Si fa presto a dire razzismo

Sabino Paparella
di Sabino Paparella
Cronaca, Esperia
24 ottobre 2016

Si fa presto a dire razzismo

I retroscena delle proteste montate a Palombaio contro il progetto di C.a.s. per richiedenti asilo

Chiamare le cose con il loro nome è la premessa per provare a comprendere la realtà. E allora bisogna dirlo chiaro e tondo: quello che sta andando in scena a Palombaio in questi giorni è razzismo. Non in senso traslato o per metafora: è Il razzismo nella sua forma più pura e immediata (o, se si vuole, più ingenua e non ideologica): l’avversione per il diverso, per lo straniero in quanto tale, condensata in una gamma di archetipi ancestrali che vanno dall’untore medievale (“questi portano le malattie” ci siamo sentiti dire in piazza), all’“uomo nero” della letteratura fiabesca (gli immigrati sono tutti “negri”), al ben più moderno “concorrente sleale” proprio del modello efficientista della società industriale (“ci vengono a togliere il lavoro”), o al suo rovescio: il fannullone che – “a differenza dei cinesi”, come ci hanno spiegato – è infunzionale al mercato del lavoro.

Un sentimento misto di paura, rabbia e repulsione che si basa, rispettivamente, su un triplice presupposto di ignoranza: primo, gli immigrati irregolari sono già sottoposti a profilassi medica nei centri di prima accoglienza, dunque coloro che giungono in strutture di seconda accoglienza non possono veicolare malattie; secondo, circa un quarto dei richiedenti status di rifugiato non proviene dall’Africa subsahariana (leggi qui l’ultimo rapporto statistico annuale del Ministero dell’Interno alla data del 21 ottobre); terzo, durante la permanenza in un Cas (Centro di Accoglienza Straordinaria, su cui leggi qui un rapporto critico di MEDU), come quello che dovrebbe sorgere a Palombaio, destinato almeno in linea teorica ad un’accoglienza breve, perché di carattere emergenziale, i richiedenti asilo spesso non possono lavorare, indipendentemente dalla loro volontà, poiché la legge prevede che ciò sia possibile solo dopo sessanta giorni dalla presentazione della domanda di asilo, se questa non ha ancora ricevuto esito (fino ad un anno fa e all’entrata in vigore del d.lgs. n. 142/2015, che recepisce la normativa UE 33/2013, era addirittura necessaria un’attesa di sei mesi); se e quando lavorano, si prestano a mansioni e a condizioni lavorative che gli italiani non sono più disponibili ad accettare, come dimostrato da tutte le statistiche in materia. 

L’ignoranza, però, se non può essere un alibi, non è neanche una ragione per liquidare come volgare arretratezza il disagio venuto a galla in questi giorni nella frazione. Le proteste, emerse in forma di cieca ostilità da parte di una minoranza del paese (come dimostrano le immagini che abbiamo girato), in realtà portano con sé degli argomenti: motivazioni che è possibile cogliere solo se si incrociano gli umori viscerali della piazza con le parole dei palmaristi più ragionevoli, e che restituiscono un’analisi più storicamente determinata del disagio.

Fino a una trentina d’anni fa Palombaio era una comunità rurale coesa e autonoma di millecinquecento anime. Tra la fine degli anni Ottanta e i primi anni Novanta, l’inizio di travaso di nuclei familiari baresi, destinatari di abitazioni di edilizia popolare, dai “ghetti” di periferia nati a loro volta negli anni Sessanta per allontanare dal capoluogo quote di degrado sociale, non di rado contigue alla criminalità. Quel che ne è seguito è stato un difficile tentativo di convivenza, mai maturato in integrazione, tra gli autoctoni e quelli che ancora oggi, per tutti, sono “i baresi” – gli stessi, paradossalmente, che in questi giorni sono in prima linea contro la presunta invasione dei “negri”.

È da allora che Palombaio ha cominciato ad avvertirsi come periferia. E che, della periferia, ha cominciato ad assumere anche i connotati sociali, tra piccola delinquenza, furti d’auto, spaccio e consumo di droghe.  Passata repentinamente dalla realtà del villaggio a quella del sobborgo metropolitano, la frazione ha conosciuto lo sviluppo urbanistico solo nei suoi colpi di coda, nei suoi precipitati deteriori, senza passare per la tappa intermedia, vale a dire la dotazione e l’efficientamento di servizi ed infrastrutture.

Se non si tiene conto di questo “trauma originario”, di questa violenta perdita dell’innocenza della comunità agricola tradizionale, non si può capire la diffidenza per il forestiero nella Palombaio odierna, con tutti i corollari di frustrazione sociale che da questo imbuto di ataviche marginalità si dipartono. Che oggi siano proprio “i baresi” i più accaniti sostenitori di un no intransigente al centro di accoglienza è una conferma di questa diagnosi di dis-integrazione sociale: in mancanza di una reale inclusione, lo spostamento della frontiera della diversità verso i “negri” è lo strumento più efficace per liberarsi dal proprio stigma di estranei e rivendicare la propria omogeneità ai locali; se i cattivi sono gli altri, quelli che vengono “da fuori”, noi che siamo “dentro” diventiamo automaticamente tutti buoni. In fondo, c’è sempre qualcuno “più” diverso, “più” straniero, in questa sorta di desolante “guerra tra poveri”.

Un modello di sviluppo per Palombaio, chiaro e coerente, negli ultimi decenni non s’è visto. La rabbia e la frustrazione che oggi montano sono figlie dell’impressione che, anche per il caso del centro di accoglienza, si tratti per l’ennesima volta di un’iniziativa estemporanea, dettata dal bisogno emergenziale e dall’interesse privato, senza una visione prospettica di quel che la frazione sta diventando e di quel che potrebbe diventare.

Tanto più per questo, colpisce e inquieta la debolezza politica dimostrata dal Sindaco, che con astuzia pilatesca, tra una riserva squisitamente procedurale (l’inagibilità dello stabile al momento della presentazione della domanda) ed un parere etico (il generalizzato appello all’accoglienza), in fondo sta cercando di strizzare l’occhio ad entrambe le fette di elettorato, favorevoli e contrari. Astenendosi così dall’unico pronunciamento che – in quanto Sindaco, e non dirigente amministrativo, né prete – gli spetterebbe: quello politico. E politica significa scegliere tra un sì e un no, tra utile e dannoso, dare un indirizzo chiaro, anche se – soprattutto se –come in questo caso, non si ha l’ultima parola sulla decisione finale. Assumersi la responsabilità di schierarsi, proprio quando non sarebbe obbligatorio (e scontato) farlo. A rischio di risultare impopolare (e di perdere qualche voto). 

La domanda è: nel disegno politico del futuro di Palombaio un centro di accoglienza per richiedenti asilo può avere posto? Può incrociare il bene della comunità palmarista? Può rivelarsi addirittura – incredibile dictu – una risorsa?