La filosofia che resta

Sabino Paparella
di Sabino Paparella
Esperia
18 settembre 2016

La filosofia che resta

Stasera chiusura di 'Filosofi in città' con Gianluca Cuozzo e Daniele Giglioli

Chissà se qualcuno ha raccolto quei baci mai dati
i gesti invisibili come bottoni smarriti [...] Io spero che esista anche un Dio delle piccole cose
che sappia i silenzi mai diventati parole.

Fabi Silvestri Gazzé, Il dio delle piccole cose, 2014

 

Vivere basta "e avanza". È l'impressione che con estrema facilità e spontaneità si potrebbe raccogliere da qualcuno, a margine, ai margini, dell'iniziativa di "Filosofi in città", giunta oggi al suo ultimo atto. Macché filosofi, macchè astruse riflessioni sulla relazione tra i corpi e gli spazi. C'è da campare. Abbiamo una vita da sbarcare, a fatica, con le scadenze contingentate dalla penuria di forze e risorse. La filosofia è un lusso, un "di più" che non possiamo permetterci. In tempi di austerity e di fiscal compact, l'antico adagio "primum vivere deinde philosophari" accorcia le sue pretese temporali: primum vivere, stop.

Il fatto è che proprio mentre basta, proprio perché basta, vivere avanza. È già soltanto bastando, che vivere avanza. Perché vivere è già immediatamente il racconto che la vita fa di sé. Non si può vivere senza, al contempo, raccontarsi vivere, senza dirsela la vita. Che lo si racconti facendo politica su un palco o sussurrandosi qualche lacrima tra le coperte del proprio letto, pubblicamente o introspettivamente, il vivere è così già sempre raddoppiato. E ogni vita è letteratura (come ogni letteratura è letteratura di se stessa).

Per questo motivo è tanto più importante che un (non)festival dedicato alla filosofia come pratica di mondo si chiuda con una giornata sui "corpi letterari". E, tra diverse figure letterarie, sui rifiuti, i residui, gli scarti: il doppio spettrale dell'essenziale che abbiamo metabolizzato. Anche la filosofia, in questo senso, è certamente un rifiuto. È l'incarto di una merenda o il giornale di ieri, quel che avanza rispetto a ciò che basta. È, forse proprio per questo, ciò che resiste al consumo: non si mangia, non si beve, non si usa, non serve a niente. Viene dopo tutto questo: dopo il banchetto, dopo il lavoro, suggello del loro esaurimento. È essenzialmente inessenziale. Estranea e al contempo aderente alla vita come un feto lo è rispetto al corpo materno che lo ospita.

Questo sono i rifiuti in fondo anche per la nostra società: figli indesiderati, espulsi, allontanati dalla vista e confinati in un perimetro igienico. Che si tratti di RSU o di immigrati – perché anche quelli sono rifiuti. La logica profilattica è esattamente la stessa. Accumulo, trasferimento, discarica (ghetto/c.a.r.a.). E pure sugli inceneritori la storia avrebbe da rammentarci qualche analogia.

I figli indesiderati sono il ricordo presente dei genitori che saremmo potuti essere, il monito di un'ambiguità che non riusciamo a sopportare. Così i rifuti – umani o materiali che siano – si portano dietro troppe possibilità inespresse, troppe alternative, troppe potenzialità, troppe risorse. Il problema dei rifiuti è che rischiano di svelarci la verità troppo scomoda della nostra ricchezza, più volti e identità di quanti siamo in grado di accettarne. La resistenza dei rifiuti – la loro ostinazione nel non voler scomparire, nell'accumularsi e imporre il proprio problematico ingombro – dimostra che i conti, in una vita risolta in un'economia, non tornano. Non possono tornare.

È in questo senso che ogni residuo, ogni resto, è sempre e necessariamente un avanzo. Il risultato di una sottrazione è l'esponente di una potenza. Eccede, moltiplica, deforma, altera. Recuperare i rifiuti, mettere le mani tra gli scarti, allora, può avere il valore di una coraggiosa operazione di memoria: rinunciare all'inappellabilità dei dati e provare a ragionare sui fatti, dunque sul fare che li ha prodotti – e sul fare che può modificarli. È una sorta di riciclaggio della mente: da una vita tirare fuori un racconto, dalla storia la filosofia. Dalle minuzie disperse ai bordi delle strade dell'ovvio, una collezione di grandi promesse.
In fondo sì, basta vivere, perché vivere avanza.