Don Michele o Il convitato di pietra

Sabino Paparella
di Sabino Paparella
In evidenza, Esperia
03 ottobre 2016
Photo Credits: Todd Rosenberg

Don Michele o Il convitato di pietra

Una trasposizione operistico-psicanalitica della complicata trattativa tra Sindaco e PD

Don Giovanni (al servo Leporello):

 

Senza alcun ordine 

la danza sia:

chi 'l minuetto,

chi la follia,

chi l'alemanna

farai ballar.

Ed io frattanto,

dall'altro canto

con questa e quella

vo' amoreggiar.

Ah! la mia lista

doman mattina

d'una decina

devi aumentar.

 

(Mozart, Don Giovanni, Atto primo, scena 15ma)

 

Se la situazione politica bitontina odierna, con particolare riguardo per la partita de "l'unità del centrosinistra", fosse un'opera, probabilmente assomiglierebbe al Don Giovanni di Mozart.
Si tratta di un "dramma giocoso" ispirato al personaggio dell'Ingannatore di Siviglia, inventato nel Seicento da Tirso de Molina e poi reso celebre da un ricco filone drammaturgico, a partire da Molière.

Don Juan è uno spregiudicato libertino dedito ad accrescere le proprie conquiste, di cui tiene il conto il fedele servo Leporello, il quale inutilmente prova a contenerne gli appetiti. Il dramma si apre con un assassinio: Don Giovanni uccide a duello il vecchio Commendatore, del quale tentava di insidiare la figlia. E alla stessa figura del Commendatore si riaggancia, in una chiusura ciclica, l'opera: dopo numerose altre traversìe amorose, Don Giovanni si imbatte casualmente nel mausoleo del defunto Commendatore e in segno di dileggio chiede al suo servo di invitarlo a cena; per tutta risposta, dopo qualche ora la statua si presenta realmente a tavola come Convitato di Pietra, ricambiando l'invito. Anziché temerlo e nonostante i suoi moniti a redimersi, Don Giovanni accetta la sfida suggellandola con una stretta di mano: la morsa marmorea, però, segna la dannazione dell'impudente viveur, inghiottito istantaneamente da una voragine e dalle fiamme.

Le analogie non mancherebbero: il Sindaco, che i rumors degli ultimi mesi descrivono intento in una spregiudicata campagna acquisti per garantirsi la rielezione, può senz'altro vestire i panni dell'uccisore ("rottamatore", se vi sembra meno cruento) del Commendatore – che il dramma ritrae vestito della toga da "Senatore" romano – evidente metonimia della tradizione e delle consuetudini, dunque, nella nostra trasposizione, della "vecchia politica" cittadina, impersonata da una certa classe dirigente democratica.

Ai lettori il diletto di associare anche i ruoli del servo Leporello e di Donna Elvira, l'unica veramente innamorata e fedele a Don Giovanni e preoccupata della salvezza della sua anima, da lui solo illusa e usata, sino a decidere di ritirarsi in convento.

Volendo proseguire l'analogia, si potrebbe dunque immaginare che il vecchio Commendatore piddino, da vittima, possa infine dimostrarsi carnefice del Sindaco, porgendogli un invito che lui, per ingordigia e spavalderia, non saprebbe rifiutare. Si potrebbe immaginare che la stretta di mano, di sfida più che di accordo, acccompagnata da un ultimatum di ravvedimento impossibile da soddisfare ("C: Pèntiti scellerato!/G: No, vecchio infatuato!/ C: Pèntiti/G:No/C: Sì/ D:No/ C: Ah! tempo più non v'è!") possa infine risultare fatale al primo cittadino. E giustizia sarebbe fatta.

Si potrebbe. Oppure no.

Perché la lettura moralistica, cattolica (dopotutto Tirso de Molina era un frate) del Convitato come nemesi divina alla dissolutezza di Don Giovanni, alla sua incapacità di scegliere da che parte stare (secondo la celebre lettura kierkegaardiana), non esaurisce in verità le possibilità euristiche di questo dramma. Nasconde quantomeno la possibile interpretazione psicanalitica del rapporto Don Giovanni-Commendatore, che una più attenta ricognizione filologica sui testi forse consentirebbe.

L'adattamento di Lorenzo Da Ponte per il libretto che avrebbe reso celebre l'opera di Mozart omette un dettaglio, una variante presente invece nella più estesa versione di prosa di Molière: qui, la fatidica sera del banchetto a casa di Don Giovanni, prima dell'arrivo del Convitato di Pietra, diversi altri avventori giungono a bussare alla porta. Primo fra tutti, un commendatore in carne ed ossa, il Signor Domenica, che, venuto ad esigere il proprio credito, viene arruffianato da Don Giovanni e dal suo servo, salvo essere poi sbattuto fuori di casa.
L'inserto narrativo non è irrilevante: all'inizio del quarto atto, infatti, vedendo comparire Domenica alla porta di Don Giovanni, gli spettatori crederebbero compiuta la promessa proferita dalla statua poco prima nel cimitero: un commendatore, in fin dei conti, si è presentato a cena. La successiva comparsa del Convitato di Pietra, che sembra così riprendersi il ruolo di autentico Commendatore, ingenera il dubbio: qual era allora il ruolo di Domenica?

Il raddoppiamento del Commendatore, d'altro canto, non è simmetrico: se Domenica è un commendatore qualsiasi, in carne ed ossa, reale, il Convitato di Pietra è invece "il" Commendatore, nella sua trasmutazione fantasmatica (non a caso, nella versione di Molière, prima di incontrarlo a cena Don Giovanni si imbatte in uno spettro, poi mutato nel Tempo con la falce in mano, di cui il libertino dice di riconoscere la voce come "familiare").

Questo raddoppiamento del commendatore/Commendatore sarebbe spiegabile, nella teoria psicanalitica lacaniana, dall'opposizione tra Reale e Simbolico: la statua de "il" Commendatore non sarebbe che il "Grande Altro" idealizzato dal soggetto (Don Giovanni) per surrogare con un interdetto ("Péntiti!") una propria fondamentale mancanza. Per farla breve: sarebbe Don Giovanni stesso a produrre un commendatore in quanto Commendatore. Dopotutto, nella stessa versione mozartiana si sottolinea come sia Don Giovanni a disturbare la quiete dei morti (il legame con il proprio passato) nel cimitero, evocando il fantasma del Commendatore ("Ribaldo audace! /Lascia a' morti la pace..").

Quel che è più interessante è che, seguendo quest'interpretazione, un "commendatore" Reale non esisterebbe nemmeno (il Signor Domenica sarebbe al limite quello che Lacan chiama "Immaginario"): il Reale, infatti, non esiste se non come vuoto colmato dal Simbolico: "il" Commendatore è e sarà sempre, per definizione, un "impostore", uno che prende il posto altrui.

Traducendo: il Commendatore piddino è un impostore, che esiste come Commendatore solo in quanto Don Michele investe in lui il desiderio di una competizione che gli permetta di sentirsi risolto, di essere quello che è. Don Michele e il Commendatore piddino non sono due poli contrapposti: sono uno il rovescio dell'altro; pertanto, pur essendo indispensabili l'uno all'altro, non potranno mai vedersi contemporaneamente. Se uno è vivo, l'altro deve morire (politicamente).

È con se stesso, allora, che il Sindaco deve fare i conti. Il nemico e giudice non è fuori, trascendente, ma immanente. La battaglia è tutta rispetto al proprio essere, inconfessabilmente, inevitabilmente, sempre e comunque fuori posto. Non esistono d'altronde contrapposizioni delimitate già date, rispetto a cui basterebbe fare una scelta di campo (il sogno grillino) – buoni-cattivi, partito-civismo, destra-sinistra, Lacarra-Loizzo, ecc.. – né basta prendere di tutto un po'. Occorre tracciarle, le distinzioni, stabilendo la prospettiva che, in un continuo potenzialmente omogeneo ("e de' perfidi la morte/ alla vita è sempre ugual!"), le ritaglia e le rende tali.

Così, perlomeno, direbbero Molière, Mozart e Lacan. Credo.