#Untaggable. Il crudele disprezzo per le sottigliezze

Sabino Paparella
di Sabino Paparella
Cronaca, Esperia
07 novembre 2016
Photo Credits: Lisa Fioriello

#Untaggable. Il crudele disprezzo per le sottigliezze

Sui casi di femminicidio, violenza, razzismo e la loro comunicazione

Le notizie di cronaca degli ultimi giorni, rimbalzate dalle testate locali agli organi di informazione nazionali, procurano un certo senso di disagio e di smarrimento. Dal caso del centro di accoglienza per immigrati di Palombaio, alla sentenza di assoluzione dei nove bitontini imputati di una violenza sessuale di gruppo nel 2010, sino all’ultimo e più eclatante caso dell’uccisione di Mariagrazia Cutrone, una serie di questioni diversissime eppure in qualche modo collegate hanno sollecitato l’opinione pubblica bitontina. Ad accomunarle, il clamore dell’esposizione di una comunità medio-piccola di provincia a fantasmi sociali solitamente considerati come problemi su larga scala, come fattacci che riguardano l’evoluzione di una società che corre veloce, lontano dai tempi sempre uguali a se stessi della cittadina impegnata a stracciarsi le vesti per le buche nelle strade. 

Si tratta di notizie che i meno giovani associano immediatamente “alla televisione”, e  che le ultime generazioni si sono abituate a seguire attraverso le catene di condivisione sui social media; sono “casi” ricondotti a categorie sociologiche e spesso criminali codificate dal gergo giornalistico. “Razzismo”, “rivolta contro i migranti”, “branco”, “video hard”, “violenza di genere”, “tragedia familiare”, “femminicidio”, “violenza domestica”: sono espressioni che impregnano ogni giorno le prime pagine dei quotidiani, leggendo le quali si è immediatamente portati ad associare una serie di immagini, di storie, di “cronache dell’orrore” (un’altra frase ad effetto) fortemente tipizzate, che perdono i contorni del fatto specifico e finiscono per assomigliarsi un po’ tutte. Una dinamica della comunicazione, questa, fortemente connessa con l’uso stereotipizzante del linguaggio, una volta prerogativa del giornalismo e dell’abuso di sintesi dei titolisti, oggi dilagante anche grazie alla mania dei tag sui social media.

Si sente spesso dire che al cospetto di queste notizie e del loro racconto giornalistico il rischio da evitare sia l’assuefazione da bombardamento mediatico: abituarsi a tal punto da divenire incapaci di indignarsi. Bisognerebbe forse temere, molto prima dell’assuefazione, l’appiattimento linguistico che condiziona il nostro modo di leggere la realtà.

I tag sono oggi la misura di dicibilità della realtà. Stabiliscono la sussumibilità dei fatti in categorie mediatiche predefinite, rendendoli al contempo riconoscibili e immediatamente associabili ad altri fatti paralleli. Così, dire che l’episodio di Palombaio è un caso di #razzismo o di #stopall’invasione permette istantaneamente di collegarlo - materialmente, con un link - ai fatti - diversissimi, incomparabili - di Gorino. Il tempo di un click e arriva la ribattuta di Repubblica. Il giorno dopo, il post di Salvini. E la frittata è fatta.

Certo, un tag suscita anche identificazione e ottimizza la comunicabilità della notizia: quante persone avrebbero partecipato alla bellissima fiaccolata per l’omicidio Cutrone, se non fosse diventato nel giro di pochissime ore un caso di #femminicidio? La soglia tra impatto emotivo e comprensione dei fatti, però, è sottile e scivolosa.

Cosa capiamo di quel fatto, rubricandolo come #femminicidio con conseguente “chiamata alle armi” dell’indignazione e della protesta? Cosa comprendiamo della realtà familiare, cittadina, sociale, in cui è maturato? Cosa ci rimane da pensare all’indomani della fiaccolata, all’indomani dell’indignazione, all’indomani dell’ondata emotiva, all’indomani del sacrosanto messaggio politico e culturale sulla violenza di genere risuonato in Piazza Cavour? Cosa rimane di quella storia, di quella vita, di quella famiglia?

Verrebbe da dire che si tratti di specificità #untaggable, se anche questo non fosse divenuto, in questi giorni, un brand pubblicitario.

Scrisse negli anni Venti il premio Pulitzer Walter Lippman che “Senza standardizzazione, senza stereotipi, senza giudizi scontati, senza crudele disprezzo per le sottigliezze, il giornalista morirebbe presto di eccitazione”. Oggi, però, non si tratta solo di una questione di deontologia per una categoria professionale, ma di un interrogativo che deve interpellare chiunque, più o meno inconsapevolmente, partecipi al “marketing dei fatti” dal suo profilo social dietro la tastiera di casa.

L’oblio della singolarità è davvero un prezzo accettabile per la notiziabilità, per la “taggabilità” di un fatto? 

Non è una questione di sentimentalismi o di pudore del privato, al contrario: si tratta di sentirsi pubblicamente responsabili per la comunicazione cui si partecipa. Di essere consapevoli degli effetti inevitabilmente (im)politici che i processi di tipizzazione delle notizie comportano. Il punto è che l’oblio delle singolarità, il “crudele disprezzo per le sottigliezze”, i tag che inghiottono volti, storie, nomi rischiano di spacciare per politico quello che è solo un confezionamento ideologico, per quanto in buona fede, dei fatti. Il dubbio è che, quanto più si alimentano crociate mediatiche contro #femminicidio, #razzismo, #branco e via dicendo, tanto più si perda la presa su quelle realtà, spoliticizzandole.

La comprensione di quel che accade, delle vicende particolari e delle singole persone, nell’intrico faticoso della complessità. è questa - lo è sempre stata - la vera rivoluzione politica.