Il Gran Ghetto è cosa nostra

Sabino Paparella
di Sabino Paparella
Esperia, Inchieste, In da Ghetto
07 settembre 2016
Photo Credits: Lisa Fioriello

Il Gran Ghetto è cosa nostra

Il commento di Sabino Paparella

"Di questa visita non dirò niente, né ora nè dopo. Ci ho provato, ma è un posto che attanaglia. Occupa subito troppo spazio, è impossibile contenerlo nei limiti di pochi paragrafi. Vorrei però dire questo: gli abitanti di Calais che, come la prode Clémentine, vanno nel campo con stivali di gomma e zaino in spalla per aiutare, curare e informare, dicono quello che dicono tutti i volontari, di qualsiasi nazionalità, e che in un primo momento mi è sembrato solo un'irritante forma di romanticismo da missionari, ma che, ne sono convinto, corrisponde al vero: la Giungla è, sì, un incubo di miseria e di insalubrità, in cui succedono cose terribili, regolamenti di conti e stupri, e in cui non abitano solo pacifici ingegneri, studenti zelanti e virtuosi perseguitati politici, tutt'altro, ma vi si percepisce anche qualcosa di estremamente esaltante: un'energia, una straordinaria fame di vita, quelle che hanno spinto tanti uomini e donne ad affrontare un viaggio lungo, travagliato, eroico, di cui Calais, che pure sembra un vicolo cieco, è solo una tappa".

 

Emmanuel Carrère, A Calais

 

Erano anni che non la sentivo, la parola muzungu. In nyanja, una lingua parlata in alcuni Paesi del centro Africa, muzungu significa “uomo bianco”. È l’analogo rovesciato del nostro “uomo nero”, l’espressione sussurrata all’orecchio dei bambini come figura retorica dello spavento davanti al diverso e all’ignoto. Si sente senza bisogno di udirla, muzungu. Te la senti appiccicata addosso, sui tuoi jeans taglio slim, sulla polo, sui mocassini. La dicono gli sguardi che ti seguono sospettosi tra le viuzze di un compound, dietro le lamiere di una bidonville. O fra le baracche del Gran Ghetto di Rignano.

 

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Le campagne della Capitanata

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Eppure, anche “essere diversi” è diverso nel Gran Ghetto. La diffidenza e il sospetto verso il muzungu, qui, dura solo pochi minuti. Il tempo di accettare di rinunciare – non alla propria pelle bianca – ma alla propria ambizione giornalistica; alle domande confezionate davanti ad un monitor, alle elucubrazioni scaturite dal reportage de L’Espresso. Dopo, il Gran Ghetto perde il suo stigma di segregazione e recupera quell’estetica paradossale che l’espressione letteralmente richiama – dici Gran Ghetto come diresti Gran Budapest Hotel; un crocevia di incontri, un monumento di inclusione. Con la differenza che ad essere incluso, qui, sei tu; e ad includere loro, ragazzi di colore, quasi tutti maschi, per lo più tra i venti e i trent’anni, che vengono da Nigeria, Sudan, Mali, Costa d’Avorio, Senegal, Guinea Bissau, ma quando chiedi loro di che Paese siano, ti rispondono “Italia, perché adesso sono qua”. Non è l’Italia ad aver integrato loro, sono loro ad aver accolto l’Italia, e con essa il mondo che ha la pelle bianca.

 

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I ragazzi del progetto "Io ci sto"

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Lo sa bene Jack, che dagli Stati Uniti passando per Roma è sceso in quest’imbuto di sud per animare insieme agli altri Radio Ghetto. Ce lo spiega, con inconfondibile accento americano, lamentando gli stereotipi di allarmismo sociale diffusi dal reportage de L'Espresso. Lo sa bene anche Emma, lei di Modena, diciannove anni appena, che insieme a ragazzi di tutta Italia ogni giorno presta servizio volontario per il progetto degli Scalabriniani, “Io ci sto”, giocando e insegnando italiano a tutti i bambini del campo – i figli di quelle poche famiglie che solo d’estate si spostano qui per il lavoro. Lo sanno i rom, che sullo spiazzo all’ingresso del campo vengono a mercatare, misurando la prossimità dell’emarginazione. Lo sanno i ragazzi del “Comitato lavoro nelle campagne”, che ai lavoratori di qui cercano di mostrare con orgoglio la dignità dei diritti. Il Gran Ghetto è questo, neri e bianchi insieme. Dio che fa le capriole tra gli ulivi coi bambini e Allah, di lì a qualche passo, in un gruppo di uomini inginocchiati al tramonto verso La Mecca.

 

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Interno del Ghetto

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Ha un odore, il Gran Ghetto. Ma non è l’odore dei cumuli di immondizia, in fondo al viale, che nessuno verrà mai a sgomberare. Non è neanche il puzzo dei rigagnoli di fogna a cielo aperto al margine della strada. Non è l’odore della vergogna, ma neanche del riscatto. È l’odore di una serata fra amici. È odore di pannocchie arrostite e cosce di pollo al barbecue, l’odore della cena che raduna circoli di giovani uomini intorno a queste “bracerie” all’africana, prima che faccia buio e senza luce si sia costretti ad aspettare il sonno intorno ai fuochi. È un odore di casa e di normalità, di chi non vuole nemmeno sentirla nominare quella parola, caporalato.

 

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Un market allestito all'interno del Ghetto

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Nel Gran Ghetto non ti parlano dei capineri, ma di cugini o lontani parenti che hanno offerto il lavoro tanto sperato per non dover tornare in un C.A.R.A. Non vedi un servizio di concessioni mafiose, ma bancarelle di pane e di carne, di vestiti e di scarpe. Non vedi schiavi dei campi, ma ragazzi che fanno la doccia, l’acqua riempita dalla condotta dell’allacciamento idrico che perde, alla fine di una giornata di lavoro. Il caporalato non si vede, qui, perché non fa scandalo; perché è una regola, in fondo è la regola. È “il” lavoro. Ma non è la vita. E non è il Ghetto.

 

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L'area mercato

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È su questo paradosso, in fondo, che si avvita la refrattarietà di questa baraccopoli di umanità alle istanze sindacali: nel Ghetto il lavoro –  chini fino a sera sotto il sole che brucia, tre euro per ogni cassa di pomodori – non è la vita. Non la esaurisce, la vita. Non la compera e quindi non può riscattarla. Ecco perché è così difficile raccontare il Ghetto con la nostra grammatica concettuale, in cui la ragione si è informata sulle leggi dell’economia politica. Nel Ghetto il lavoro è una cosa diversa, fonte di sussistenza ma non di emancipazione, un fare ma non un agire. Non c’è soluzione di continuità tra i giorni di lavoro e quelli in cui si è costretti a bighellonare tra le baracche, tra i pomodori e i piccoli affari del mercato, tra il guadagno e la questua. Vacilla la fede nelle categorie con cui siamo abituati a pensare l’occupazione come compito sociale, mobile e impalpabile com’è, qui, il confine tra proletariato e sottoproletariato, lavoro e mendicità. Con tanti saluti al signor Marx.

 

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 Due braccianti giocano a dama con pedine ricavate da tappi di bottiglia

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Piuttosto, la socialità nel Gran Ghetto resiste al lavoro. È l’osso di traverso alla gola del sistema del caporalato: gli impedisce di ingoiare la vita, di metabolizzare il ricatto economico in sfruttamento umano. È la socialità intima e semplice di un villaggio, fatta di sedie sul ciglio delle baracche, di uscite di gruppo a bordo di auto scassate dell’est europeo, fatta di una partita a dama “Fanta vs Coca Cola”, in cui il riciclo delle scorie del turbocapitalismo perde il carattere patinato di smart sustainability occidentale e trova la sua autenticità, un’asse impiallacciata per scacchiera e due grossi sorrisi a benedire il gioco dell’amicizia. È una socialità che suona. Ha il timbro degli schiamazzi dei ragazzini che corrono tra i volontari dopo la lezione di italiano, del vociare confuso del mercato, del cigolio delle biciclette che ai bordi del viale si allontanano sparute dal clamore del “centro”. Ed è una musica, quella di Radio Ghetto, che dal cuore del campo si irradia tra le baracche, una canzone e un dibattito, una canzone e una intervista, una canzone e i commenti di un ragazzino che alla sera smette i panni da lavoro e si scopre dj. I sorrisi e l’allegria dei giovani uomini assiepati ad ascoltare la musica intorno a Radio Ghetto sono la soglia su cui finisce il ghetto e inizia la Comune. È questa la r-esistenza dell’Africa nella piana di Rignano.

 

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Radio Ghetto

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È questo il motivo per cui Rignano non è un caso sociale e politico, un frammento fuori controllo del sistema, da riportare alla norma. Semmai è il contrario: società e politica, il “sistema” per come lo intendiamo, sono un caso particolare – e deviato – delle possibilità che l’universo del Gran Ghetto conserva in nuce. Il Ghetto ed i suoi paradossi esacerbati restituiscono in forma veritatis l’essenza della nostra realtà, delle nostre leggi, della nostra logica capitalistica e della sua extrema ratio per tenere al guinzaglio l’economia agricola agonizzante di un intero territorio. Perché non esiste un “problema caporalato” se non all’interno di un “problema della filiera dell’economia agricola”, all’interno della logica spietata della concorrenza di mercato fra le multinazionali della trasformazione del pomodoro. Chi non vede questo, gioca con gli abitanti del Gran Ghetto come cavie di un esperimento sociale. E mediatico: perché tutti, concentrati su quel che avviene nella gabbia, non soffermino lo sguardo su quel che accade intorno a loro.

Le parole del presidente Emiliano e la proposta di sgombero del Gran Ghetto assumono allora tratti analoghi al divieto di Stato del burkini: una misura per risolvere non i problemi, ma la loro visibilità. Spacchettare Rignano non intaccherà in alcun modo la ragion d’essere economica del caporalato. Solo, la sottrarrà agli obiettivi delle telecamere, sbriciolando al contempo quella massa critica sociale che, per chi guarda e sa vedere, è un simbolo di alternativa e di resistenza. Si tratta, in fondo, di uno dei tanti strumenti delle nostre politiche profilattiche per igienizzare le infrastrutture del mercato: riservare corpi e vite che potrebbero deformare l’estetica del capitale. Confinarli in spazi protetti e autosufficienti, perché non intacchino il raccolto della riproduzione sociale standardizzata. Che si tratti di un dedalo introvabile di baracche alle pendici del Gargano, di un C.A.R.A. o magari di un ex istituto femminile di periferia, dove l’unico segno visibile della tanto sbandierata accoglienza è una teoria di archi di luce al neon al primo piano, quando fa buio, sul ponte che attraversa il Tiflis.

 

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Alloggi di fortuna all'entrata del Ghetto. In primo piano alcune piante di pomodoro

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Il Gran Ghetto è cosa nostra e non lo sappiamo. È un alter-ego. È il nostro oblio, la nostra ipocrisia, la nostra avidità. Non per caso ruota intorno al pomodoro. Il pomodoro è un feticcio intorno al quale gli stessi gesti descrivono un rovesciamento paradossale: folklore e tradizione, pentoloni della nonna e sveglia straordinaria alle cinque per noi, società del benessere; icona della sopravvivenza per loro, società degli ultimi.

Il Gran Ghetto parla a noi. Parla a noi più di quanto non parli a Moussa, che a braccia conserte guarda di là, oltre i campi, distoglie lo sguardo dall’obiettivo e non la capisce, questa morbosa voglia di catturare l’immagine del “problema”. Il pudore e un velo di malinconia per uno sguardo che si estende più in là di quanto le gambe o le bici possano portare. Per lui il Ghetto non è un problema, è la vita. E la vita è qui e altrove. È qui perché è una promessa di altrove.

 

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Moussa

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