Francesco Stellacci è tra i ricercatori più affermati al mondo

Massimiliano Dilettuso
di Massimiliano Dilettuso
Cronaca, Cultura e Spettacoli
29 settembre 2016

Francesco Stellacci è tra i ricercatori più affermati al mondo

Ad oggi sta sperimentando un vaccino virale che potrebbe curare diverse malattie diffuse nel mondo

Francesco Stellacci è attualmente uno dei più prestigiosi ricercatori del mondo. Originario di Bitonto, dove è nato nel marzo 1973, dopo aver frequentato il Liceo Scientifico nella sua città natale, decide di continuare i propri studi presso il Politecnico di Milano dove, nel 1998, si laurea in Ingegneria dei Materiali.

In seguito, approda negli Stati Uniti, e più precisamente all'Università dell'Arizona, per il post-dottorato in Chimica, al termine del quale, viene assunto come professore assistente al MIT - Massachusetts Institute of Technology di Boston, una delle più note università di ricerca del mondo ubicata nella stessa città della prestigiosissima Università di Harvard. Proprio durante la sua permanenza oltreoceano, Stellacci riceve due importanti riconoscimenti a livello mondiale: nel 2005, viene eletto come uno dei 35 ricercatori under-35 più promettenti al mondo dalla rivista Technology Review (TR35); nel 2007, invece, la rivista Popular Science gli conferisce il titolo di Brilliant 10, ovvero uno dei dieci ricercatori più promettenti al mondo dell'anno corrente. Dopo aver ottenuto, presso il MIT di Boston, la cattedra di professore associato a vita, Stellacci decide nel 2010 di ritornare in Europa divenendo professore ordinario di Scienza dei Materiali al Politecnico di Losanna (EPFL) e, attualmente, continua le sue numerose ricerche in ambito scientifico proprio in Svizzera.

Lo scorso 18 settembre, in occasione dello Speciale TG1 intitolato "Le Frontiere della ricerca" e dedicato ai più importanti ricercatori italiani all'estero, Francesco Stellacci è stato intervistato dai microfoni di Rai 1: "Quello che manca in Italia è un investimento in ricerca del settore privato. Il tessuto industriale italiano è composto da tante industrie medio-piccole che possono mettersi insieme per fare ricerca e tale ricerca deve essere finanziata dallo Stato e non dal Ministero".

 

Com'è nata la sua passione per la scienza?

Ho un ricordo distinto della nascita della mia passione per la scienza. Ero piccolo, penso in terza elementare, ma forse anche prima e a quei tempi il mio maestro era il grande Marco Vacca che instillava in tutti la voglia di aiutare il prossimo. In classe con me (e per un po' compagno di banco) c'era Michele Abbaticchio, l'attuale sindaco. Guardavo i cartoni animati giapponesi (Goldrake era il mio preferito), e mi accorsi che gli scienziati aiutavano il mondo costruendo i robot che salvano la terra. E mi dissi che quello era il mio destino. Non ho mai cambiato idea, né ho mai cambiato il mio modo di intendere e vivere la scienza. Ovviamente, nei cartoni l'eroe principale era un tipo atletico che alla fine vinceva e salvava tutti, ma io avevo ben chiaro sin da allora di non avere le capacità fisiche per essere quel tipo di eroe. Con il tempo, la passione si è rafforzata. Dopo il Liceo Scientifico, ho lasciato la mia amata città per inseguire i miei sogni. Sono andato a Milano e mi sono laureato in Ingegneria dei Materiali con il Prof. Zerbi e la Prof.ssa Gallazzi. Entrambi avevano lavorato come assistenti dell'unico premio Nobel per la Chimica italiano, Giulio Natta. Di lì, sono andato in Arizona, a fare il post-dottorato in Chimica con Joe Perry e Seth Marder. Il primo era un ex-studente di Zewail, il secondo un ex post-dottorato di Grubbs. Entrambi di lì a poco avrebbero vinto il Nobel. A 29 anni sono diventato professore assistente al MIT in scienza dei materiali. Per me era un sogno perché, da sempre, nella mia disciplina (scienza dei materiali) il dipartimento dei materiali al MIT è il numero uno al mondo. Al MIT ho costruito la mia carriera fino alla 'tenure' la conferma a vita. Ho vinto molti premi prestigiosi: per esempio nel 2005 sono stato eletto come uno dei 35 ricercatori più promettenti al mondo sotto i 35 anni dalla rivista Technology Review (TR35), mentre un po' dopo la rivista Popular Science mi ha eletto Brilliant 10, cioè uno dei dieci ricercatori più promettenti al mondo di quell'anno. Nel frattempo mia moglie (una bella milanese di origini coratine) mi ha fatto due grandi regali, le mie due figlie Sofia e Silvia. E allora la mancanza di casa si è fatta molto più forte del solito. Allora ho deciso di muovermi ancora e a 36 anni sono diventato professore ordinario di scienza dei materiali al Politecnico di Losanna (EPFL), quello che io considero essere il miglior politecnico d'Europa.

 

In cosa consiste la sua ultima ricerca sulle nanoparticelle e quali vantaggi può portare?

La mia ricerca spazia in molti campi, dalla scienza di base (come l'acqua bagna superfici complesse come le proteine), alla ricerca applicata. Per esempio ho inventato una spugna che riesce a rimuovere l'olio dall'acqua che potrebbe essere usata in caso di disastri ambientali. L'Eni la sta sperimentando per ripulire acque contaminate. Se venisse veramente utilizzata (e siamo davvero vicini) ne sarei felicissimo. Al mio rientro in Europa ho sentito il bisogno di ritornare alle radici, di introdurre nella mia ricerca un aspetto più sociale, e quindi ho deciso di aprire un filone di ricerca sullo studio di materiali che avessero interazioni speciali con i virus. A brevissimo uscirà un articolo su una prestigiosa rivista scientifica (chiamata "Nature Communications") che descrive come con dei materiali semplicissimi (tipo lo zucchero) si possa rendere un vaccino virale stabile a temperature ambiente per mesi. Bisogna sapere che il problema del raffreddare i vaccini è lo scoglio fondamentale per la loro diffusione in Africa, ed è responsabile fino all'80% del costo dei programmi di vaccinazione. Se ho ragione, la mia squadra di ricerca potrebbe aver trovato la soluzione a questo problema dell'umanità (il signor Prokton di Goldrake sarebbe fiero di me, ne sono sicuro...). Inoltre stiamo lavorando intensamente da anni ormai a creare dei farmaci contro le infezioni virali. Al mondo, milioni di persone muoiono per infezioni virali semplici (diarrea, influenza) o meno (meningite, Zika, Ebola). Nella mia squadra di ricerca stiamo cercando di creare un farmaco che sia l'equivalente degli antibiotici ad ampio spettro, ma che funzioni contro i virus. Ne abbiamo uno ora che in provetta funziona contro l'AIDS, il papilloma, Zika, l'influenza, e Denghe. Se riuscissimo a farlo funzionare sull'uomo sarebbe un sogno!

 

Che tipo di esperienze lavorative ha vissuto all'estero? Pensa che in quei Paesi ci siano più opportunità di lavoro e, nel suo caso, di ricerca?

In America, in Svizzera, in Germania, in Inghilterra se sei bravo, ti si aprono le porte di strutture fantastiche dove l'unico limite per le tue potenzialità è la tua voglia di lavorare e le tue capicità.

 

Come, secondo lei, l'Italia può migliorare in ambito scientifico?

Innanzitutto bisogna diventare spietati nelle assunzioni, in tutti i sistemi che conosco che funzionano bene si assume il più bravo che si può attrarre con i soldi che si hanno. In una squadra di calcio, a seconda del budget, si prende il meglio che si può. La ricerca è identica. Questa mentalità nel mondo accademico italiano manca completamente. E poi bisogna fare una selezione: in America ci sono al massimo trenta istituzioni di eccellenza e lì vivono 300 milioni di persone. In Italia siamo un quinto come popolazione (e meno come PIL) per cui si dovrebbe puntare su sei università top. In Svizzera ci sono 8 milioni di persone e di istituzioni top ce ne sono solo 2; i giapponesi sono circa 200 milioni e di eccellenze ce ne sono 8.

 

Cosa si prova a vivere sempre a contatto con la ricerca?
E' bellissimo perché il mio lavoro è fatto di fantasia ed intuizioni e si sta sempre in mezzo a giovani sognatori. Ci sono anche degli aspetti stressanti: il 90% di quello che fai non funziona, e tutto è competizione a livello internazionale: o sei tra i migliori o tutti si scordano di te.

 

Quali sono i suoi progetti futuri in ambito scientifico?

Semplicissimo, spero di continuare a sognare.

 

Cosa, invece, consiglia ai giovani che vorrebbero affacciarsi al mondo della scienza in Italia?

Innanzitutto di sognare, e poi, anche se mi piange il cuore a dirlo, di lasciare l'Italia e di girare il mondo. L'Italia cambierà e ci sarà spazio per tutti, purtroppo non ora.