posizionamento degli esponenti politici locali? Immaginiamo per un momento di poterlo fare. La possibilità più immediata per tracciare una linea tra vincitori e vinti, in questo caso, sarebbe immediatamente quella di decidere in base ai pubblici endorsement con cui politici di varie appartenenze hanno dichiarato di “lavorare” per un fronte o per l’altro. In quest’ottica si potrebbe facilmente dire che a Bitonto ha vinto il PD “non allineato” di Natilla e ha perso quello del giovane gruppo dirigente Vaccaro-Tribuzio; che ha vinto Forza Italia e ha perso il “nuovo” centrodestra mercenario variamente assoldato nell’armata abbaticchiana; che hanno vinto le micro-sinistre massimaliste orbitanti intorno al progetto della cosiddetta Costituente e hanno perso quei cattocomunisti e socialisti che non hanno saputo trovare la quadra intorno ad uno dei due schieramenti; che ha vinto il Movimento 5 Stelle e ha vinto, soprattutto, per l’ennesima volta, Gino Ancona, che alla prima occasione in cui rinuncia al tradizionale boicottaggio elettorale, spendendosi per il No, prende due piccioni con una fava: affluenza e preferenza. Si potrebbe, oppure no. Perché una tale dicotomica rappresentazione, senza dati attendibili sulla composizione del voto e sui flussi, occulterebbe il fatto che si tratta in realtà, al suo interno, di tante vittorie e tante sconfitte, diverse l’una dall’altra. E si rischierebbe così di distribuire premi e castighi immeritati e sproporzionati.

Se ne deve concludere che sul significato locale di queste votazioni nulla si può dire e si deve soltanto tacere? Forse no. Forse il problema è di non considerare tale significato come un valore assoluto, ma di commisurare il dato numerico emerso dallo scrutinio, nella sua uniformità local-nazionale, a quello che è avvenuto a Bitonto negli ultimi mesi e, particolarmente, nelle ultime settimane. In quest’ottica il minuscolo scenario bitontino potrebbe rivelarsi inaspettatamente significativo, una sorta di case study per ipotizzare, induttivamente, una ricostruzione di quel che avviene su scala nazionale.

In particolare, il piccolo caso bitontino potrebbe aiutare a smontare un falso mito à la Travaglio, che ha fatto la sua comparsa stanotte dopo l’annuncio dei risultati ed è stato prontamente amplificato dalla stampa internazionale per una sorta di rito autoespiatorio dell’intellighenzia sinistroide: il mito secondo cui la vittoria a furor di popolo del No sarebbe il terzo capitolo di un romanzo iniziato con la Brexit e proseguito con la vittoria di Trump negli USA, la cui trama sarebbe quella del volto “buono” dell’insorgente populismo, indicativo di un ritorno della politica fra la gente, di una democrazia diretta incompresa dall’establishment, dai giornali, dai potentati. È il mito aureo antichissimo dell’agorà greca, che rivivrebbe sotto i nostri occhi attraverso la categoria della “disintermediazione sociale” e della logica cibernetica del peer to peer – detto alla grillina, dell’“uno vale uno”.

Ora, il piccolo caso bitontino dimostra che questo mito di un ritorno alla democrazia diretta, autenticamente popolare, tra-la-gente, è, semplicemente, falso. Perché contraddetto dai dati empirici. In città a stare fra-la-gente, a confrontarsi sui contenuti della riforma referendaria, a discutere e dibattere faccia a faccia sono stati gli esponenti del Comitato per il Sì, non meno di quelli per il No. In ogni caso in misura molto maggiore rispetto a coloro che potenzialmente oggi capitalizzano più di tutti la vittoria del No: i grillini. Questi ultimi, tolto un incontro pubblico ed una sparuta biciclettata, sono stati in-mezzo-alla-gente molto meno di quanto non abbia fatto il gruppo di Marco Tribuzio, di Damascelli, di Tafuto, persino di Città Democratica, che pure non si è schierata. I grillini, cioè, non sono, a rigor di linguaggio, “popolari” come si vorrebbe; non hanno un vero “radicamento sul territorio”, perlomeno per come siamo sempre stati abituati ad intenderlo: una sede fisica riconosciuta come punto di riferimento, con persone in carne ed ossa, dove quotidianamente ci si incontra per discutere e confrontarsi con i cittadini – li chiamavamo “partiti”. Questi grillini sono gli stessi che hanno identificato con sessantatré clic un deputato della Repubblica, che dopo tre anni e mezzo risulta ancora un quasi-sconosciuto per gran parte delle forze politiche e dei cittadini bitontini, non essendo frequenti – prima di questa campagna referendaria – le occasioni in cui abbia tenuto pubblici comizi per confrontarsi con le persone in carne ed ossa sul proprio lavoro parlamentare.

Eppure, nonostante una campagna pentastellata “in contumacia”, il No bitontino registra una percentuale assolutamente in linea con il dato regionale e nazionale. 

Che significa? Significa che quella del No, allo stesso tempo, è e non è una vittoria grillina. Lo è, cioè, a patto di considerare questa vittoria con lenti differenti da quelle cui la logica partitica ci ha abituato.  

Lo strano caso bitontino mette così in luce due aspetti complementari del “populismo anti-establishment” che la vittoria del No rappresenterebbe.

Per un verso, si tratta della vittoria di un voto di opinione – e il MoVimento 5 Stelle è oggi senza dubbio l’unica forza politica in grado di suscitare voto di opinione. Il che significa che è un voto condizionato da dinamiche nazionali, “centrali”, simboliche più del voto per qualsiasi altra forza politica: se è stato spinto a votare Sì per aver ascoltato un comizio organizzato da Marco Tribuzio (e indirettamente per la fiducia personale nei confronti  dei democratici bitontini), il bitontino medio è invece stato spinto a votare No perché ha ascoltato e letto “Grillo”, non certo Giuseppe Cannito o Francesco Cariello. 

In secondo luogo, la vittoria di questo voto di opinione, a dispetto della bella favola della politica fra-la-gente, si costruisce oggi rigorosamente in remoto, virtualmente, in absentia. Altro che “disintermediazione”: il voto grillino, “populista”, per il No è essenzialmente mediatico – con la sola avvertenza che non si tratta qui di media tradizionali – la televisione e la carta stampata, per intenderci, che dunque abbiamo buon gioco a ritenere incapaci di interpretare il sentimento e l’opinione pubblica contemporanea.  Si potrebbe dire che a veicolare questo voto di opinione è la Rete – a patto di intendersi su cosa il termine indichi nello specifico. La Rete, infatti, non è (semplicemente) il web o Internet. Non è cioè un supporto materiale, uno spazio neutro, un contenitore di informazioni. È piuttosto un modello di interazione sociale, un meccanismo di produzione-distribuzione-consumo della merce par excellence del Terzo Millennio, le informazioni, la cui specificità è quella di rendere intercambiabili i ruoli di fonte e ricevitore dell’informazione. In soldoni: nella Rete tutti producono e consumano al tempo stesso informazioni, di modo che non è più possibile alla fine dire chi sia l’autore di una notizia, di una opinione, di un commento al testo costituzionale, di uno slogan politico, di un messaggio di propaganda. 

Ecco perché si tratta di una forma di populismo assolutamente irriducibile al linguaggio politico ordinario: la Rete bypassa la fisicità della tradizionale adunanza delle folle intorno al leader; non crea “massa critica”; è, perciò, anonima e non identificabile. Priva di responsabilità soggettive puntuali, la Rete per definizione non è imputabile.

Ecco la risposta alla nostra domanda: Bitonto dimostra, nel suo piccolo, che a vincere non è stato un chi, ma un cosa. È questo il significato della “vittoria” grillina che si cela nella “non-vittoria” dei grillini. Una vittoria di Idee senza ideatori, di Politiche senza politici, che risiede su tutt’altro piano rispetto alla discussione fisica della democrazia diretta ateniese; sul piano del riconoscimento simbolico e della comunicazione non-verbale. È questa la “democrazia” che viene. Occorre tenerlo a mente, a New York, a Roma, a Bitonto.