In da Ghetto

Savino Carbone
di Savino Carbone
Inchieste, In da Ghetto
07 settembre 2016
Photo Credits: Lisa Fioriello

In da Ghetto

Viaggio nel girone nero di Rignano Garganico

Vi sembrerà strano, ma il design della Citroen C3 è stato studiato da un ingegnere di Rignano Garganico. Una delle monovolume più diffuse sul mercato europeo è nata da un genio originario di un paesino di quasi tremila anime che si affaccia su una delle più grandi distese di campi della Capitanata. Davvero poco altro si trova sul web a riguardo di una piccola cittadina a vocazione agricola, in cui il tempo è scandito dal passaggio dei greggi per il Tratturo Magno.

 

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L'entrata del Gran Ghetto di Rignano Garganico

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C'è però una Rignano nascosta, florida, che per il popolo dei Phone Center corre veloce come una opportunità. A qualche chilometro dalla provinciale San Severo-San Marco in Lamis che taglia la parte nord del foggiano, a meno di quaranta dalla San Giovanni Rotondo che fu di San Pio, sorge il "Gran Ghetto" di Rignano Garganico. Per carità: la baraccopoli sorge a nelle campagne di San Severo, a quasi due miglia dai confini di Rignano. Tanto che qualche rignanese sui blog ha proposto di boicottare quei giornali che associano a Rignano il Ghetto. Poco si può fare, i lavoratori stagionali continuano a trascinarsi nel Gran Ghetto con un passaparola che risponde alle parole "Rignano, Rignano!". Il disagio e la speranza rispondono ad un preciso nome, sineddoche malata della Puglia dei Caporali.

Il Gran Ghetto di Rignano Garganico è nascosto nei campi di grano ai piedi del Gargano. Una terra che nel 2015, secondo i dati Prometeia elaborati da Unicredit, ha fruttato 580 milioni e impiegato quasi 29mila unità in agricoltura. Un business importante che però impallidisce davanti alle cifre presenti nel rapporto "Agromafie e caporalato" diramato in primavera dall'osservatorio "Placido Rizzotto" della Flai Cgil: negli ottanta distretti agricoli sparsi in tutta Italia si genera un volume di traffico stimato tra i 14 e i 17 milioni di euro all'anno. Rignano, assieme a Rosarno in Calabria, rappresenta la più importante frontiera dell'economia illegale prodotta da un agricoltura che da due decenni in Puglia si arrende alle regole glocali.

 

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Immondizia accatastata sulla strada che conduce al Ghetto

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Arrivare al Gran Ghetto non è semplice. Il campo si estende su una superficie di qualche ettaro, quasi interamente di proprietà della Regione Puglia, sotto sequestro con "facoltà d'uso". Le vie di accesso sono tortuose e costellate di fossi e per imboccare la strada che conduce alla banlieu pugliese ci tocca allontanarci di molto dalla provinciale, perchè un piccolo ponte - che tagliava in due l'agro foggiano - è stato bloccato con un cumulo di sassi. Sarà per questo che il bus provinciale 34, che parte dalla stazione di Foggia, si ferma solo ad un chilometro dal Ghetto. La monotonia delle strade attorno spesso è interrotta da qualche ragazzo di colore a piedi, in bicicletta. A bordo di vecchi e fatiscenti furgoni quando si iniziano ad intravedere in lontananza le baracche.

La luce calda e orizzontale del tardo pomeriggio foggiano può giocare brutti scherzi. A circa duecento metri dal Ghetto gli scheletri di un paio di costruzioni masserizie sono stati adibiti a comune per una trentina di immigrati. Sono scuri, vengono dal Senegal e dall'Africa Subsahariana. Qualcuno trascina dei panni e li stende su un cavo posticcio, passato da una roulotte scassata a un ulivo. Chi siede all'ombra accompagnato dal fastidioso gracchiare dei grilli, cercando di dimenticare l'olezzo che viene da una pila di sacchi di rifiuti impilati su una fila di cassonetti pubblici.

 

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Un bracciante che vive in una baracca alla periferia del Ghetto

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Nella veranda improvvisata di un casolare due uomini giocano a dama, tappi di bottiglia al posto delle pedine. Attorno a loro un capannello interessato che ci saluta affabilmente al nostro arrivo. I giocatori no. Mangia, sposta, mangia. Si gioca con le regole internazionali. Siamo in Africa, certamente. Il fabbricato si compone di due ambienti principali, più una latrina. Sudici, sporchi. Nella sala più grande in bella vista un televisore da ventidue pollici, tutto impolverato. Probabilmente non avrà mai funzionato, di certo nella costruzione non c'è elettricità né qualsiasi allaccio per la trasmissione. Sulla scocca del televisore è stato scritto "The Ghetto King Palace". Visitando il vero Ghetto, più tardi, avremmo capito che quei ragazzi se la passavano bene.

Con alcuni di loro riusciamo a scambiare qualche chiacchiera. Sport, il terremoto dell'Italia centrale. Moussa, un ragazzino si presta anche a qualche foto, poggiato su una vecchia Fiat Punto. Dopo un lungo conciliabolo, due di loro si offrono per accompagnarci nel Ghetto. Conoscono qualcuno lì. Duecento metri costeggiando un piccolo appezzamento con qualche ulivo ci portano nella bidonville di cui parlano i giornali. Niente King Palace.

 

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Due braccianti raggiungono il ghetto

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Contrariamente a quanto si può pensare il Gran Ghetto di Rignano Garganico non è un semplice addensamento di baracche. La densità di popolazione all'interno della Calais pugliese varia dalle seicento unità durante il periodo invernale alle tremila della raccolta. Numeri così alti non possono lasciar spazio all'improvvisazione. Il Ghetto è concepito come un castrum: un cardo e decumano su cui si sviluppano una fila sterminata di baracche precarie costruite con assi di legno, plastica e cellophane. Riuscito a sopravvivere persino ad un grande incendio scoppiato a Febbraio. Qui vengono da tutta Italia: dai Cara del Nord o da altre regioni del Sud, esodo di un esercito di braccianti assoldati persino con WhatsApp e Telegram.

All'inizio erano i miserabili italiani, poi i maghrebini, quindi i più poveri dell'Europa: polacchi, rumeni, bulgari. Da un decennio Rignano ospita i centroafricani. Ieri le vigne, oggi sono i pomodori a dominare il triangolo Cerignola-Lucera-Melfi, servito dalla manodopera sottopagata della bidonville foggiana. Lo schema a scacchiera divide il Ghetto in quattro parti. "Bamako, Abidjan, e Washington. Nella prima parte, questa, abitano i maliani; nella seconda gli ivoriani e altre nazionalità, nella terza quelli che stanno meglio. Per questo l'hanno chiamata Washington, perchè per loro significa bel posto" spiega Yvan Sagnet, protagonista nel 2011 degli scioperi alla Masseria Boncuri di Nardò, in "Ghetto Italia", una pubblicazione a quattro mani con Leonardo Palmisano. Con gli ivoriani ci sono ospiti provenienti dalla Nigeria, dalla Guinea, dal Senegal, dal Burkina Faso. Dal Benin.

 

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Le viuzze del Ghetto

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La divisione in "quartieri" riesce a garantire un certo ordine sociale e in effetti, durante il nostro giro, l'atmosfera del Ghetto sembra davvero molto rilassata. Si aspetta con noia il tramonto. Come in un qualsiasi paesino del Gargano. I disordini, però, ci sono: a Luglio il maliano Ibrahim Traore è stato accoltellato dopo un litigio per futili motivi. Il principale indiziato è un 26enne ivoriano. In molti paesi dell'Africa subsahariana la densità di popolazione si aggira tra i 3 e i 9 abitanti per chilometro quadro. Nel Ghetto tremila persone di differenti nazionalità abitano uno spazio grande quanto tre campi da calcio. Una diversità nervosa che da sola basta a spiegare le tensioni.

Quelle religiose, no. Gli ospiti del Ghetto non hanno gradito un recente articolo de L'Espresso che ha parlato di clima acceso tra la comunità musulmana e la minoranza cattolica. "La convivenza è pacifica". La naturale diffidenza derivata da lustri di esposizione mediatica e che provoca fastidio tanto tra i caporali quanto ai braccianti, è cresciuta esponenzialmente. Persino i volontari, provenienti dalle categorie più disparate - centri sociali, collettivi, associazionismo cattolico - vogliono evitare i giornalisti. "Si romperebbe il rapporto di fiducia con i ragazzi del Ghetto" ci hanno spiegato al telefono, rifiutando di accompagnarci direttamente al campo.

 

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Un bracciante attraversa il Ghetto

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Il tour con i ragazzi di "Ghetto King Palace" è decisamente straniante. Più che una bolgia dantesca, il Gran Ghetto è uno spicchio d'Africa, in cui qualsiasi ermeneutica europea fallisce. L'aria è pesante, camminare significa alzare polvere, scacciare via le mosche, incrociare sguardi diffidenti. Una piccola Soweto, viva, meravigliosa nel suo carattere incomprensibile.

Nello slum la vita sociale è controllata dai caporali. Un salario tra i 22 e i 30 euro al giorno (tre o quattro euro a cassa, ndr), nessun contratto e poi tantissimo lavoro a cottimo. Violenza, ricatti, abusi, l'imposizione di un alloggio, i guanti venduti a peso d'oro e il trasporto effettuato dagli aguzzini stessi. Il lavoro dei caporali comincia all'arrivo dei braccianti, a cui vengono sottratti i documenti. Privati di una identità giudica possono solo riconoscersi nel sistema del lavoro sottopagato. Quasi nessuno ha voglia di parlare di caporali, sono stanchi. Troppo aggrapparti ad un lavoro che in fondo consente loro di avere un salario fino a dieci volte più alto rispetto a quelli dell'Africa Centrale e di fare un MoneyTransfer alle proprie famiglie. Il capitalismo selvaggio a volte ha il volto sorridente degli spot in tv.

Nei quartieri sono stati allestiti minimarket e baretti, ne contiamo almeno cinque. Si fa il caffè, si vendono assorbenti, kleenex, rasoi, vettovaglie. Tra le fila di baracche un panettiere che vende pagnotte già imbustate. Persino una macelleria che espone a mosche e stomaco vuoti due forme di manzo. Tagliate con una mannaia sporca, diventano braai (in Afrikaans la carne alla brace, ndr) cotte su griglie improvvisate impestate da sciami insistenti di mosche.

 

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Un market all'interno del Ghetto

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I caporali svolgono le più disparate mansioni. C'è chi sorveglia il campo: con giornalisti e volontari c'è sempre qualcosa su cui vigilare - "No camera, no camera!" urlano al nostro passaggio. Sono quelli che siedono sul lato destro di ogni vicolo, divisi in gruppetti dalle tre alle cinque persone. Ci sono poi i tassisti, accompagnano i lavoratori nei campi imponendo un ticket mai inferiore ai cinque euro, o chi si occupa di vendere i beni di necessità. Possono arrivare a guadagnare sino a tremila euro al mese, un Ghetto di Cristallo. Come? Controllando anche il mercato del divertissement.

Alcol, essenzialmente. Come ai tropici il bere è obbligatorio. Si beve spesso anche di giorno, ma il momento in cui si deve bere per forza è la sera. La sera si trasforma presto in notte e la notte è imbevuta di gradazione alcolica. Non c'è Ramadan che tenga. Il miglior alleato dei caporali che controllano la vendita di alcolici sono la noia e l'insonnia. Torturato di giorno dal solleone nei campi, debole e maltrattato, l'uomo deve dormire. E solo l'alcol aiuta a dimenticare l'aria umida e appiccicosa che soffoca il Ghetto.

 

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Una delle prostitute del Ghetto

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Ai più giovani viene venduta droga e garantito un talamo in cui consumare un amore lontano con le tante donne controllate dai caporali e da maman compiacenti. Ce ne sono di bellissime, che si affacciano alla soglia di capanne in legno o che girano per le stradine. Nigeriane e keniane dai seni abbondanti e dai volti truccati con una opulenza tanto appariscente e fuori luogo. Quanto basta a riporre in loro la speranza di una fuga lunga un coito. A caro prezzo. African Queen, yo look at me, I'm a bachelor.

Nel cuore del Ghetto si erge l'insegna dell'ormai famosa Radio Ghetto. Eretta in una capanna con una veranda e un'antenna - come quelle della Washington - è l'esperienza condotta da un gruppo di ragazzi che dal 2012 sono presenti con una postazione radio all'interno della bidonville di Rignano. Al tramonto una giovane ragazza fa da speaker assieme ad un ragazzino di colore. Prova a cantare Rihanna. La black music è diventata pop, il gangsta rap è troppo lontano, e i millenians africani poco sanno di jazz e blues. "Viviamo qui, in una baracca, assieme a loro - ci racconta Jack, americano che studia a Roma, unitosi quest'estate agli altri volontari di Radio Ghetto - ci vogliono bene e abbiamo costruito con loro un rapporto che si basa sulla fiducia. Tensioni? Tutte cazzate". Il palinsesto della Radio comprende diverse trasmissioni musicali, ma anche di dibattito a cui partecipano diversi braccianti. L'antenna non consente di raggiungere posti lontani - "non arriviamo manco a Foggia" sorride Jack -, ma il sito internet è pieno di podcast. C'è persino l'Abbeceghetto con la raccolta dei migliori interventi divisi per temi: "A di Amore", "U di Unione" passando per la "C di Cambiamento" e la"D di Donne" e un elogio a Malcom X.

 

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Radio Ghetto

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Assieme ai ragazzi di Radio Ghetto, il "Comitato Lavoratori nelle Campagne" riunisce volontari che quotidianamente visitano il Ghetto e cercano di convincere i braccianti a non accettare condizioni di lavoro disumane. Durante la nostra visita si mostrano felici, sono passate poche ore dallo sciopero davanti alla Princes, una delle più grandi aziende di trasformazione del pomodoro nella provincia di Foggia. Sono tra i pochi che parlano di filiera incancrenita. "Le sigle sindacali non parlano delle vere cause e quando vengono nel Ghetto parlano come se fossero fermi ai primi anni del Novecento" ci dicono. La Princes è stata bloccata per sei ore da oltre quattrocento lavoratori, compresi i braccianti africani e bulgari del vicino Ghetto di Borgo Mezzanone. Il Comitato assicura che, dopo il blocco, i lavoratori hanno ottenuto da parte dell'Associazione Nazionale delle Industrie Conserviere un impegno a partecipare ad un tavolo di concertazione sul rispetto dei diritti contrattuali. La definiscono "una giornata storica per la lotta dei braccianti". Radio Ghetto e il Comitato non sono le uniche realtà che operano nel Ghetto: il mondo cattolico, la chiesa sociale è presente con una delegazione dei missionari scalabriniani che con il progetto "Io ci sto" portano assistenza ai bambini della bidonville e tengono corsi di italiano sei giorni a settimana.

 

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L'area mercato del Ghetto

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Duecento metri più avanti, dove i tre quartieri si incontrano si erge la quarta porzione di Ghetto: una grande piazza adibita a mercato. Teli e ambulanti che vendono di tutto. Abbigliamento, strumenti da lavoro. Una ragazza in abito verde pistacchio valuta l'acquisto di un paio di sneakers. Alle sue spalle un rom sistema la mercanzia davanti al suo furgoncino, sotto lo sguardo del figlio che accarezza un cane all'interno dell'abitacolo. Un volontario di Radio Ghetto ci spiega che spesso i rom raggiungono il campo per vendere materiale ferroso (utile alla costruzione delle baracche) o galline, comprate dai macellai o da braccianti dalla paga fortunata. Un tempo gli zingari partecipavano alle grandi fiere di paese. In Capitanata i ghetti rappresentano oggi una lucrosa opportunità economica. Anche nella miseria gli affari sono affari.

 

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Un bracciante nel Ghetto dopo una giornata nei campi

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Il Gran Ghetto costituisce un agglomerato "urbano" con le proprie "leggi", dunque. Lontane dalla legalità, ma alternative a tal punto da essere riconosciuto dai braccianti, per la maggior parte dei quali le parole sfruttamento e caporalato significano ben poco. Ed è qui che sorge il problema: fin quando la piramide messa su da multinazionali e caporali sarà vista come una opportunità di lavoro non molto si potrà fare per arginare il fenomeno. "Sono certo che questo sarà l'ultimo anno in cui lo Stato tollererà l'esistenza di un simile scempio delle persone e dei loro diritti, anche di libertà religiosa, se è vero che in quel luogo non si può neppure pregare cristianamente" ha dichiarato lo scorso mese il presidente della Regione Puglia, Michele Emiliano, parlando di una collaborazione tra Regione e Governo per costruire una moderna struttura che ospiti civilmente i lavoratori. Il cambio di location probabilmente non sortirà alcun effetto, posto che la residenza in uno dei ghetti controllati dai caporali costituisce spesso motivo di reclutamento.

 

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Particolare del Ghetto

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Nel 2014 l'ex assessore regionale alla Cittadinanza Sociale, Guglielmo Minervini, presentò il progetto "Capo free-ghetto off" che prevedeva lo sgombero di Rignano, la creazione di cinque strutture più piccole e diffuse sul territorio, impermeabili alla criminalità, con un costante controllo della Prefettura su campi e sulla filiera di distribuzione e agevolazioni alle aziende, la sperimentazione dell'accoglienza diretta presso le imprese agricole e per gli "stanziali", quelli che restano anche d'inverno, percorsi di sperimentazione di autocostruzione e autorecupero sul territorio. Un programma di interventi ampio che non è mai partito, per la resistenza del sistema e la conclusione del governo Vendola l'anno successivo.

Del resto la Puglia rimane la terra del latifondo: dall'Unità d'Italia agli anni Cinquanta il tacco fu teatro dell'intifada tra braccianti e proprietari terrieri. Terminata solo con la riforma agraria del governo De Gasperi, con cui furono assegnati migliaia di ettari ai contadini. Allora fu abbattuto il sistema verticale, a favore di uno più orizzontale. Tuttavia davanti all'economia globalizzata la sovranità dei governi nazionali si fa piccola piccola. La piramide è internazionale. Come l'insegna della Coca-Cola che campeggia sull'international bristot del Gran Bar Ghetto. 

 

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