Seconda edizione di 'Filosofi in Città'. Il punto della tre giorni filosofica

Filippo Lovascio e Federica Monte
di Filippo Lovascio e Federica Monte
Cultura e Spettacoli, Video
19 settembre 2016

Si è conclusa ieri la rassegna. Tra esperimenti urbani e talk serali

È inutile stabilire se Zenobia sia da classificare tra le città felici o tra quelle infelici. 
Non è in queste due specie che ha senso dividere le città, ma in altre due: 
quelle che continuano attraverso gli anni e le mutazioni a dare la loro forma ai desideri 
e quelle in cui i desideri o riescono a cancellare la città o ne sono cancellati.


Le città invisibili, Italo Calvino


Ad estate ormai conclusa, sembra opportuno che la città si fermi un po', metta da parte tutti i fermenti di una stagione passata tra festival e un rassegne artistiche. Arriva un momento in cui le strade hanno bisogno di essere occupate in modo diverso, come quando per le piazze polverose delle città greche, tra uno scambio commerciale e l'altro, si scambiavano anche le idee. La città ha bisogno di pensare, di riflettere su quelli che sono stati i suoi passi, i suoi errori, su quelli che sarà il futuro. I cittadini hanno bisogno di riunirsi e discutere, magari affacciati sul fossato del Torrione Angioino, o appollaiati sulla scalinata del Teatro Traetta, ma anche riparati nel Sancti Nicolai Convivium perché la pioggia può tornare.

Questa è stata la seconda edizione di "Filosofi in Città", da qualcuno definito festival della filosofia. Più semplicemente chi l'ha vissuto ha sentito nella presenza degli ospiti, nei video degli esperimenti urbani, la possibilità di meditare e di condividere l'armonia di una sera di fine estate pensando allo "strano" binomio corpi e città. Strano perché è facile che i profani del settore pensino che la città, oggi più che mai, non abbia nulla a che vedere con la filosofia. E forse hanno ragione. L'uomo moderno non sembra aver voglia di fermarsi, figuriamoci di pensare. Ma è dunque ancor più strano che a questa tre giorni, diretta dalla prof.ssa Giusi Strummiello dell'Università di Bari, abbiano partecipato davvero in molti. Tra professori che sono intervenuti e giovani studenti che hanno stupito la città con esperimenti urbani.

Riappropriarsi della città, in cui le decisioni tengano conto delle esigenze dei cittadini, in cui l'architetto sia l'amico esperto che si perde fisicamente nella città trovando gli ostacoli da sistemare, come hanno fatto i ragazzi delle superiori mandati a zonzo per il centro antico o quelli che si sono riuniti in piazza interrompendo la routine dei passanti. Questo è l'invito del primo giorno di discussione, moderato da Ottavio Marzocca, docente dell'Università di Bari, a cui hanno partecipato Petar Bojanić dell'Università di Belgrado, Francesco Careri e Dario Gentili, dell'Università di Roma Tre. L'augurio è che l'agorà, il luogo in cui la comunità si riunisce nel luogo comune, ritorni ad essere il centro della politica, dello scambio, della filosofia. La speranza è che Bitonto non corra mai "pericoli", cioè non risulti divisa in gruppi che si contendono il possesso e la sicurezza, ma rammenti il proprio habitus, il suo modo di essere, che è il rapportarsi all'esterno.

Florinda Cambria, dell'università dell'Insurbia-Varese, e Federica Giardini, dell'Università di Roma Tre, nel secondo incontro introdotto da Francesca Recchia Luciani, docente dell'Università di Bari, ci hanno lasciato invece un altro spunto: la memoria come danza e il corpo come materia vivente che racconta una storia. Perché gli anziani di piazza Moro che osservano incuriositi le ragazze che fanno ginnastica o le reazioni confuse di chi assiste agli studenti che si arrampicano sul cancello del cimitero sono depositari delle storie dei nostri luoghi, che costituiscono storie collettive narrate dai nostri corpi. Perché la danza è il passaggio da una postura ad un'altra, da un gesto ad un altro, formando il rito, il dramma, la memoria. Perché il corpo degli uomini non ha lo stesso peso di quello delle donne, che è un corpo da guardare. Perché le donne non hanno il tempo di sostare nelle piazze come gli uomini, il loro posto è la casa, il privato, simbolo del possesso della vita e del corpo. Perché femmina, cioè latrice di vita, e donna non hanno lo stesso significato, hanno storie diverse.

L'invasione delle biciclette nelle strade della città o dei rifiuti che assumono nuove forme nella piazza della domenica hanno stravolto ancor di più i passanti. Una sorpresa che ha lasciato senza fiato. Una reazione che è frutto del nostro rapporto con la realtà, come hanno osservato nella terza serata Gianluca Cuozzo, dell'Università di Torino, e Daniele Giglioli, dell'Università di Bergamo, con la moderazione di Daniele Pegorari, dell'Università di Bari. L'obbligo del moderno cittadino è quello di farsi un'idea di un mondo che è nel più completo caos. Un disordine che non viviamo in prima persona, che ci viene trasmesso attraverso la comunicazione, gesti mediatici. Sono questi ad essere interpretati come traumi o miracoli, perché frutto della comunicazione e non dello studio storico-scientifico. È l'impotenza a causare il trauma, la reazione all'effetto sorpresa di ciò che avviene in una realtà sempre più fumosa, sempre meno realtà. Il trauma seguito sempre dall'emarginazione, perché diventa scarto, il risultato della menzogna e del fallimento di ciò che abbiamo prodotto.

Sono solo poche pennellate del ritrovarsi insieme dei cittadini di Bitonto alla fine dell'estate. Sono alcune riflessioni, propositi, che Bitonto conserverà. Ma più di tutti sono i cittadini ad essere stati i protagonisti di "Filosofi in Città". Sono loro a essersi messi in prima fila a occupare le piazze, a invadere con i propri gesti gli spazi di chi osservava sorpreso. In questo agire si rivela il fil rouge di questi eventi: Bitonto ha bisogno, e sempre lo avrà, di riunirsi, di filosofare.