“Il vangelo secondo Otello” al Teatro Don Luigi Sturzo

Alessandra Savino
di Alessandra Savino
Cronaca, Cultura e Spettacoli
01 novembre 2016

Debutta a Bisceglie una rilettura del più celebre di tutti i drammi della gelosia

Che Shakespeare avesse tramandato una ‘buona novella’, attraverso esplicite o celate citazioni nelle sue opere, ne era già convinto Pietro Boitani quando alcuni anni fa’ pubblicò un libro dal tiolo “Il Vangelo secondo Shakespeare”. Una riflessione, quella sulla presenza di un ‘testamento laico’ nella drammaturgia del Bardo, portavoce di una parola ultraterrena, che pare non aver lasciato indifferente neanche il regista pugliese Tonio Logoluso. Ad aprire, infatti, domenica 30 ottobre, la nuova stagione “Time” del Teatro Don Luigi Sturzo, da lui diretto a Bisceglie, è stato “Il Vangelo secondo Otello”, coraggiosa ed efficace rivisitazione in chiave moderna di una delle tragedie shakespeariane che meglio incarna il concetto di sacralità ed onnipotenza.

Dunque, Logoluso sceglie di mettere in scena il verbo, nella sua accezione di verità, quindi vangelo, ribaltandone il contenuto in uno spettacolo prodotto dalla Compagnia “Teatro delle Onde”, di cui firma la regia e l’adattamento. La parola diviene, anziché portatrice di verità divina, inganno, mistero illusione creando una realtà distorta che, inevitabilmente, non porterà alla salvezza bensì alla catastrofe. A muovere le fila della vicenda come perfido marionettista è Iago, interpretato da una straordinaria Silvia Cuccovillo, calatasi nella cattiveria del personaggio con tale efficacia da suscitare nel pubblico l’umana rabbia nei confronti della sua malvagità.

Due le scelte innovative azzardate con successo dal regista. La prima riguarda l’attribuzione di ruoli maschili a sole donne, un cast totalmente al femminile che ha visto esibirsi sul palcoscenico biscegliese, accanto alla sopracitata Silvia Cuccovillo, Ketty Volpe nei panni di Otello, Lidia Pantassuglia in Desdemona, Marzia Colucci nella duplice veste di Emilia e Cassio. L’intento di Logoluso è dimostrare quanto il teatro sia capace di trasmettere la sua ‘novella’, il suo laico testamento, attraverso la parola scenica senza dar peso se a pronunciarla sia un uomo o una donna. Ed il Bardo in questo è maestro se si pensa all’universalismo dei messaggi conservati nella sua opera, tematiche che non cessano di essere attuali neanche in epoca contemporanea. Non ha importanza se Iago, Otello e Cassio abbiano il volto di una donna, poiché archetipi dell’essere umano che, oggi come ieri, presenta le stesse debolezze senza distinzioni di sesso. D’altra parte, la studiata gestualità messa in atto dalla attrici nel vestire panni maschili ha fatto sì che il pubblico del Don Luigi Sturzo fosse talmente coinvolto dalla vicenda e dai dialoghi da dimenticare la vera identità delle interpreti e vedendo in loro soltanto i personaggi shakespeariani.

Oggetto di sperimentazione registica è stata anche l’ambientazione dello spettacolo abilmente suggerita da una scenografia, curata nel dettaglio da Amedeo Russi, che richiama esplicitamente una chiesa presentando le quattro attrici quali sacerdotesse laiche giunte a celebrare la loro funzione, il rito teatrale. Sullo sfondo di tende e drappeggi rossi, colore dal forte valore simbolico, emblema di quella gelosia distruttiva che sarà causa di spargimenti di sangue, tre significativi elementi scenici: un pulpito ed inginocchiatoio, ai due lati del palco, ed un trono in posizione centrale. Sono essi luoghi che, oltre ad una valenza metaforica poichè elementi essenziali di un luogo sacro, divengono funzionali al testo laddove esso racchiude i pensieri e le confessioni dei protagonisti consentendo ad ognuno di essi di svelare al pubblico la realtà che si cela dietro le menzogne costruite da Iago. Complici anche le scelte musicali, solenni e ricche di quella sacralità che ben si addice al luogo evocato. Non mancano nell’innovativa messinscena i tradizionali oggetti scenici dell’Otello shakespeariano, quali il celebre fazzoletto perso da Desdemona, presunta prova della sua infedeltà dei confronti del Moro ed il cuscino, nella scena finale, con cui essa sarà uccisa da Otello.

Di grande efficacia anche i costumi, realizzati da Angela De Cillis, che ben rispecchiano nelle scelte cromatiche l’animo dei personaggi: una tunica bianca per la purezza ed innocenza di Desdemona, un mantello nero per il Moro di Venezia a sottolineare sia la sua pelle scura che l’odio e la rabbia che logoreranno i suoi sentimenti, il rosso ed il nero indossati, di volta in volta, da Emilia e Cassio, inconsapevoli complici del crudele piano di Iago. Un cenno a parte merita l’abbigliamento scelto da Logoluso proprio per quest’ultimo, sulla scena in giacca a doppio petto e pantaloni larghi, tutto di bianco, una falsa innocenza suggerita dal rosso del fazzoletto che sporge dal taschino e del foulard di seta, annodato al collo come i divi della Holliwood degli anni ’30. Macchie color sangue, quello degli omicidi di cui sarà colpevole, su un abito bianco che richiama quello dei guappi della sceneggiata napoletana, personaggi prepotenti, arroganti connotati da un’eccessiva ed ostentata eleganza, veri e propri boss di quartiere. Atteggiamenti che non mancano certo al personaggio del Bardo, dimostrazione di una perfida natura umana rimasta invariata nei secoli.

Dunque, Logoluso stupisce riproponendo l’attualità della drammaturgia shakespeariana, restando fedele al testo, alla parola, al verbo, quindi al vangelo laico racchiuso in Otello, con un adattamento del tutto personale ed originale senza dimenticare di inserirvi l’elemento metateatrale tanto caro a Shakespeare. Quattro attrici che giungono sul palcoscenico truccandosi e vestendosi prima di dar inizio al loro rito laico, questa è infatti la scena su cui si è aperto il sipario del teatro biscegliese, sipario chiusosi fra gli applausi di una platea affollata.