Scendere in piazza ai tempi di PokémonGo

Sabino Paparella
di Sabino Paparella
Cultura e Spettacoli, Esperia
16 settembre 2016

Scendere in piazza ai tempi di PokémonGo

Oggi la prima giornata di Filosofi in Città. Una traccia

La chiamano "realtà aumentata". In pratica, è l'estensione virtuale dello spazio che ci sta intorno, attraverso la modificazione tecnologica della percezione che abbiamo di esso. Esiste sostanzialmente da lustri, spaziando dalle applicazioni della robotica a dispositivi biomedicali fino ai gps dei nostrismartphone ed ai QR code con cui tappezziamo i muri, ma l'opinione pubblica sembra essersene accorta solo quest'estate, quando mezzo mondo si è ritrovato a inseguire Pokémon dal bagno di casa ai giardini di Central Park. No, non chiamatela illusione; non è nemmeno magia. È una domanda di possibilità. Chiediamo alla realtà più di quello che può darci. Chiediamo l'impossibile.

Sembra un'idea balzana, ma il fatto è che abbiamo semplicemente cambiato dispensatore. Fino a poco fa era al tempo che chiedevamo aggiunte, proroghe, differimenti. Lo chiamavamo futuro. Come scrive Dario Gentili – che questa sera sarà ospite del primo dibattito di "Filosofi in Città" insieme a Petar Bojanić e Francesco Careri (ore 19, Terrazza del Torrione) – per tutta la modernità è stato paradossalmente il tempo la dimensione più propria dell'utopia, del non-luogo. Ciò che non si contempla oggi (che vediamo solo "per speculum, in aenigmitate", direbbe San Paolo), la vita beata, la città perfetta, la comunità pacifica, lo vedremo "un giorno", quando "sarà giunta l'ora", o al limite "alla fine dei tempi". Il futuro di una volta portava con sé il senso del progetto come attesa, come fiducia, se volete come speranza. La scommessa in una novità a venire, incommensurabile rispetto al presente e per ciò stesso avvolta da una nube di alea o – per chi credeva – di mistero. Niente a che vedere con le "proiezioni" (elettorali) e le previsioni sondaggistiche di oggi, ingabbiate nella contabilità dei dati e costrette ad un'inarrestabile rimasticazione del presente, secondo una coazione a ripetere in cui non è più chiaro se sia la realtà a suscitare la previsione o viceversa. Lo si dice spesso, non c'è più il futuro di una volta.

E allora, nell'eterno presente della contemporaneità, in cui il futuro è sempre anteriore, sempre déjàvu, fastidiosamente in loop, è allo spazio che affidiamo i nostri auspici e le nostre suppliche. Dilatiamo quel che non possiamo pro-gettare. Srotoliamo il presente su un piano. Lo stendiamo, lo stiriamo, lo sgraniamo persino (finché regge e non si buca). È qui che cerchiamo alternative e possibilità. Tra una piega inindagata ed un lembo rattrappito. (S)tirare, anziché lanciare. La forza elastica, anziché il moto del proiettile. Come suggerisce ancora Gentili, delle due espressioni usate dal filosofo tedesco Reinhart Koselleck per definire il passaggio alla modernità – "spazio di esperienza" e "orizzonte di aspettativa" – abbiamo prodotto una crasi: ne è venuto fuori uno "spazio di aspettativa". Spazio di aspettativa è non (solo) il nostro cortile infestato da mostriciattoli giapponesi da catturare sull'i-phone. Spazio di aspettativa sono i continenti destinati alla desertificazione per il global warming. Spazio di aspettativa è un territorio che si scioglie per le alluvioni e si sfarina per un terremoto. Spazio di aspettativa è anche la nostra città, come tante altre assediata dall'emergenza di decisioni destinate a trasformarla profondamente, dall'edilizia al ciclo di gestione dei rifiuti, dalla questione della mobilità urbana a quella della sostenibilità energetica.

Lo spazio di aspettativa è il modello di un dialogo sincronico tra persone e ambiente, tra corpi e città. Un dialogo e non, come spesso si dice, un equilibrio. Perché non si tratta semplicemente di mantenere le giuste distanze, ma di impegnare le inevitabili prossimità. Perché corpi e spazio sono sempre e comunque in relazione, ed è da qui che bisogna partire.

Che significa tutto questo? E che ne va, soprattutto, della questione della "cittadinanza" evocata dal titolo programmatico della prima giornata di FiC?

Se è tornato ad essere lo spazio, oggi, la dimensione dell'utopia, ciò significa anche che è sullo spazio e nello spazio che è destinata ad esprimersi la politica. Sulla strada e per le piazze, come le "rivoluzioni arabe" e i movimenti di resistenza, di lotta o di rivendicazione di diritti degli ultimi anni stanno dimostrando. E se, come ci ha ricordato Claude Lefort, la politica è essenzialmente invenzione – condivisione di novità, assegnazione di significati ulteriori alla realtà – è lo spazio allora, oggi, a dover essere inventato, o re-inventato. E a farlo devono essere i corpi. Sono gli abitanti e i migranti – corpi che occupano e che percorrono gli spazi – i cittadini di oggi. A loro spetta produrre nuovi segni di comunità, a partire dai residui di spazio che l'economia dei luoghi non ha ancora messo a profitto. È dai vuoti infatti, non dai pieni, che può prendere corpo, letteralmente, una nuova politica. Vuoti sono i passaggi, i varchi, le strade, le gallerie, le lame. Vuote sono soprattutto le piazze, quelle autentiche e non confezionate su misura dal mercato, che come scrive Ugo Perone devono essere "luoghi non riempiti di risulta". Il vuoto è l'intervallo dello spazio. I vuoti sono i veri spazi di aspettativa. Nei vuoti si può lottare, si può sostare, si può attraversare, camminare, scoprire. Al vuoto, come resto, si può chiedere la politica che resta, la politica che resiste: niente di meno dell'impossibile.