Abbaticchio: la logica del L’EGO®

Sabino Paparella
di Sabino Paparella
Politica, Esperia, Elezioni Amministrative 2017
28 ottobre 2016
Photo Credits: Pierfrancesco Uva

Abbaticchio: la logica del L’EGO®

Il gioco del particolarismo dietro la coalizione lanciata dal Sindaco per la sua rielezione

C’è chi, guardandone e contandone i rappresentanti (compresi i due responsabili della comunicazione), venerdì sera al tavolo del Convivium, ha evocato l’Ultima Cena di Leonardo, giocando a ipotizzare a chi tra loro possa convenire il ruolo di Giuda. 

Sono dieci, fino ad ora, le “forze politiche” promotrici di un Abbaticchio bis. Le virgolette sono d’obbligo, perché di molte di esse non è dato conoscere ragioni e contenuti programmatici che ne giustifichino una tale definizione. Di certo c’è che chi si aspettava una semplificazione del quadro politico cittadino rispetto a cinque anni fa è rimasto deluso. Quella frammentazione che allora poteva essere giustificata da una necessità emergenziale, viene oggi ribadita ostinatamente come caratteristica strutturale del sistema politico bitontino. 

Rispetto al precedente quinquennio la coalizione ha perso, dopo le note vicende, il Partito Socialista e, almeno nominalmente, l’associazione Laboratorio, rimpiazzata dalla “Bitonto solidale” di Domenico Incantalupo e sodali. New entry sono anche il Progresso Democratico di Sannicandro e De Palma – la fronda riottosa del PD avvicinatasi ad Abbaticchio in occasione dell’avvicendamento alla Presidenza del Consiglio – ed il cartello elettorale Riformisti-Cattolici-Popolari, in capo al presidente dell’ASP Vito Masciale, che stando ai bene informati dovrebbe accogliere tra le sue fila anche gli emissari locali di altre forze minori, innanzitutto di quell’Area Popolare/Nuovo CentroDestra/Alfaniani che ha nel sottosegretario Massimo Cassano il suo punto di riferimento a Roma. 

Nel florilegio elettorale non mancano sigle di realtà di cui, all’indomani dell’elezione del 2012 e dell’inserimento dei rispettivi esponenti nella macchina politica e amministrativa di Abbaticchio, si erano perse le tracce: “Per un cambio generazionale vero” e “Giovani per Michele Abbaticchio”; e resistono partiti che a livello nazionale sono sostanzialmente “estinti” o “in transizione”: Sel, Italia dei Valori, Rifondazione Comunista. È sintomatico che, in questo cancan di nomi e liste, le realtà politicamente più significative – almeno in ragione del contatto con la città e dell’incidenza nell’azione amministrativa – siano esperienze politiche fino a qualche anno fa di carattere puramente amatoriale: Progetto Comune e Città Democratica.

In sintesi, un ventaglio di listarelle, mediamente da mille voti ciascuna, che va da Ferrero ad Alfano, o se preferite da Dino Tafuto (che però rifiuta indignato di potersi accostare al PD) a Gaetano Brattoli, in una miscela elettorale che diventa difficile continuare a definire “centrosinistra”. Non perché inglobi personaggi di centrodestra, ma perché diluisce a tal punto i potenziali connotati politici di ciascuna realtà da risultare alla fine una massa politicamente indistinta, una costruzione elettorale in cui ciascun pezzo deve’essere intercambiabile, abbastanza grosso da contribuire all’opera, ma non tanto da divenire insostituibile o ingombrante. Chi ha giocato con la LEGO lo sa: tra due o più mattoncini piccoli ed uno solo ad essi equivalente sono sempre da preferire i primi, perché lasciano, anche in futuro, libertà di rimodellamento, flessibilità, giuntura con altri mattoncini che il blocco unico non consente. Con i pezzi piccoli ci si tiene le mani libere.

 

 

Lo sa anche l’abile rigattiere Michele Abbaticchio, che raccattando portatori di voti “di risulta” a destra e a manca sta ancora una volta ribadendo coi fatti che l’unico garante della coerenza politica di questa LEGO è l’ego suo: la sua personalità politica ed il progetto amministrativo che egli solo è in grado di realizzare, e che diventa tanto più insostituibile quanto più minuti sono i mattoncini della sua costruzione. L’unica chiave di volta, in questa congerie di frattaglie elettorali, dev’essere lui. È lui l’unico collante che gli “apostoli” l’altra sera hanno potuto celebrare – e imporre come “memoriale” a chiunque voglia convertirsi alla loro “fede”:  l’eucarestia – il “rendimento di grazie” – verso l’esperienza amministrativa del Maestro che si va concludendo – la chiamano “continuità”. Con il risultato che l’ipertrofia della LEGO, che ogni giorno va arricchendosi di nuovi mattoncini – per ultimo il semi-endorsement di Losacco-Maiorano, ennesima tessera sfilata al basamento del PD – automaticamente si converte nell’ipertrofia dell’ego, del potere contrattuale e delle velleità politiche futuribili del Sindaco.

Non sono però l’ambizione personale di Michele Abbaticchio, né l’eterogeneità politica e culturale della coalizione che lo presenta, le conseguenze peggiori di questo collage elettorale. Il portato più preoccupante è la dis-educazione politica che comportano nei confronti dei cittadini elettori. La mancata sintesi in partiti o più capaci contenitori politici inevitabilmente acutizzerà, anche nel 2017, quella logica clientelare che sacrifica il voto d’opinione alle dinamiche delle cricche, dei salotti, delle famiglie e delle cerchie di amici, scatenando una caccia al consenso la cui unica verifica è, all’indomani delle votazioni, il rito (pseudo)virile del “chi ce l’ha più lungo” – vale a dire il confronto fra i rispettivi pesi elettorali.

L’“operazione PD”, il mattoncino che in tutti i modi Abbaticchio si sta sforzando di incastrare nella sua costruzione, e che evidentemente anche nel Partito barese continuano a sollecitare (non deve sfuggire l’assordante e inusuale no comment rispettato in occasione della presentazione della coalizione abbaticchiana dagli esponenti democratici), non migliora, ma anzi rischia se possibile di peggiorare questa deriva. In questo momento l’ingresso del PD nella coalizione del Sindaco non potrebbe che sommare un fattore di frammentazione, aggiungendo peraltro “un posto a tavola” per una cena che comincia a diventare troppo magra. È nel corso di questi cinque anni, che il PD avrebbe potuto e dovuto costruire un contenitore di sintesi che scoraggiasse il particolarismo e il proliferare di liste personali, se solo non fosse stato troppo impegnato in una guerra di posizione, in cui oggi rischia di risultare ancora una volta sconfitto. Il PD, se è ancora memore della “vocazione maggioritaria” con cui nacque, non può essere “uno fra tanti”, dev’essere “uno di tanti”: una sintesi dinamica che non neutralizzi le differenze, ma le renda produttive.

Il gioco è appena iniziato. Pare che la sfida sia fino a che punto si potrà continuare ad aggiungere mattoncini senza che torre crolli rovinosamente.