Per Mariagrazia e per tutte le altre donne. Non una di meno!

Anna Belligero
di Anna Belligero
Cronaca
07 novembre 2016

Per Mariagrazia e per tutte le altre donne. Non una di meno!

La riflessione di Anna Belligero a margine dell'omicidio Cutrone

“Uomini che fingono di aver capito pur di non mettersi in discussione, uomini che continuano a ritenersi indispensabili per la sicurezza delle donne, uomini che continuano a trovare un nemico altrove pur di non rompere quel patto di genere stipulato in silenzio nei secoli dei secoli. Un patto che prima è di genere e poi “di razza”: un patto tra uomini, che poi, quando la cerchia si stringe, è preferibilmente tra uomini “bianchi”. Un patto che si fa beffe di qualsiasi norma securitaria, anche della più restrittiva, perché non lo sarà mai abbastanza per penetrare nelle ristrette mura di una casa. Un patto che irrompe silenziosamente nel quotidiano di troppe donne, perché è silenzioso nell’agire, e perché troppo spesso induce le donne stesse al silenzio.”

 

Era il 30 ottobre del 2007, ed io, poco più che ventenne, scrivevo d'impeto qualcosa per tentare di liberarmi dalla rabbia che mi opprimeva. La rabbia perché una donna, Giovanna Reggiani, era stata violentata ed ammazzata, in una delle estreme periferie romane, nel quartiere di Tor di Quinto, nei pressi di un campo rom. E tutti, ricordo bene, focalizzarono l'attenzione sul fatto che l'assassino abitasse là, che fosse uno spaventoso rumeno; e nessuno, ovviamente, sul fatto che a smascherarlo fosse stata una donna, anch'ella abitante di quello stesso campo rom.

Non è per vanagloria che cito me stessa, ma perché se “parto da me” seguo un filo più logico, o almeno è quello che spero.

Mi scosse molto quel caso di femminicidio, forse perché era la prima volta che avevo davvero contezza del senso di questa parola. Avevo iniziato un percorso in luoghi di genere, gruppi femministi, partecipavo alle manifestazioni di sensibilizzazione e rivendicazione a Bari, a Roma, ovunque. Mi sentivo parte di un processo che avrebbe potuto cambiare le cose. E mi sono sentita protetta, al sicuro, fino a quando non è stata ammazzata una mia compagna, distante geograficamente ma vicina nell'agire e nel sentire. Era Stefania Noce, giovane femminista e attivista della provincia di Catania. Ma questa è un'altra lunga, dolorosissima storia, di cui magari parlerò un'altra volta.

Il nostro obiettivo, a quel tempo, lo ricordo bene, era quello di capovolgere il cliché della violenza sulle donne, di trasformarlo da un semplice gesto di follia privata, di assenza di lucidità, dal solito raptus insomma in cui veniva relegato dai media, in qualcosa di compiutamente pubblico e politico.

Come per tutti i cambiamenti era necessario, come primo passo, modificare la percezione degli eventi, modificarne la nominazione, per poi poterne modificare magari il meccanismo, inceppandolo.

Oggi riflettevo proprio su questo, e cioè sul fatto che sono passati quasi 10 anni e le vittime, purtroppo, ancora si fa fatica a contarle, nonostante la parola femminicidio ed il suo significato siano entrati a reti unificate nelle nostre vite. E chissà, probabilmente proprio come le parole “morti annegati”, “guerra”, “bombardamenti”, “fame”, siamo perfettamente in grado di capirle ma non le comprendiamo. Siamo anestetizzati, forse perché così riusciamo ad andare avanti al meglio con le nostre vite, crediamo, o forse perché i fatti avvengono sempre altrove. Ma l'altrove a volte si materializza sotto i nostri occhi, ed allora, soltanto allora, siamo in grado, forse, di vederne l'orrore, di ascoltarne il grido disperato.

E sapete che c'è? C'è che io, in quanto donna, sono stanca di piangere vittime, di manifestare, di sensibilizzare, se poi tutto questo deve essere sussunto dalla furia normalizzatrice della quotidianità. Ovviamente questo non vuol dire che non continuerò a farlo, anzi, ma semplicemente ritengo che si debba mettere in campo un lavoro capillare, nuovo e speriamo più efficace, per sconfiggere questo nemico.

Un nemico che furbescamente si cambia d'abito, per confonderci: lo fa quando insulta i giovani e le giovani omosessuali per strada, o quando giudica una donna e i suoi traguardi (o non-traguardi) in base alle sue misure, o quando ancora ritiene di poter sempre parlare e decidere al suo posto. Un nemico che urla torpiloqui in dialetto bitontino con i suoi amici per dimostrare quanto è uomo, lui, “che sfotte i ricchioni”; o che in giacca e cravatta e perfetto italiano ti fa capire che non ti darà quel lavoro perché “sei preparata ma in età fertile”; un nemico che picchia sua moglie perchè troppo geloso ma magari colleziona amanti, o che pretende mogli e fidanzate obbedienti in nome di un possesso inalienabile pur ripangandole con tradimenti, assenze, offese, privazioni.

Un nemico che si cambia d'abito, appunto, manifestandosi in tutte le sue forme, attraverso varie gradazioni, sì, ma dobbiamo ficcarcelo in testa, ognuna di queste gradazioni è già violenza. Un nemico che si chiama discriminazione e che non possiamo combattere a compartimenti stagni. Se non insegniamo ai nostri figli, nipoti, allievi, a rispettare tutte le differenze, a non averne paura, non li stiamo disarmando davvero, non li stiamo educando né ad essere rispettosi né tantomeno ad essere felici. Non uso a caso la categoria del disarmo, perché le parole sono armi, specie quando inserite in contesti socialmente o culturalmente problematici. Dobbiamo diffondere metodi e pratiche per una nuova forma di disarmo, che abolisca tipologie di armi che ad oggi non vengono ancora percepite in tutto il loro pur potentissimo portato di violenza.  

E allora io chiedo alle istituzioni, a tutte le istituzioni, di mettere in campo un lavoro sociale, politico e culturale che porti al centro questi temi, che ne faccia motore delle proprie attività e non fanalino di coda, che origini un contesto, anche ma non solo istituzionale, in cui crescano dei degni cittadini di domani. Un lavoro che non abbia l'illusoria pretesa di farlo solo con il terrore della legge, della punizione, del carcere. Proprio noi, difatti, in questa città, lo sappiamo bene che il metodo giudiziario (passatemi il termine) da solo può essere necessario ma non sufficiente; argina il problema per un po', lo costringe a stare fuori dallo spazio pubblico, finché la diga non si rompe e si ricomincia daccapo. Il problema deve restare nello spazio pubblico, è là che si combatte perché è là che abbiamo (o avremmo) gli strumenti per combatterlo e magari sconfiggerlo.

Io so bene che esistono delle associazioni, a Bitonto come in tante altre città, che si occupano meritoriamente di molti casi problematici, ma il seppur volenteroso lavoro di questi luoghi non deve permetterci il lusso di lasciarle sole. Abbiamo bisogno che le scuole, gli ospedali, le forze dell'ordine, e le istituzioni cittadine insieme a quelle ad altri livelli, siano attrezzate non solo a soccorrere, per tempo ed efficacemente, ma soprattutto a fornire gli strumenti per evitare quella maledetta violenza. Strumenti che vanno forniti alle donne ma anche agli uomini, rieducando questi soggetti al senso dei propri ruoli, laddove non ne abbiano avuto la possibilità prima; ed educando i bambini e le bambine a non diventare lo specchio fedele delle angosce e delle inadeguatezze dei genitori, laddove siano cresciuti, per una parte piccola o grande delle loro vite, in contesti malati, deviati, violenti.

L'ottima partecipazione alla fiaccolata organizzata appunto dall'associazione “Io sono mia” per sabato scorso ci ha dimostrato che l' “eppur si muove” può constatarsi anche qui. Ho potuto vedere le riprese e le immagini (purtroppo un'influenza mi ha costretta a letto impedendomi la partecipazione) ed ho visto tanta gente, di provenienze sociali e culturali diverse, molte bambine e qualche coraggioso uomo, oltre a tantissime donne e ragazze che lanciavano un messaggio: “Mai più”. E poi diverse figure istituzionali, che ritengo sempre e comunque un bel segnale.

Ecco, l'errore che potremmo commettere adesso è quello di vederlo come un punto di arrivo, in cui si è “semplicemente” celebrata la memoria di una donna morta di violenza, si è condannata la crudeltà dell'omicida, ci si è stretti assieme per superare un dolore così grande per quella famiglia ed anche per la nostra comunità.

Tutto giusto e tutto necessario, ma noi da oggi dobbiamo utilizzare quel corteo come un, seppur doloroso, punto di partenza. Un punto di partenza per tutte quelle donne che sabato sera non c'erano, quelle che non leggeranno questo né gli altri articoli diffusi sull'argomento, che non guardano i nostri profili facebook, che non frequentano i posti che frequentiamo noi, che non parlano la nostra lingua; un punto di partenza per accompagnarle ed aiutarle ad uscire dal silenzio, come si diceva qualche anno fa. Sono quelle le donne che ne hanno più bisogno.

 

PS: il 26 Novembre a Roma si terrà, dopo qualche anno di fermo, una manifestazione nazionale per la Giornata internazionale contro la violenza sulle donne, convocata con l'evocativo slogan “Non una di meno” . Parteciparvi potrebbe essere un altro tassello del percorso della nostra comunità bitontina, per intrecciare relazioni e pratiche con chi fa le nostre stesse lotte, per riprendere coraggio, per non dimenticare MariaGrazia e lavorare affinché non accada più, né qui né altrove. Perché come abbiamo sperimentato sulla pelle di una nostra sorella e concittadina, l'altrove non esiste.