Festa dei Santi Medici: il 'miracolo' della comunità

Sabino Paparella
di Sabino Paparella
Esperia
18 ottobre 2016

Festa dei Santi Medici: il 'miracolo' della comunità

Una lezione di democrazia, tra gentrification e festivalization

Che c’entra il brand “Bitonto Città dei Festival”, definitivamente consacrato dopo cinque programmazioni estive targate Abbaticchio-Mangini, con la polemica sulla partecipazione dei delinquenti alla processione dei Santi Medici – e la strumentalizzazione (social)mediatica che ne è seguita? Molto.

Andiamo per gradi. L’indubbia rivitalizzazione “culturale” (usiamo qui il termine in un’accezione volutamente molto generica, sospendendo attraverso le virgolette il giudizio sul significato dello stesso) registrata a Bitonto negli ultimi anni, individuata in un flusso di fattori che va – senza soluzione di continuità – dall’incremento dei flussi turistici alla movida dei locali nel centro antico alla ricca programmazione, specialmente estiva, di eventi, spettacoli, format ed incontri di contenuto artistico, è stata puntualmente accompagnata da un crescente disagio dell’opinione pubblica cittadina verso episodi di criminalità o perdurante illegalità, spesso amplificati – dai social media e dal sensazionalismo cavalcato da certi mezzi di informazione – in un generico “clima di insicurezza”

Come due parallele, anzi come due rette divergenti, queste due anime della città, la Bitonto patinata dei festival e quella sporca e cattiva degli scippi e delle aggressioni ai turisti, sono coesistite in questi anni, allontanandosi progressivamente e alimentando un’autorappresentazione schizofrenica di Bitonto. Il risultato è stato l’acuirsi di una tensione sociale che rasenta – almeno stando alla rappresentazione mediatica – la lacerazione

Beninteso: non è che il tasso o la qualità della criminalità cittadina siano aumentati in questi anni (i numeri potrebbero dimostrare anzi il contrario). Ad essere aumentata è la percezione dell’insostenibilità della “città criminale”, proprio in quanto contrapposta – ed è questa la novità – ad un modello diverso, virtuoso, “la Bitonto dei festival e della movida”. Con la conseguente reazione di vera e propria frustrazione e rabbia sociale, magari espresse in forma di commento od emoticon, per il sistematico avvilimento dei propri tentativi di edificazione della città migliore, da parte di un male avvertito come estraneo e radicale: “com’è possibile che proprio mentre la città diventa più bella, vivace e vivibile, qualcuno si ostini a violentarla e a rimanere indietro, incatenato ai fantasmi del passato?”.

Un’insofferenza, questa, che è stata progressivamente e ripetutamente catalizzata – non di rado attraverso le pubbliche dichiarazioni del Sindaco e degli amministratori, enfatizzate dai social e dai titoli dei giornali – in una rappresentazione dicotomica di Bitonto: da una parte la città perbene, laboriosa e up-to-date, generosa, proiettata verso il futuro e lo sviluppo: la città dei festival, appunto, in tutta la sua costellazione di sottoculture artistiche e creative; dall’altra, la città criminale, arretrata, quella dei furti nelle campagne e degli scippi ai turisti, quella delle sparatorie sui tg nazionali, quella, in ultimo, che sfila in processione coi ceri grandi per pagare il fio della propria vita dissoluta. La prima, volano della crescita e della riqualificazione partecipata della città; la seconda, refrattaria al cambiamento e fatalmente votata a frenare questa riqualificazione, con la pretesa di lasciare Bitonto invischiata nella sua (presunta) fama di crocevia dello spaccio e del malaffare. 

Da qui l’aut-aut: noi o loro, buoni (sempre, ovviamente “noi”) o cattivi (“loro”, è ovvio!), guardie o ladri: una sorta di referendum sulla voglia di cambiamento della città che spesso, molto spesso, si ripropone fra le righe dei post Facebook dello stesso primo cittadino, riscuotendo consenso a suon di “like”: perché è questa, in fin dei conti, l’unica dicotomia pensabile ai tempi di Facebook: quella tra “likers” (che a Bitonto poi sono sostanzialmente “Mikers”) e “haters” (sulla filosofia del “noi e loro” cfr. link 1, link 2, link 3).

La realtà, purtroppo o per fortuna, è un po’ più complessa e faticosa. Nella realtà, la Bitonto “buona” e quella “cattiva”, che pure esistono, non appartengono a due “regioni ontologiche” separate, ma al contrario sono due fenomeni superficiali di uno stesso processo che lavora in profondità, due antipodi generati da una stessa logica perversa, riassumibile nel modello di governance neoliberale delle città contemporanee.

Esiste una vasta letteratura sociologica su questo apparente paradosso, per cui le dinamiche di riqualificazione urbana si accompagnano ad un inasprimento – anziché ad una soluzione – della polarizzazione sociale. Si vedano gli studi sulla “gentrificazione”, per fare solo un esempio. La politologa tedesca Margit Mayer, analizzando le risposte dell’urbanistica neoliberale alla crisi del 2008, ha recentemente scritto che “I manager delle città fanno ancora tutto quel che riescono a immaginare per attrarre flussi di investimento e guadagnare posti nella competizione interurbana. Ma i restringimenti di budget oggi impediscono a sempre più città di realizzare quel genere di grandi progetti, spettacoli urbani e eventi di fama che sembravano così efficaci nel diffondere un'immagine di successo, agli investitori come ai turisti. Le città, costrette a stringere la cinghia, si volgono allora a politiche locali che fanno uso di forme simboliche meno costose di organizzazione di eventi (eventization)e festival (festivalization)” (The Politics of Dispossession and Reappropriation in the Neoliberal City, in AA.VV., Città. Politiche dello spazio urbano, IAPh 2016). Pare dunque che l’assessore Mangini non abbia inventato nulla

Riguardo ai protagonisti di questo fenomeno neoliberale di festivalization, però, Mayer fa acutamente notare come queste “politiche di promozione culturale traggono beneficio e incorporano alcune subculture e movimenti alternativi come elementi della ‘città creativa’, contemporaneamente marginalizzando i gruppi che hanno meno risorse simboliche a disposizione, facendo così crescere le loro proteste”.  Ecco il nodo che istituisce una proporzionalità diretta tra la promozione della città creativa e l’inasprimento dell’emarginazione sociale. Si potrebbe forse essere ancora più radicali, astenendosi da un giudizio normativo e limitandosi al compito descrittivo di questa marginalizzazione: il problema non è che questi gruppi manchino di risorse simboliche; il problema è che l’apparato simbolico che la festivalization produce non è il loro. Non ha senso, pertanto, lamentarsi che mentre “noi” riqualifichiamo la città con la movida e i festival, “loro” invece non partecipino a questa impresa, anzi la ostacolino: la Bitonto dei festival e della movida, del jazz e del blues, della poesia e della filosofia, che “noi” produciamo, non è la loro, non vi si riconoscono. È un brand esclusivo, un codice simbolico che li taglia fuori. Le condotte “antisociali”, al limite o pienamente nell’ambito della delinquenza, al contrario, sono il solo significante simbolico di cui “loro” dispongono per contrassegnare un ambiente residuo da sentire proprio, in cui riconoscersi. Sono lo strumento per rivendicare la propria visibilità, la propria esistenza, in un modello di sviluppo urbano che vorrebbe renderli invisibili, nasconderli come la polvere sotto il tappeto e fare come se non esistessero.

In breve: non è affatto contraddittorio (e dunque non può essere causa di frustrazione) che Bitonto, nel medesimo tempo, riscopra il suo fermento culturale e conservi certe tendenze delinquenziali. Anzi: la tendenza alla polarizzazione sociale è destinata a crescere ed aumentare di pari passo con il processo di “festivalizzazione” e di messa a profitto delle risorse culturali della città.

Cosa c’entra la festa dei Santi Medici con questo quadro di violenza simbolica urbana? 

Prescindendo da ogni giudizio sul significato religioso di quel che avviene a Bitonto la terza domenica di ottobre, attenendosi alla schietta descrizione sociologica, è innegabile come la festa esterna dei Santi Medici sia oggi una delle rarissime occasioni – e certamente la più significativa – in cui “alto” e “basso” in questa città si mescolano; in cui tutti i bitontini – senza distinzione tra “noi” e “loro”- si riversano per le strade, si assiepano ai loro lati, al di là delle differenze di ogni sorta, al passaggio delle statue, si incolonnano gli uni affianco agli altri in processione o in fiera. Un’estetica della folla, della massa spogliata dei suoi contrassegni interni, omogeneizzata in una moltitudine anonima (che non è, beninteso, buona in sé: rimane neutra e senza dubbio potenzialmente sussumibile in un dispositivo di profitto economico o di consenso elettorale. Ma questa è un’altra storia). Quel che qui conta è che il significante simbolico, in questo caso, è veramente comune.

Ecco il vero scandalo di questa festa, il fantasma inconscio che si nasconde negli appelli giustizialisti alla depurazione della processione da soggetti poco raccomandabili: nientemeno che il fantasma della democrazia. Più che una lezione, un vero e proprio “miracolo” di comunità – trascendente rispetto a quello che riterremmo l’ordine “naturale” delle cose – va in scena la terza domenica di ottobre: un rispecchiamento che ci restituisce un’immagine deforme, mostruosa, di Bitonto. Pensavamo di essere un certo tipo di città, e invece scopriamo con sgomento di essere di più, scopriamo che c’è qualcosa o qualcuno di troppo. Ma non è forse una comunità sempre ed essenzialmente più di quel che crederebbe di essere, sempre esposta all’eccesso, sempre debordante, sempre eccedente rispetto alla favoletta identitaria che vorremmo raccontare nelle brochure turistiche ispirate all’igiene urbana neoliberale? E non è allora questo momento di straniante ebbrezza cittadina il sintomo di un’inconfessabile verità?

Sia chiaro: questo non ha niente a che fare con il perdono o la misericordia cristiani. Non c’è bisogno di scomodare il Vangelo o la dottrina sociale della Chiesa per rivalutare il “buon qualunquismo” della sagra. Paradossalmente, anzi, proprio perché quel che accade la terza domenica di ottobre, intrinsecamente, ha a che fare con l’antropologia molto più che con la teologia, questo “miracolo” di democrazia è possibile. Etsi Deus non daretur. Ché anzi, come scrivemmo tempo fa, quando nasce la devozione muore la democrazia

Si scopre così infine che i “bigotti” e “oscurantisti” difensori dell’apertura della processione a tutti e a ciascuno sono, in fondo, più “di sinistra” di tanti (fra noi) intellettuali benpensanti. Il mito illuminista è in fondo intriso spesso di saccente elitismo. Mea culpa.