Il segno di Palombaio

Sabino Paparella
di Sabino Paparella
Esperia
28 dicembre 2016

Il segno di Palombaio

Sul rapporto tra il presepe vivente allestito nella frazione e le recenti polemiche sulla petizione anti-migranti

Questo per voi il segno: 

troverete un bambino avvolto in fasce, 

che giace in una mangiatoia. 

Lc 2, 12

 

Vicino

E difficile ad afferrare è il Dio.

Ma dove è pericolo, cresce

Anche ciò che salva.

F. Hölderlin, Patmos

 

Il piccolo presepe vivente di Palombaio, per la prima volta allestito in una zona meno centrale – “dietro le scuole” direbbero i palmaristi – verso la temuta “periferia” dei “baresi”, non è una rappresentazione religiosa. È un segno. E come tutti i segni, condivide due nature, una propria e una ulteriore, una letterale e una figurata. Così il presepe di Palombaio, che è sì una messinscena tradizionale del Natale cristiano, ma è anche metafora di quella comunità che l’ha prodotta. Anzi: è una cosa perché è anche l’altra, e lo è entrambe nello stesso tempo. Perché è vero che si tratta di un allestimento curato da Parrocchia, ANSPI e Oratorio, sotto la vigile supervisione di padre Romualdo; ma è anche vero che a Palombaio è difficile distinguere la linea di confine, dove finisce il gregge e inizia la comunità civile. L’una si confonde-con e invera l’altra. Fra quelle capanne e quei figuranti, gli animali e le anticherie della nonna, va in scena una performance sociale, non meno che una rievocazione confessionale.

Cosa racconta? Racconta di una comunità tradizionale, laboriosa, capace di condividere, che si è impegnata con gratuità in settimane di faticosa organizzazione per offrire non un prodotto, ma una esperienza: l’esperienza della bellezza dei legami, del ritrovarsi la sera di Natale tutti insieme, tutto il paese, a scambiarsi gli auguri in un luogo segnato dal senso dell’appartenenza. 

Racconta di una comunità economa e onesta, che si ingegna per coprire le spese sostenute, senza tariffe né pedaggi, magari con un biglietto della lotteria da due euro, magari con porzioni di pettole fritte tra le capanne, ricotta calda appena fatta o pizza cotta nel forno a legna, dai prezzi anacronistici e irrisori.

Racconta di una comunità educata e familiare, dove gli scarti generazionali non sono violenti, dove sono i giovani del paese a chiedere ai più anziani di rievocare le tradizioni, dove tutti insieme si collabora nelle attività del presepe, ragazzi e vecchi, donne e uomini.

Racconta di una comunità spontanea e ingenua ai limiti di quanto oggi sarebbe ammissibile, che con la campagna elettorale alle porte consente con nonchalance che tra gli sponsor del presepe ci sia un neonato movimento politico civico, con tanto di cartellone pubblicitario in bella vista fuori dai cancelli.

È vero che davanti al presepe dei palmaristi si sarebbe tentati di mettere in relazione due significati. Il significato della natività da loro rievocata e quello, stridente, della petizione contro il centro di accoglienza per immigrati che ha fatto parlare di sé nelle scorse settimane. È vero ed è anche legittimo. Ma sono forse i significanti, in questa occasione, a raccontare di più: più di quel che la rievocazione dei palmaristi vorrebbe dire, quello che essa nei fatti è; più che Gesù, Maria e i pastori, quei giovani e quegli anziani che hanno dedicato tempo e fatica ad un’opera di comunità così bella. Nella loro dedizione, nella loro generosità c’è già tutto, senza bisogno di scomodare simboli cristiani. C’è tutto, compresi i paradossi. Ci sono le riserve di umanità che si nascondono sotto la cenere delle pochezze, della grettezza, dell’ignoranza, della xenofobia; e che forse di quelle pochezze sono sempre, in tutti noi, destinate ad essere il rovescio. 

Più che un simbolo, allora, quel presepe è un segno.

Il prete dall’altare della Messa di Natale legge il Prologo di Giovanni: “venne dai suoi, ma i suoi non l’hanno accolto”. Sia lodato Gesù Cristo. Sempre sia lodato. Ma la gente non ascolta. Neanche il prete, forse, si ascolta. Cita una poesia di padre Turoldo: “Vieni, figlio della pace/ noi ignoriamo cosa sia la pace:/e dunque vieni sempre, Signore”. Sia lodato Gesù Cristo. Sempre sia lodato. Ma non ascoltano, nessuno si ascolta parlare. Parlano, e non dicono. Flatus vocis, significanti vuoti, senza significato nella loro bocca.

Non importa. Non è questo il punto – non i significati, non i simboli. Alla fine della messa, si va tutti al presepe. Il chierichetto adesso lavora il legno in una capanna; un altro inforna le pizze; l’organista lavora a maglia affianco alla grotta; la signora della prima lettura frigge le patatine. Il parroco si è tolto la casula e dirige tempi e attività, dice di andare a prendere altro vino; il vice, anziano, si concede un piatto di bruschette con l’olio buono. Tutti sorridono, salutano, abbracciano. Il segno. Quello che Palombaio è, più che quello che dice di voler o non voler essere. Il Natale incarnato di cui quel presepe già fa esperienza, più che quello che vorrebbe rappresentare. Il segno natalizio di sé che Palombaio dovrebbe saper leggere e riconoscere. Sempre sia lodato.