Andrea, dagli studi di ingegneria al service audio-luci

Giuseppe Cuoccio
di Giuseppe Cuoccio
Mismatching
29 novembre 2016

Andrea, dagli studi di ingegneria al service audio-luci

La laurea? 'Mi serve unicamente come pezzo di carta'

Mismatching è l’indagine di BitontoTV su formazione e mercato del lavoro. Sempre più giovani si realizzano in ambiti lavorativi estranei al percorso di studi affrontato negli istituti superiori e alle università. La testata ha raccolto le storie di alcuni giovani della città che hanno deciso di realizzarsi scegliendo una strada diversa da quella intrapresa sui banchi di scuola.

 

Tutti desideriamo fare ciò che ci piace. E questo è vero praticamente per tutti. Ma quali strumenti abbiamo oggi per realizzarci? Che attinenza c’è tra i percorsi accademici e i lavori che intraprendiamo? A sentire Andrea Mundo davvero poca. 

26 anni, originario di Bitonto, un passato accademico di cinque anni di studi presso il liceo scientifico Galileo Galilei e una laurea triennale in ingegneria elettrica, Andrea oggi lavora come tecnico audio-luci. Ed è riuscito a ritagliarsi uno spazio importante nel mercato del lavoro, grazie all’esperienza sul campo acquisita in poco meno di un decennio.

Un’esperienza comune a migliaia di giovani che, dopo il percorso di studi accademico, hanno virato (per scelta, o, spesso, per costrizione) verso ambiti professionali molto lontani dalla formazione ricevuta al liceo e nelle università italiane. E che trasforma il mismatching in un fenomeno con cui le classiche agenzie formative e il mercato del lavoro devono confrontarsi.

 

Credi nell’utilità dei titoli di studio in ottica lavorativa?

L’unica utilità che ho riscontrato in un titolo di studio in ottica lavorativa è l’esercizio della disciplina. Per portare a termine una carriera universitaria si è in qualche modo costretti, se si vuole raggiungere l’obiettivo nel minor tempo possibile, essere disciplinati nello studio. Ovviamente questo implica rinunce più o meno ingenti a seconda dell’esame che si prepara. Per quanto riguarda l’aspetto più accademico della questione, su tutti gli esami che ho sostenuto, me ne saranno serviti due o tre. Quindi, in sostanza, ritengo l’università una dispendiosa ma educativa perdita di tempo.

 

Con quali prospettive ti sei iscritto a ingegneria?

Quando mi sono iscritto a ingegneria elettrica pensavo che avrei imparato a progettare impianti di illuminazione o impianti elettrici nei grandi edifici. Dopo i primi due anni, incentrati sulla teoria – che, per carità, per me è sacrosanta – pensavo di passare “all’azione” ma, in sostanza, a teoria si è aggiunta teoria, anche nel primo anno di magistrale. Non credo che ciò che ho studiato sia stato inutile, però sono rimasto profondamente deluso dall’offerta formativa, visto che, anche nelle poche ore di laboratorio che abbiamo fatto, era sempre il docente ad “agire”. Personalmente, ho una visione un po’ più “galileiana” dell’apprendimento: dall’esperienza alla teoria e non il contrario.

 

Ora che lavori come tecnico audio-luci, ti torna in qualche modo utile la tua laurea triennale? 

Paradossalmente, ora che faccio il tecnico nel campo dello spettacolo (disegni luci, operatore in consolle e anche tecnico audio e macchinista all’occorrenza) la laurea triennale mi torna utile, oltre che per i due-tre esami sopracitati, unicamente come pezzo di carta. Se non l’avessi non potrei firmare i certificati di corretto montaggio dell’impianto elettrico, ad esempio. Ma il paradosso è che all’università avrò visto a mala pena di che colore è il rame! Quello che so, l’ho imparato sul campo.

 

Il lavoro che fai ora è un ripiego o ti soddisfa? Quali erano le aspettative che avevi al liceo in merito al lavoro?

Il lavoro che faccio – e ora me ne rendo conto – è il lavoro che ho sempre voluto fare da quando avevo quindici anni. È il secondo lavoro a cui mi sono approcciato (il primo è stato la raccolta di olive e di mandorle, la domenica con mio padre). È un lavoro che non è poi del tutto estraneo al mio percorso universitario anche se numerose sfumature lo allontanano da quello che è un ingegnere elettrico. Con una similitudine si può dire che un disegnatore luci è come un “architetto della luce” nel senso che in questo lavoro c’è una componente creativa, artistica, soggettiva, al di là del calcolo della luminosità e degli assorbimenti elettrici. È come dire “Ok, funziona tutto. Ora, vediamo: mi piace?” Il nocciolo della questione è un altro: cos’ha lo stato italiano da offrire ad un ragazzo che si approccia al mondo del lavoro? Al di fuori del jobs act e delle fantomatiche agevolazioni decantate dall’attuale governo, posso garantire che la pressione fiscale, per chi si apre una sua attività, è davvero esagerata…ma ci potremmo ricavare un’altra intervista.