Caporalato. Il quadro normativo italiano

Filippo Lovascio
di Filippo Lovascio
Inchieste, In da Ghetto
07 settembre 2016
Photo Credits: Lisa Fioriello, Antonio Valenza, Savino Carbone

Caporalato. Il quadro normativo italiano

La giurisprudenza c'è, ma quasi mai applicata

Il fenomeno del caporalato è uno dei problemi che ancora oggi affligge il lavoro agricolo in Italia. L'individuazione, gestione e il contrasto di tale questione sono assai complessi. Il caporalato ha come punto di forza proprio la segretezza della rete illegale, che rende il datore di lavoro e il caporale invisibili alla rete della giustizia.

 

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Particolare della tendopoli allestita dal Ministero a Nardò

© Copyright Lisa Fioriello per BitontoTV. Tutti i diritti riservati.

 

Solo negli ultimi anni, grazie alle campagne dei sindacati e delle associazioni umanitarie, si è riuscito ad accendere i riflettori e giungere a una consapevolezza maggiore della grande macchina del caporalato. Dietro i prodotti che consumiamo, le filiere agroalimentari che compongono il mercato italiano ed internazionale, ci sono milioni di lavoratori che vengono sfruttati, con condizioni di lavoro disumane, salari di gran lunga inferiori a quelli stabiliti nei contratti nazionali, costretti a vivere in baraccopoli, senza luce e acqua corrente, assistenza medica, senza la possibilità di far valere i propri diritti di lavoratori e di esseri umani.

 

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Un bracciante nel Ghetto di Nardò

© Copyright Savino Carbone per BitontoTV. Tutti i diritti riservati.

 

La tratta di uomini è il terzo business per ordine di grandezza e importanza a livello mondiale. Secondo United Nation Office on Drugs and Crime, solo nello spazio UE, questo sistema criminale vale 25 miliardi di euro. E la tratta è solo l'inizio dello sfruttamento, che può assumere connotati di tipo sessuale e lavorativo. In Italia, dal 2007 al 2011, la tratta finalizzata allo sfruttamento lavorativo ha avuto un aumento considerevole. Vittime del caporalato sono lavoratori stranieri e italiani, anche se i primi sono senz'altro in maggioranza. In Italia il fenomeno ha una lunga tradizione, che però ha acquisito nel tempo forme diverse rispetto al passato. Alla base del caporalato "etnico" c'è la grande domanda di lavoro degli immigrati. Questi sono disposti a sopportare qualunque trattamento, risultando così per le aziende agricole una risorsa flessibile e immediata. I caporali sono spesso gli unici riferimenti per i lavoratori e ciò offre diversi vantaggi al datore di lavoro. In questo modo il caporale diventa un padrone dei braccianti, perché decide il destino materiale dei lavoratori, controllando e gestendo ogni aspetto della loro vita quotidiana.

 

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Il Ghetto di Nardò

© Copyright Lisa Fioriello per BitontoTV. Tutti i diritti riservati.

 

Riconoscere gruppi criminali in cui i lavoratori sono tenuti sotto sfruttamento non è affatto facile. Punto a sfavore della direzione dei controlli è la precarietà dei rapporti lavorativi agricoli. I lavoratori sono costretti a seguire le stagioni del raccolto, spostandosi continuamente nel territorio. In questo modo si affievolisce anche la conoscenza del datore di lavoro. Questo rende anche più difficile comprendere e definire il periodo del rapporto lavorativo e, soprattutto, l'entità dello sfruttamento dei lavoratori. Le ispezioni delle istituzioni sono efficaci nella individuazione del caporalato, ma, come denunciato da molte associazioni, il numero di controlli è insufficiente. Nel 2015 si parla di 8.862 aziende ispezionate, il 59% in più rispetto al 2014, quando 713 sono stati i fenomeni di caporalato, con un numero complessivo di 6153 lavoratori irregolari. I numeri non accennano a diminuire. Nonostante una legislazione ampia sul tema.

 

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L'interno di una tenda allestita dal Ministero a Nardò

© Copyright Antonio Valenza per BitontoTV. Tutti i diritti riservati.

 

Oltre alla Costituzione, sono diversi i decreti che tutelano i lavoratori migranti senza permesso di soggiorno. Il primo di questi è l'art. 603-bis del Codice Penale, che nel 2011 ha per la prima volta istituito il reato di caporalato e sfruttamento lavorativo nella legislazione italiana. Nel 2014 è stata creata la "Rete del lavoro agricolo di qualità", rete delle aziende che fa incontrare la domanda e l'offerta di manodopera al di fuori del circolo dell'illegalità. Le iscrizioni alla rete da settembre 2015 sono solo 300, un numero irrisorio rispetto alle aziende che potrebbero essere interessate.

 

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Il Ghetto di Nardò

© Copyright Savino Carbone per BitontoTV. Tutti i diritti riservati.

 

Altre disposizioni garantiscono agli extracomunitari i diritti propri di ciascun lavoratore. Nonostante il contratto è considerato come illegale e punibile per legge, il lavoratore può sempre e comunque richiedere il proprio salario, che il datore di lavoro deve riconoscergli, aggiungendo la differenza dovuta rispetto ai salari dei contratti nazionali (art. 2126 del Codice Civile). Sempre a carico del datore sono i contributi per le prestazioni previdenziali e assistenziali, anche se non versate regolarmente (art. 2116 del Codice Civile), che consentono ai lavoratori di ottenere poi la propria pensione. Per ovviare alla difficoltà di provare la durata delle prestazioni lavorative il decreto legislativo 109/2012 ha introdotto la "presunzione di durata del rapporto di lavoro" di un minimo di tre mesi.

 

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Un bracciante nel Ghetto di Nardò

© Copyright Lisa Fioriello per BitontoTV. Tutti i diritti riservati.

 

Oggi una nuova legge è in discussione in Parlamento. Il d.d.l. sulla "intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro" è stato approvato lo scorso agosto dal Senato e presto arriverà alla Camera. Aggiornerà l'art. 603-bis in modo da inasprire i provvedimenti contro i caporali e titolari (fino a sei anni di carcere e fino a 1000 euro di multa per ciascun lavoratore irregolare).

Ma perché, nonostante la grande quantità di norme che di fatto garantiscono i diritti dei lavoratori sfruttati, il caporalato è ancora così diffuso? Il primo ostacolo è di ordine legislativo: le commissioni del Ministero del Lavoro, che per prime dovrebbero accogliere le denunce dei lavoratori, hanno l'obbligo di comunicare alla questura i lavoratori senza permesso di soggiorno. In questo senso ci sono anche decreti che vengono incontro ai lavoratori, che possono ricevere un permesso in caso di sfruttamento (legge 109/2012). Ma la magistratura non sa applicare tali direttive, incapace di interpretare al meglio la legge, facendo cadere nel dimenticatoio e nelle falde della burocrazia molte delle denunce. Inoltre il potere coercitivo dei moderni caporali non consente ai lavoratori di denunciare le situazioni di sfruttamento, spesso di matrice mafiosa, poiché questo li costringerebbe a rinunciare al lavoro.

 

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Un ristorante improvvisato nel Ghetto di Nardò

© Copyright Lisa Fioriello per BitontoTV. Tutti i diritti riservati.

 

Ma forse il più importante ostacolo è di tipo sociale. Gli stessi lavoratori non sono consapevoli della precarietà della loro situazione e spesso considerano la vita nelle baraccopoli migliore di quella del loro paese d'origine. La legislazione non è efficace, perché non si adegua alle vere condizioni del lavoro delle vittime del caporalato, e i lavoratori non sono aiutati a ottenere quella vita che meritano e che per diritto possono far valere. L'inchiesta condotta da BitontoTV vuole proprio sottolineare le contraddizioni di una delle problematiche secolari del Mezzogiorno che ancora oggi costituiscono un'emergenza umanitaria ai margini e spesso messa a tacere dalla nostra stessa indifferenza.

 

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