'Mastica e sputa'. Presentato il nuovo libro di Pino Roveredo alla Biblioteca Comunale

Filippo Lovascio
di Filippo Lovascio
Cultura e Spettacoli
20 settembre 2016

'Mastica e sputa'. Presentato il nuovo libro di Pino Roveredo alla Biblioteca Comunale

Bitonto ha ospitato per la seconda volta il premio Campiello

"Agli ultimi e penultimi in classifica". Con questa accorata dedica, Pino Roveredo apre il suo nuovo libro, "Mastica e sputa", edito da Bompiani, che l'autore ha presentato presso la Biblioteca Comunale nell'incontro dello scorso 19 settembre.

L'evento, aperto con il saluto istituzionale dell'assessore al Marketing Territoriale Rocco Mangini, moderato dalla prof.ssa Mariella Cassano e la lettura di alcuni passi del libro da parte dell'esordiente attrice bitontina Irene Berardi, ha portato a Bitonto per la seconda volte il vincitore del premio Campiello.

L'autore non vuole definirsi scrittore, ma "autista di parole". "La parola scrittore mi spaventa" ha dichiarato Roveredo, "perché lo scrittore è elevato e diventa importante, mentre la cultura oggi è semplice spettacolo e io preferisco non vivere nelle elite". "Mastica e sputa" è un titolo enigmatico, come la canzone di Fabrizio De Andrè da cui il verso è tratto, che sembra rifarsi ad un mistero atavico, il mistero stesso della vita. Le storie raccontate rivelano con la naturalezza cruda e semplice dell'autore un mondo spesso dimenticato, in cui si rilegge la rabbia dei protagonisti, sullo sfondo di una Trieste che Roveredo con la lente della propria esperienza consegna al lettore.

"Quando ho presentato il mio primo romanzo in un'intervista radiofonica" ha raccontato l'autore, "ho detto, destando confusione nell'intervistatrice, che mi sono ispirato a De Andrè, perché questo grande poeta può ancora insegnarci molto. E oggi siamo abituati a masticare ma non a sputare, non siamo più solidali, non prendiamo più posizioni, il nostro sputare appartato riassume la nostra condizione di solitudine".

Le storie di Roveredo, definite da Magris "graffiti" per il loro carattere pungente e disincantato, trattano tematiche che hanno segnato la vita del giovane Piero e che l'hanno portato ad essere quello che è oggi. Dall'esperienza in manicomio, alleviata solo da Franco Basaglia, alla scoperta del piacere della rivoluzione da parte di una donna maltrattata dal marito violento, Roveredo mostra l'umanità dimenticata degli ultimi e dei penultimi, i posti più ambiti nella classifica della vita, "che auguro ai miei figli, perché gli ultimi non dovranno mai sopportare il peso insostenibile dei primi". Il tutto accompagnato da una scrittura dotata della "sintesi", come l'ha definita Roberto Vecchioni, che conserva la parola dura, ma che poi sfocia nella poesia. "La parolaccia si incontra anche nei salotti" ha commentato Roveredo, "e non posso evitarla. Quando ho dovuto scrivere una commedia sulla vita in carcere, non potevo certo non riscrivere le parole dure, ma la poesia deve essere presente, perché è una carezza che alleggerisce il testo. La scrittura deve avere un suo ritmo dinamico, musicale, sennò diventa noiosa".

Dopo trent'anni di scrittura intensa, vissuti nell'aiuto dei giovani tossicodipendenti o come garante dei diritti dei detenuti, regalando anche la felicità di un abbraccio ai bambini degli istituti psichiatrici, Roveredo ha chiuso la serata con un pensiero sui ragazzi, un consiglio per tutti i genitori: "Dobbiamo mostrare ai nostri figli quello che facciamo, quello per cui ci impegniamo, perché non auguro ai miei figli le esperienze dure che ho vissuto io. Oggi è sempre più importante che non solo insegniamo loro, ma ci mettiamo in ascolto delle loro parole. Dare un foglio ai ragazzi per raccontarsi è il primo passo per una vera crescita".