Mismatching. La generazione flessibile

Filippo Lovascio
di Filippo Lovascio
Mismatching
29 novembre 2016

Mismatching. La generazione flessibile

L'indagine di BitontoTV su formazione e mercato del lavoro

“Un musicista deve fare musica, un artista deve dipingere, un poeta deve scrivere, se vuol essere alla fine in pace con se stesso. Ciò che un uomo può essere, egli deve essere. Dev’essere fedele alla sua vera natura”. Citare Abraham Maslow, famoso psicologo statunitense del secolo scorso, sembra quanto mai anacronistico. Oggi le esigenze del mercato richiedono una facoltà nuova, figlia di una cultura della dinamicità e dello sviluppo. E la formazione professionale dei giovani deve necessariamente adattarsi.

Il multitasking, la diversificazione delle competenze e delle aree di operazione, cioè la possibilità di cambiare velocemente luogo e ambito del lavoro, in altre parole flessibilità. Dimentichiamo le carriere pluriennali dei nostri genitori, di fronte ai giovani si apre l’unica possibilità di un mercato in cui bisogna prendere al volo ogni offerta, anche quella più impensata e distante dal proposito iniziale. Indice quindi della sua grande e sistematica instabilità.

A comprovare tutto questo è il fenomeno del “mismatching” (parola inglese che vuol dire “coppia male assortita”), ovvero esercitare una mansione lavorativa distante da quanto imparato a scuola e all’università. Secondo i dati del centro studi Datagiovani per Il Sole 24 Ore, nell’analisi condotta nel 2015 che ha messo sotto la lente i lavoratori laureati tra i 25 e i 34 anni e quelli diplomati tra i 20 e i 24, nei primi anni successivi al conseguimento del titolo, il mismatching tra i dottori dell’area umanistica si registra per oltre la metà dei laureati (52%), in oltre il 37% dei casi per quelli di scienze sociali e anche tra ingegneri e architetti si sfiora il 25 per cento. Solo tra i medici le stime calano, con un più modesto 7,9 per cento. 

Non dimentichiamoci degli overeducated, tutti quei lavoratori che sono più istruiti in relazione al loro lavoro effettivo, che sono il 17% dei diplomati e il 28% dei laureati, con valori più diversificati a livello territoriale per il diploma (si va dal 13,5% del Mezzogiorno a oltre il 19% del Centro) e abbastanza omogenei per la laurea. 

Secondo invece il consorzio interuniversitario AlmaLaurea, nello studio sui laureati nel 2009 a cinque anni di distanza dal titolo, il 50,9% dei laureati utilizza in misura ridotta o per niente le competenze acquisite con la laurea (con punte oltre il 60% per le discipline umanistiche) e oltre il 40% non è pienamente soddisfatto dell'efficacia del titolo nel lavoro svolto (55% nelle discipline umanistiche, 45% nelle scienze sociali). 

Tutto ciò in linea con l’ultima delle ricerche Istat sull’occupazione dei laureati, “I percorsi di studio e lavoro dei diplomati e laureati”, condotto su un campione di quasi 36 mila laureati nel 2011, che afferma che “l’inserimento nel mercato del lavoro è più difficile per i laureati, sia di I che di II livello, nei gruppi Letterario e Geo-biologico”. Con ricadute considerevoli sul livello di soddisfazione della mansione lavorativa di ripiego, decisamente “più basso” dei lavoratori di altri settori. È anche vero però che il mismatching non è sempre negativo, perché alcuni scelgono di abbandonare un lavoro in continuità con gli studi che non hanno più voluto continuare, per fare delle proprie passioni dei veri e propri lavori.

È indubbio però che la colpa non è solo delle istituzioni, come ha commentato Maurizio Del Conte, presidente dell'Anpal , secondo cui “il mismatch ci dice quanto ancora la scuola sia distante dalle imprese”. Ed è questo che emerge dalle interviste realizzate per questo speciale da BitontoTV. "La laurea mi serve come pezzo di carta" dice Andrea, che con una laurea in ingegneria adesso lavora come tecnico audio-luci. A volte però la colpa ricade anche sugli studenti che non hanno saputo seguire il consiglio di Maslow nell’intraprendere strade accademiche dagli sbocchi lavorativi in realtà non realmente desiderati. Perché la verità, come diceva Thomas Carlyle, è che “felice è colui che ha trovato il suo lavoro; non chieda altra felicità”.