No, Damascelli, il crocifisso non è un simbolo universale

Savino Carbone
di Savino Carbone
L'angolo del direttore
26 ottobre 2016

No, Damascelli, il crocifisso non è un simbolo universale

Piccole considerazioni a margine dell'approvazione della mozione per il crocifisso in Consiglio Regionale

Con voto segreto il Consiglio Regionale della Regione Puglia ha approvato la mozione promossa dal forzista Domenico Damascelli per esporre nella sala dell’assemblea regionale il crocifisso

La notizia è stata accolta con toni trionfali dal gruppo a cui il consigliere fa riferimento. “Finalmente il Crocifisso, metafora universale dei valori di libertà, uguaglianza, tolleranza e rispetto per la Persona, sarà affisso nell’aula del Consiglio regionale della Puglia, sede dell’assemblea legislativa. Con non poca emozione, credo si tratti di un momento dall’importante valore simbolico, in cui la politica riconosce la preminenza di valori alti, vincolanti, in cui il mondo civile si ritrova, a prescindere da ogni confessionalismo” si legge nelle dichiarazioni rilasciate da Damascelli. E ancora: “Il Cristianesimo è innegabilmente parte della storia, del pensiero e della tradizione italiana ed europea. Il Crocifisso è emblema dal significato intrinseco spirituale, ma anche riconosciuto veicolo di messaggi dall’alto valore culturale e morale […] Un risultato, quello di oggi, significativo ben al di là di ogni differenza partitica, che non lede il senso della laicità delle istituzioni, giacché autentica e credibile è quella laicità che riconosce il messaggio proveniente dalle antiche e comuni tradizioni spirituali su cui, indiscutibilmente, si fonda l’humus culturale italiano ed europeo”.

La verità è che si tratta di una grande operazione di riduzionismo, distante da qualsiasi pretesa di “universalità” e, soprattutto, di “laicità”. “Marketing ideologico”, citando Sabino Paparella e il primo Esperia pubblicato sulle colonne di BitontoTV (Silete theologi in munere alieno), che fa leva su un refrain “di pancia”. Quello della difesa dei valori e delle radici cristiane - a tal proposito: nella serata di ieri alcuni militanti vicini alla sezione locale di Forza Italia invitavano su WhatsApp a “votare sì al crocifisso” al sondaggio indetto dalla redazione barese di Repubblica.

È il crocifisso un simbolo “in cui il mondo civile si ritrova, a prescindere da ogni confessionalismo”? No. La bandiera della pace o il ramoscello di ulivo, sì. Brand tanto universali da apparire oggi svuotati di senso, in quanto vessilli delle più disparate battaglie. Le pretese di universalità di Forza Italia in realtà non fanno che svalutare il carattere simbolico e la valenza strettamente (e fieramente) confessionale del crocifisso. La croce identifica una professione di fede, un carico di valori condivisi da un gruppo certamente molto ampio (ma che non costituisce la totalità della comunità pugliese, italiana, europea) e dal forte carattere identitario. Non è universale e non vuole esserlo. Molti cristiani - e sicuramente i promotori della petizione in Consiglio Regionale - rimarrebbero inorriditi se un crocifisso sfilasse (assieme, appunto, alla bandiera della pace) ad un corteo per diritti LGBT.

Riduzionismo, si diceva. Ma anche genealogia dei valori etici faziosa. In un passaggio della nota di Damascelli si parla del “messaggio proveniente dalle antiche e comuni tradizioni spirituali su cui, indiscutibilmente, si fonda l’humus culturale italiano ed europeo”. Fratellanza, solidarietà, volemosebene sono valori che tutti condividiamo, universali appunto, di cui - con una grande forzatura - il crocifisso in qualche modo è simbolo. Ma non sono nati con il crocifisso, non sono nati con il cristianesimo. Molto più correttamente, semmai, potremmo dire che la confessione cristiana ha fatto proprie alcune grandi (e generiche) convenzioni morali pre-esistenti. Come successo con altre confessioni monoteiste.

E siamo sicuri che la mozione “non lede il senso della laicità delle istituzioni”? La pretesa di identificare con il crocifisso un bagaglio culturale e morale più ampio (“insieme” di cui “parte” è il cristianesimo) è decisamente faziosa, di parte, che attacca direttamente il principio di laicità su cui deve fondarsi qualsiasi stato non teocratico. Un scelta che esclude e che “simbolicamente” (sia chiaro) disconosce i cambiamenti culturali e sociali della Puglia e di tutta Europa. Non c'è democrazia senza laicità, e non c'è laicità senza democrazia” scriveva Sabino Paparella nel 2009.

“Una laicità ‘positiva’, per citare Benedetto XVI: lontana tanto da ogni anacronistica deviazione confessionale, quanto da un laicismo di stampo sterilmente anti-cristiano e anti-clericale” è stata la chiosa di Damascelli. Evidentemente contraddittoria. Ridurre il crocifisso a simbolo di tutti per condurre una battaglia (decisamente inutile) politico-elettorale è stata una mossa "anti-cristiana e anti-clericale", una "anacronistica deviazione confessionale" per far crescere il brand Damascelli.

 

In foto Viviany Beleboni, transessuale, durante la 19ª Parada do Orgulho LGBT di São Paulo