Il Ghetto di Nardò. L'altro Salento

Savino Carbone
di Savino Carbone
Inchieste, In da Ghetto
07 settembre 2016
Photo Credits: Lisa Fioriello, Antonio Valenza, Savino Carbone

Il Ghetto di Nardò. L'altro Salento

Centinaia di braccianti sfruttati dai caporali nella raccolta di angurie e pomodori

Ti osservano. La statale che porta in Salento è tappezzata di sguardi stampati su carta blueback. Producer, artisti rock, un Marley. Ammiccano. Ti invitano ai concerti con l'indiscrezione forte quanto la calura agostana. Il "Welcome to" del Salento è una statale che profuma di showbiz. Basta percorrere qualche chilometro sulla strada che da Brindisi porta a Lecce per capire perchè i viveurs di tutta Italia ad Agosto si danno appuntamento in quella che il National Geographic avrebbe definito la terra più bella del mondo - sarà vero?.

 

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 La tendopoli allestita dal Ministero

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C'è un altro Salento. Che si muove sulle complanari, dove trovi le imprecazioni delle auto in panne e il sudore di chi compra dieci minuti di gioia extraconiugale. È il Salento del primo settore, dell'agricoltura. Dei caporali. È discreto. Ferito. Non ti guarda. Ha lo sguardo chino di chi ha riposto la dignità nella tasca posteriore del jeans donato dalla Caritas.

 

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 Particolare della tendopoli

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Sono più di vent'anni che i Caporali dettano legge nelle campagne tra Lecce e Gallipoli. Tra due poli overcliccati su booking.com si estende una bolgia fatta di sfruttamento e di miseria. Tunisini, sudanesi, senegalesi, ivoriani, ciadiani che ogni estate lottano per il diritto a dodici ore di lavoro nei campi, con la schiena china, a raccogliere pomodori e angurie. Qui valgono le stesse leggi del foggiano: pochi euro a cassa, un dazio per il cibo, il trasporto.

 

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Una cassa di pomodori nel Ghetto

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A differenza della Capitanata, però, in Salento la manodopera negra non converge in un unico centro. Molti vivono nei paesini e nei Centri di Accoglienza, altrettanti si organizzano in piccolissime comunità che abitano piccoli appezzamenti di terra, molto spesso attigui a quelli dove si lavora. C'è solo un Ghetto, quello di Nardò. La bidonville leccese in località Arene-Serrazze è pacchiana nella sua "opulenza": niente scene da Rignano, il campo inizia con una tendopoli recintata, eretta come ogni anno con una quindicina di tende fornite dal Ministero dell'Interno e un paio dall'Amministrazione Comunale.

 

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Due braccianti nel Ghetto

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Il sindaco di Nardò, al secolo Pippi Mellone, eletto con un cartello di destra, quest'anno ha emanato la prima ordinanza anti-caporalato: fino al 31 Agosto non si è potuto lavorare in campagna dalle 12 alle 16. Un palliativo per provare a calmierare i turni di lavoro tremendi, che hanno provocato due morti lo scorso anno. Paola, la bracciante agricola di San Giorgio Jonico morta il 13 luglio ad Andria, e Mohamed, il sudanese deceduto nella zona tra Porto Cesareo e Nardò. Pattugliare le campagne è roba impossibile, soprattutto se il controllo sul rispetto dell'ordinanza comunale è competenza della Polizia Locale, costantemente sotto organico. Così i caporali se la ridono. Anzi. Un gruppo di proprietari terrieri ha impugnato il provvedimento davanti al TAR, chiedendone l'immediata sospensiva. Che non è arrivata. Ma il Tribunale si pronuncerà tra pochi giorni, a raccolta conclusa. Il timore, a detta dell'avvocato Donatella Tanzariello del Consiglio Italiano per i Rifugiati, è che una eventuale sentenza a favore dei proprietari possa costituire un precedente pericoloso per gli anni venturi.

 

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Il baretto adibito ad abitazione

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La vita nelle tendopoli scorre lenta. Qui, ci spiegano gli operatori della Cooperativa Rinascita che volontariamente prestano assistenza ai braccianti, ci si comporta bene. Ad usufruire del "tetto" fornito dalle istituzioni sono sempre gli stessi, da anni. Vengono dal Ghetto, distante duecento metri, e sono meno diffidenti dei loro compagni. Qui ricevono assistenza medica e legale e beni di prima necessità dalla Caritas. Al nostro arrivo un gruppo di tunisini e centroafricani dialogano animatamente. "Stanno discutendo su chi sia più bravo nella raccolta delle angurie e dei pomodori" traduce Hassan, mediatore culturale del Senegal che ci fa da Caronte nell'arsura salentina.

 

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 Angurie sventrate nel Ghetto

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Pare che i tunisini siano più bravi con le angurie. "Non sono stupidi, lavorano in gruppo, quindi faticano meno" ci fa Mamadou. Ha 47 anni e viene da Dakar, dal Novanta è in Italia. Ha lasciato una moglie e due figlie. Quest'anno ha lavorato poco. La concorrenza è troppa e il lavoro poco. "Avrò lavorato con continuità appena una settimana - racconta - per il resto qualche giorno così, a caso". Sorride, perchè ha appena fatto un versamento di circa trecento euro alla sua famiglia. "Tra poco è la Festa del Sacrificio, devono festeggiare". Lui, quando può, i caporali cerca di evitarli: "Mi faccio pagare almeno quaranta euro a giornata, non mi faccio sfruttare".

 

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Una vedetta dei caporali nella tendopoli

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Più avanti, superata la tendopoli, ci sono le ceneri del Ghetto. A fine Agosto, qui in Salento, la raccolta giunge al termine e servono sempre meno lavoratori. La bidonville sorge sulle ceneri di una ex falegnameria, vicino a Masseria Boncuri, un vecchio centro di accoglienza, pioniere degli scioperi leccesi nel 2011. La costruzione è stata rasa al suolo e i braccianti hanno dovuto improvvisare alcune baracche. Le scene di Rignano sono lontane: niente polvere, solo sole. Forte, duro, cattivo. In effetti il Ghetto di Nardò ricorda molto da vicino un campo nomadi. Legno, immondizia e disordine.

 

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Ospiti davanti una baracca nel Ghetto

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Nori, Mustafa e Mubarak guardano una capanna sventrata. Aspettano, non ci cosa, ma aspettano. Sono originari del Sudan. Ogni anno tornano un paio di mesi in Africa. Quest'anno hanno passato tutta l'estate in cerca di lavoro. Che non è arrivato. Così la vita nel Ghetto è diventata un limbo in cui logorarsi aspettando che il sole porti con se un'offerta.

 

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Una baracca nel Ghetto

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Il Ghetto è immerso nel silenzio. Molti braccianti sono andati via. Persino le prostitute non ci sono, forse sono state spostate sulle ben più fruttuose statali del divertimento salentino. "La campagna volge al termine, sono andati tutti via, tanti miei amici adesso sono a Rignano" dice Abadou dal Senegal. Chi è rimasto spesso è costretto a muoversi sino alla Basilicata per andare nei campi. Così il costo del trasporto aumenta, e il guadagno cala miseramente.

 

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Un sudanese nella zona dove sorgeva l'ex Falegnameria

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Un baretto è stato trasformato in alloggio. vivono in cinque, forse sei. Sono cordiali, perchè un uomo bianco che non porta lavoro in questi luoghi può rompere la monotonia estiva. Ci offrono il caffè. Per prepararlo comprano una bottiglia d'acqua minerale dal ristorantino allestito all'inizio del Ghetto. Costo: cinquanta centesimi.

 

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Un cumulo di rifiuti nel Ghetto

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Le specialità del Ghetto Food sono carne alla brace e cous cous. Hassan compra un sacchetto di curcuma al bancone. Difronte un piedistallo in legno adibito a tagliere, su cui uno sciame di mosche aggredisce i resti di una gallina sventrata. Il ristorante è gestito da tunisini che non gradiscono la nostra presenza. Tutti i cuochi sono gelosi della propria cucina.

 

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Il Ghetto Food

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Dove sorgeva la falegnameria ci sono macerie e rifiuti. Tra l'immondizia una pila di DVD con film africani e un foglio di carta con scritte alcune parole in arabo. Forse una lettera. Forse una preghiera. Di sera "è una Las Vegas" dice Hassan raccontandoci dell'alcol e della droga che gira nel Ghetto.

 

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Alcuni braccianti mostrano l'auto con cui hanno attraversato l'Africa per imbarcarsi in Libia

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Con gli operatori di Rinascita, Diritti a Sud è tra i principali soggetti coinvolti nell'assistenza ai braccianti delle campagna di Nardò. Con alcuni ragazzi migranti hanno sviluppato un progetto di produzione di salsa di pomodoro "caporalato-free", finanziato con il crowdfunding. In parallelo il programma Sfrutta zero, ideato in concerto con Solitaria di Bari e Osservatorio Migranti Basilicata - Fuori dal Ghetto di Palazzo San Gervasio e Venosa, intende "realizzare una filiera pulita del pomodoro dalla semina alla trasformazione; il frutto finale che raccoglieremo saranno bottiglie di passata di pomodoro di alta qualità, prodotte senza sfruttamento del lavoro. Vogliamo che l'oro rosso, da simbolo di sopraffazione e caporalato in Puglia e Basilicata, diventi simbolo di emancipazione, riscatto e speranza di un futuro diverso".

 

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Alcuni operatori della Caritas

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Nonostante gli sforzi, Nardò è una frontiera che necessita sforzi più ampi. "Già fare dei controlli sulle auto dei caporali sarebbe d'aiuto. Persino noi riusciamo a segnare il numero di targa di questi criminali, non credo sarebbe difficile per le forze dell'ordine" sbottano i volontari. Serve concertazione e la politica tarda a dare risposte concrete. Nel frattempo il Ghetto è diventato stabile e lo sfruttamento un fenomeno ordinario.

 

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Hassan, mediatore culturale

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L'ostacolo più alto, però, spesso risiede nelle volontà di chi nei campi lavora. Tornati alla tendopoli Hassan ferma un connazionale. È in costume da bagno e sta andando a farsi una doccia. "Perchè non la smetti di lavorare con questi caporali? Fai un passo alla volta: durante l'inverno prova a comprare un'auto, poi con i tuoi amici cerca un alloggio in affitto. Così ti liberi dalle loro imposizioni". L'uomo però ha uno sguardo perso. Hassan ormai ha la pelle bianca. Deve andare a fare la doccia. Il Salento dei Caporali è tutto qui.

 

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