Il 'no' al referendum secondo Alessandro Torre

Filippo Lovascio
di Filippo Lovascio
Politica, Referendum Costituzionale 2016
07 novembre 2016
Photo Credits: Città Democratica

Il 'no' al referendum secondo Alessandro Torre

Il docente di Diritto ha chiuso il ciclo di incontri promosso da Città Democratica

Lo scorso 5 novembre, presso il Santi Nicolai Convivium, si è tenuto il secondo incontro preparatorio organizzato da Città Democratica sulla discussione delle ragioni del "Sì" e del "No" per il prossimo referendum costituzionale del 4 dicembre. A presentare il fronte del "No" è stato Alessandro Torre, professore di Diritto costituzionale presso l’Università di Bari, nell’incontro, mediato da Gaetano Santoruvo, che ha chiuso la serie di appuntamenti.

“Come diceva Calamandrei”, ha subito ricordato il professor Torre, “il governo non può avere alcun potere su riforme di questo tipo, neanche nelle fasi preparatorie”, mentre è stato il governo Renzi a farsi promotore di questa riforma “tanto ingombrante, invece del Parlamento, come previsto dalla Costituzione, vera espressione del popolo”. Torre ha sin da subito delineato quelli che reputa i punti deboli della riforma, perché “i sostenitori del No non sono immobilisti. La Costituzione ha bisogno di essere modificata, come dice il diritto è reformanda. Ma non in questi termini”

Primo problema è il superamento del bicameralismo paritario, che propone un Senato dei rappresentanti delle regioni. Oggi “il Senato è eletto di fatto come la Camera”, mentre esso “dovrebbe essere diverso dalla Camera. Ma se già la Costituzione del 48 prevedeva le regioni, queste si sono costituite come istituzioni politiche sono negli anni 70”. Il doppione Camera/Senato sarebbe quindi il risultato di un ritardo nell’attuazione del disegno dei padri costituenti. “Il Senato della riforma” ha specificato Torre, “ha in sé molte criticità. Viene meno la possibilità dell’elezione diretta dei senatori”, per cui il Senato diventerebbe “un organo di rappresentanza indiretta, anche se i consiglieri comunali e i sindaci sono eletti dai cittadini”. Anche i sindaci “dovrebbero lasciare la loro amministrazione” e al tempo stesso “rappresentare le esigenze dei sindaci di tutta la loro regione”. Questo meccanismo è, secondo Torre, “improponibile e caotico”. Inoltre il tempo di permanenza delle riunioni del nuovo Senato non sarebbe quanto quello del caso del Parlamento tedesco, che è “una sessione mensile, che dura circa dieci giorni, non una volta al mese come prospetta Renzi”. In definitiva Torre ha concluso che “questo Senato è ancora meno democratico e rischia di perdere il suo potere”

Altra questione è la modica del titolo V e la diversificazione delle competenze statali e regionali. “I sostenitori del Sì”, ha affermato Torre, “sostengono che si tolgono poteri alle regioni, ma si portano i loro rappresentati in Senato. Si trasferiscono però allo Stato, come sue materie esclusive, competenze che dalla riforma delle regioni del 2001 erano dei consigli regionali, che ora hanno solo potere consultivo”. Fra le materie più importanti ci sono le politiche sulla salute, sull’istruzione, sul lavoro, sul commercio con l’estero e sulla distribuzione nazionale dell’energia. “Questo massiccio trasferimento di funzioni è davvero importante, ma la conflittualità che si creava è parte integrante del sistema democratico, mentre ora lo Stato fa un attentato all’articolo 5”. Anche la prima parte della Costituzione verrebbe quindi indirettamente cambiata, perché “il mutato equilibrio dei poteri ha ripercussioni anche sugli altri principi”. Torre ha anche ricordato la questione del pareggio del bilancio delle regioni, che sarebbe da incentivo per la concessione di più autonomia alle stesse. “Può sicuramente essere un segnale positivo di un buon governo, ma in questa maniera si toglie potere ad alcune regioni e, nel caso il pareggio fosse dovuto ad un taglio delle spese dei servizi, avrebbe ripercussioni sul tenore di vita dei cittadini”.

Infine il principio di supremazia dello Stato, per il quale le istituzioni statali avrebbero il potere di decidere autonomamente, “potrà togliere poteri anche di carattere esclusivo delle regioni, che non potranno avere voce in capitolo. Se prima la Repubblica era formata da comuni, provincie, regioni e stato, ora lo Stato diventa una forza troppo ingombrante”

“Se il 4 dicembre vincesse il No” ha continuato Torre, “l’attuale governo perderebbe certamente stabilità. Anche se la Corte Costituzionale ha dichiarato la legge elettorale con cui si è formato questo Parlamento anticostituzionale, la continuità deve essere mantenuta. Ma questo Parlamento dovrebbe limitare alla normale limitazione, non fare tutte le riforme che si è proposto e si propone di fare. Dovrebbe essere suo compito ora fare una nuova legge elettorale”, ma, ha concluso Torre, “se questo governo non si dimette e non fa la nuova legge elettorale, c’è il rischio di autoritarismo”.