Sine Abbaticchio non possumus

Sabino Paparella
di Sabino Paparella
In evidenza, Esperia
10 ottobre 2016

Sine Abbaticchio non possumus

Riflessioni semiserie sulla schizofrenia del PD a margine dell’intervista al segretario regionale

Chi pensava che l'oggetto del contendere fosse se Michele Abbaticchio possa o no essere il candidato sindaco 2017 del centrosinistra, a quanto pare, si sbagliava. Al contrario, l'interrogativo è se (e quale) centrosinistra possa essere il "candidatore" di Michele Abbaticchio.

E sbagliavamo forse anche noi a descrivere il Sindaco uscente in preda a flirt elettorali di ogni genere; al contrario, sembra che sia lui ad essere l'oggetto del desiderio e delle più o meno perverse fantasie di tutti, PD compreso.

È quanto spinge a concludere l'intervista di qualche giorno fa a Marco Lacarra, segretario regionale Dem, tutta tesa a ricucire i rapporti politici con il primo cittadino bitontino ed in particolare a mostrare l'assoluta compatibilità del suo operato amministrativo con la piattaforma programmatica democratica. L'obiettivo è chiaro ed esplicito: evitare che per la terza volta consecutiva il PD sieda dalla parte sbagliata dell'emiciclo di Palazzo Gentile. Per conseguirlo, il discorso politico di Lacarra muove in due direzioni: in primo luogo, in prospettiva futura paventa la "minaccia fantasma" del populismo grillino (il ritorno del "Lato Oscuro della Forza") – perché, com'è noto almeno da Carl Schmitt in poi, l'unico modo di essere politicamente amici è di avere un nemico comune; in secondo luogo, riscrive retroattivamente la storia dell'opposizione democratica in Consiglio Comunale degli ultimi cinque anni, in modo da disinnescare ingombranti eredità del passato («questioni "di principio" di piccolo cabotaggio, del tipo 'siccome per cinque anni ci siamo fatti la guerra sarebbe inspiegabile oggi fare la pace'», Lacarra dixit).

L'affresco politico che ne risulta è un centrosinistra da Teletubbies, un mondo in cui il segretario cittadino rilascia dichiarazioni alla stampa a sua insaputa e i consiglieri comunali sono bambini capricciosi che hanno litigato col Sindaco per la palla; un mondo in cui i limoni spremuti e i cartelli di rimozione forzata che hanno icasticamente simboleggiato il discorso di opposizione del Pd ad Abbaticchio in questi anni (a puro titolo esemplificativo: articolo 1; articolo 2) sono ridotti a pure metafore, un po' colorite magari, folkloristiche, come le ruspe o gli oranghi di Salvini; una realtà segnata dall'ermafroditismo politico del "sì, ma anche no" (per inciso: proprio i Teletubbies sono stati al centro di controversie per la presunta ambiguità sessuale che veicolerebbero), in cui si può affermare tutto e il contrario di tutto, in cui il titolo "Vaccaro: 'Primarie con o senza Abbaticchio'" del 27 settembre può essere seguito con nonchalance, a soli otto giorni di distanza, da: "Lacarra. 'Le primarie non sono passaggio obbligato. Stupido restare divisi'". Tutti insieme allegramente, si fa per giocare, era solo uno scherzo.

L'assunto implicito, dietro questo innocente irenismo politico del PD regionale, è che è meglio per i democratici fagocitare il Sindaco fino a quando si è in tempo, che rischiare di esserne fagocitati dopo l'eventuale terza sconfitta di fila. Et voilà il "sacrificio eucaristico" rovesciato targato dem: "sine Abbaticchio non possumus", parafrasando i Martiri di Abitene: anziché una rinuncia alla sopravvivenza in nome della fedeltà, una rinuncia alla fedeltà in nome della sopravvivenza.

Indiscutibile Abbaticchio, resta da sciogliere però il nodo della composizione dello schieramento che dovrà sostenerlo. Le dichiarazioni di Lacarra, infatti, rendono abbastanza evidente che – se una logica c'è anche nella politica – il suo PD e la coalizione di questi cinque anni, nei fatti, si escludono a vicenda. E il paradosso è che a rivelarsi la più remota è proprio la possibilità di mettere insieme, in un'eventuale alleanza tra PD e Abbaticchio, anche Socialisti e Palmieri, dal momento che questi ultimi si sono dissociati dalla maggioranza proprio per stigmatizzare una discontinuità (anche programmatica) che invece Lacarra ritiene già colmata. Il modo migliore per dissipare la conquista degli unici pezzi di maggioranza rosicchiati dal PD locale ad Abbaticchio, insomma. Ma non solo: perché la blindatura del partito cittadino contenuta nelle parole di Lacarra suona come un niet senza appello anche contro le istanze della fronda civica.

La presa di posizione del segretario regionale, allora, invece che pacificatrice rischia di risultare doppiamente divisiva: nel partito, innanzitutto, dato che la sua "ermeneutica minimalista" delle posizioni del PD locale, grottesca – se non vagamente offensiva – nel caso del commissariamento del cervello del segretario Vaccaro ("posso assicurare che non è in linea con quanto ha dichiarato", Lacarra dixit), toglie di fatto credibilità a tutto quanto detto e fatto dai democratici bitontini negli ultimi cinque anni, costringendoli ad una retromarcia che, potendo, essi farebbero solo per passare sopra il corpo (politico) di Abbaticchio; in gran parte del centrosinistra abbaticchiano stesso, in secondo luogo, dal momento che i promotori di liste civiche che lo compongono sono ritratti come furbetti della poltrona, figli di una legge elettorale sbagliata, usurpatori dell'elettorato democratico prima o poi destinati, come Lassie, a tornare a "casa". Una diplomazia da quarto piano del Palazzo di via Capruzzi.

L'orizzonte temporale entro il quale il Partito Democratico (regionale) dimostra di ragionare è evidentemente quello quinquennale, imperniato sulla figura di Michele Abbaticchio. Il PD (regionale) dimostra non solo di non conoscere, ma di non avvertire il bisogno di conoscere le realtà del centrosinistra "alternativo" bitontino. Dimostra di non capire che Michele Abbaticchio non è la ferita, ma semplicemente il sintomo – più o meno patologico – di una ferita più profonda, manifestatasi in modo traumatico nel 2008, che la coalizione abbaticchiana in questi cinque anni ha tentato di incerottare alla meglio, senza grandi risultati. Dimostra di continuare a ritenere – dopo anni di oggettive sconfitte – che il problema siano "gli altri" e che il dissenso non sia una risorsa, ma un impiccio da risolvere.

Così è anche per il mantra leggendario del "grande tema dell'unità del centrosinistra", che a quanto pare per il PD si riduce a come evitare che il centrosinistra (per sineddoche: il PD) sia diverso da quello che è. È bene dirlo una volta per tutte: non esiste la "unità del centrosinistra" come un ideale puro e originario a cui tendere, ma soltanto differenti modelli di centrosinistra storicamente determinati e – per quanto concerne la situazione bitontina – a vocazione più o meno partitica. Il punto, oggi, è uno e semplice: capire se il centrosinistra bitontino intende o no perseguire questa vocazione partitica, e cosa questa scelta comporta per l'avvenire; sapendo, però, che non ha senso parlare di riunificazione e riconciliazione con questa vocazione partitica, se prima non si è guadagnata un'analisi condivisa del perché negli ultimi anni sia venuta meno, causando la mitica "divisione del centrosinistra".

È un po' come quando, da bambini, vedendoci con un'escoriazione sulla gamba, allarmata la mamma esclamava "Cosa è successo?". Non si trattava di una domanda retorica, né inquisitoria. Era la premessa per capire come medicarci, perché per una banale scivolata sull'asfalto potrebbe anche bastare un po' d'acqua, un cerotto ed un bacetto, ma lo sfregamento con la catena arrugginita della bici richiede un'accurata disinfezione. Trascurarlo, significherebbe rischiare un'infezione, o peggio il tetano. Perché ci sono ferite di cui non tutto è evidente, e per cui non c'è vis medicatrix naturae che tenga.

Il punto è che per chiedere al bambino infortunato "cosa è successo?" ci vuole una mamma amorevole. Ma questo centrosinistra bitontino sembra essere (diventato?)– come si diceva un tempo– "figlio di N.N.".