Centrominestra e controsinistra

Sabino Paparella
di Sabino Paparella
Politica, Esperia, Elezioni Amministrative 2017
19 dicembre 2016

Centrominestra e controsinistra

Lo psicodramma della politica bitontina alla partenza della campagna elettorale

C’era una volta il centrosinistra. Era un concetto semplice, immediato, quasi banale. Era centrosinistra tutto quel che non era centrodestra: una delle poche certezze della vita, come il fatto che dopo il tramonto del sole spunta la luna, e viceversa. Due parti di un intero, lo Yin e lo Yang, Stanlio & Ollio, maschio e femmina, testa e croce.

Oggi, le cose sono decisamente più complicate. Non è necessario richiamare modelli antropologici à la Gaber o complicate disamine sul disincanto post-ideologico: basta guardare al quadro che, dopo la simil-Leopolda di ieri mattina, la politica locale sembra essersi rassegnata a profilare per la prossima contesa elettorale.

Dei quattro schieramenti principali che presumibilmente si presenteranno al giudizio dei bitontini in primavera, nessuno sarà, a rigor di termini, una coalizione di centrosinistra. È questo il guadagno in termini di chiarezza che il Natale politico 2016 sembra metterci sotto l’albero: se ancora cinque anni fa avevamo creduto che il centrosinistra bitontino fosse diviso, come un vaso spezzato in due cocci – con la relativa diuturna teoria di tavoli di riunificazione-riconciliazione-riappacificazione, oggi realizziamo che questo dibattito è stato fortemente fuorviante, perché, semplicemente, non c’è centrosinistra a Bitonto. Né uno né molti.

Non è centrosinistra il minestrone politico assortito nelle vesti di novello Capitan Findus da Michele Abbaticchio, secondo il principio del “di tutto un po’”. Una satura lanx in cui convivono residuati valliani e padroni dei voti dell’alta borghesia destrorsa, cattolici e laicisti, moralizzatori e opportunisti, broker e scout. Una cornucopia di voti e interessi eterogenei, frutto dell’accumulo patologico seriale di Michele Abbaticchio e della sua bulimia paranoica; in cui, soprattutto, è scomparso ogni simbolo politico nazionale, fatta salva la (sempre precaria) bandiera di Rifondazione Comunista, che dall’alto dei suoi 500 voti dovrebbe conferire una coloritura politica ad una coalizione che vorrebbe contarne almeno il ventuplo – si direbbe una sorta di rimedio omeopatico. Un’ingenuità quasi commovente. 

Non è centrosinistra nemmeno la coalizione che il PD (è ancora difficile qui individuare un regista preciso) da buon robivecchi ha assemblato da ciò che rimaneva nello spettro politico bitontino. 

Qui non si tratta di arrischiare acrobazie interpretative. Agli atti della cronaca, quella che ieri, in un’atipica drammaturgia renziana, (non) è stata presentata alla città, è una coalizione composta da realtà che si sono rifiutate di accettare le condizioni per stare con Abbaticchio (o che Abbaticchio non è riuscito a infilare tra i suoi – a seconda dei punti di vista). Un’alleanza politica letteralmente di risulta, d’accatto, di scarto. Una coalizione fatta di personaggi, sigle e contenuti di seconda mano, la cui ragione sociale, al di là delle dichiarazioni di intenti, non può che essere quella di costituirsi “contro” chi ne ha ostacolato l’assimilazione, nella fattispecie Abbaticchio o quanti tra i suoi si sono opposti a determinati “innesti”. 

Il Partito Democratico è riuscito nell’impresa quasi impossibile di imbarcare in solido forze politiche di cui è stato all’opposizione non in una, bensì in due differenti Amministrazioni, e per di più di segno politico opposto: da una parte, dalla scuderia del fu Sindaco Valla, Valori Sociali (Lisi) e il già Nuovo Psi-già UDC-oggi Governare il Futuro (Desantis-Martucci); dall’altra, dalla “primavera abbaticchiana”, i Socialisti e il Laboratorio. Il PD giovane a guida Vaccaro pertanto, nei fatti, in nome del senso di frustrazione che l’attanaglia, si candida a raccogliere eredità politico-amministrative che da otto anni aspramente combatte. Un caso di isteria da manuale, che si somma ad un chiaro disturbo schizofrenico, se si considera il comportamento dei dem a livello sovracomunale nei confronti di Abbaticchio.

Si dirà: non sono le persone, le sigle, le “storie” (si dice ancora così a sinistra, giusto?) a caratterizzare politicamente una coalizione. Sono i programmi. Anzi: sono i fatti – “non le facce, ma i fatti contano”, come piace ripetere a qualcuno.  Questo assunto di fede pragmatista (detto per inciso: profondamente di destra, dal punto di vista storico e concettuale) confessa un convincimento ancora più inquietante: la contesa elettorale ai nastri di partenza dimostra non solo che un centrosinistra a Bitonto non c’è, ma che non se ne avverte il bisogno. Non è necessario. Ci interessano solo i fatti. Meglio: ci interessa solo che qualcuno faccia i fatti, che ci risolva i problemi, un buon amministratore. Del resto, non è questo il copione che vediamo andare in scena da un paio di lustri, dallo sgretolamento dei cosiddetti “partiti tradizionali”, per intenderci –a livello locale, dalla fine del decennio targato Pice? Non è stato questo il copione che ha preparato l’avvento di Valla prima e di Abbaticchio poi?

Chi oggi saluta come un inevitabile peccatuccio veniale l’estinzione del centrosinistra certificata dal duello “centrominestra vs controsinistra” implicitamente aderisce a questa tesi. E allora tanto vale chiuderla qui con questa “politica”. Tanto vale risparmiarci il giornalismo, la pubblica dialettica, le elezioni stesse; tanto vale demandare ad una comparazione di curriculum a tavolino – magari con un bell’algoritmo informatico – la scelta del candidato più meritevole per la gestione dell’azienda comunale.

Diversamente, se si intende ancora fare politica in questa città, rifondare radicalmente il centrosinistra è il compito che qualcuno dovrà raccogliere l’indomani dell’elezione del nuovo Sindaco. Rifondare, si è detto: perché fin quando ci si ostinerà a porre la questione nei termini di una rottura da rimediare, non se ne verrà a capo. Non si tratta di rimettere insieme due metà. Il centrosinistra bitontino non può essere l’esito di una sintesi o di una fusione più o meno fredda fra due presunte anime: non è una delle due, e nemmeno la loro semplice somma. È un’altra cosa. 

Intanto, c’è un’elezione da vincere. E fra paranoici, isterici e schizofrenici, non è escluso che a sorridere possa essere infine chiunque abbia un grillo per la testa.

 

In copertina "Mobili nella valle", Giorgio De Chirico