Volete il mio rifiuto? Mi rifiuto (di pagare ancora)

Sabino Paparella
di Sabino Paparella
Esperia
01 agosto 2016

Volete il mio rifiuto? Mi rifiuto (di pagare ancora)

Perché sugli aumenti Tari l’Amministrazione ha sbagliato politicamente due volte

Si sa, da che mondo è mondo quello della pressione fiscale è il tema da campagna elettorale par excellence. Si fa a gara a chi promette di abbassarle di più, le tasse, e guardacaso chi è all'opposizione veste sempre i panni del Masaniello di turno contro le vessazioni del governo. È difficile, perciò, su una questione del genere, mantenere una prospettiva equanime e tenersi al riparo da strumentalizzazioni politiche, specie a pochi mesi dalle prossime elezioni.

Tuttavia l'ennesimo rincaro dei tributi, stavolta targato Tari, comunicato ad una città distratta dal caldo, dai festival e dai selfie agostani, grida vendetta. Con un certo grado di oggettività, si può dire che rappresenti plasticamente un limite – se non fossimo in campagna elettorale potremmo azzardare persino "un fallimento" – politico di questa Amministrazione. Non solo per il fatto in sé – l'aumento delle tasse. E neanche per gli slogan della retorica di opposizione – paghiamo per una città sporca! L'Amministrazione Abbaticchio spreme i cittadini come limoni! – ma per un combinato disposto delle ragioni di entrambe.
Vediamo perché.

Punto primo. Non c'è dubbio che l'aggravio di tassazione non rappresenti un atto di volontà di questa Amministrazione – come potrebbe essere altrimenti! Chiunque alzi lo sguardo dai propri piedi si accorge che la sostenibilità del ciclo dei rifiuti è ovunque il grande tema della governance locale italiana. È il business intorno al quale girano più soldi, posti di lavoro, voti e di conseguenza più rischi di speculazione e malaffare. Il collasso delle discariche e i nuovi esperimenti di gestione ambientale – la già celebre Sanb – non stanno facilitando le cose per il nostro territorio. Di conseguenza, il fatidico lievitare dei costi. La colpa dell'Amministrazione Abbaticchio è semmai di omissione: non aver operato a sufficienza, in questi anni, per consolidare strategie che evitassero che a pagare i costi di questa crisi sistemica fossero i cittadini, ad esempio attraverso un serio piano di recupero dell'evaso dopo la sacrosanta internalizzazione del servizio di riscossione – come d'altronde persino qualche voce di maggioranza pare timidamente aver ammesso. Insomma, se è vero che "altri" hanno determinato l'aumento del costo di gestione del ciclo dei rifiuti, è altrettanto vero che Abbaticchio e i suoi poco o nulla hanno fatto per impedire che tali costi fossero scaricati, spalmati sui cittadini e sulle imprese.
Su questo punto occorre essere chiari: il rincaro, quantitativamente, non sarà esorbitante – si parla di una ventina di euro per famiglia. È il suo significato simbolico – appunto politico – a costituire il risvolto grave della vicenda. Perché contraddice clamorosamente il mantra che in questi anni, già prima di questa Amministrazione e più ancora sotto di essa, ha segnato la "rivoluzione verde" imposta dall'alto: differenziare i rifiuti produrrà alla lunga un risparmio in bolletta. Quel mantra in nome del quale si è accelerato il porta a porta spinto nel centro antico e nelle frazioni. Quel mantra in nome del quale, solo qualche settimana fa, si è lanciata la "battaglia del 5%" per evitare l'ecotassa regionale. Quel mantra che ancora in questi giorni, grazie alla partnership di Asv con Green Bubble Bank, campeggia in bella mostra in città, parafrasata dalle gigantografie "Sì, vogliamo il tuo rifiuto". E che alla luce di questi risvolti suona come un'amara presa in giro, se non come una beffarda provocazione.

È questa la vera sconfitta politica: rompere la proporzionalità tra la virtù civica ed ecologica dei cittadini e la loro imposizione fiscale, condannandoli ad uno stoicismo imposto (e perciò inautentico), trasformando in sacrificio subìto quel comportamento ecosostenibile che dovrebbe rappresentare la loro libera e convinta scelta. Il che suona ancora più grave, politicamente, per un'Amministrazione che ha scommesso tutto sulla sfida della partecipazione, e che invece in materia fiscale dà l'impressione di subire essa stessa e di non saper governare, scaricandoli automaticamente sui cittadini, processi più grandi di lei.

Quello che l'Amministrazione chiede (in termini fiscali) non ha alcun legame con quello che i cittadini fanno (in termini di condotte civiche). Il messaggio è: per quanto virtuosi voi possiate essere, ci sono delle dinamiche più grandi di voi e di noi. È questa la politica del "riciclo incentivante"? O non è piuttosto questo un tradimento patente del paradigma della partecipazione, vale a dire della convinzione che i gesti di ogni singolo abbiano potere nella gestione della città, che possano cambiare le cose?

Punto secondo, la questione mediatica. Il corollario più insopportabile che ha accompagnato in queste ore le proteste per l'aumento della Tari riguarda le condizioni igieniche della città: "paghiamo di più per una città più sporca". Ora, lo si è detto, siamo in campagna elettorale. Sarebbe però interessante, tra uno slogan e l'altro, capire su quali constatazioni di fatto si basino simili affermazioni. Da quali dati si dovrebbe evincere che la città è più sporca ("più" rispetto a quando o cosa, poi???)? È evidente che tali dati non esistono. Probabilmente, nella realtà – qualunque cosa questo termine voglia significare – Bitonto non è affatto "più sporca" – qualunque cosa quest'espressione voglia significare. Anzi. Ma questa è solo l'opinione di chi scrive. E il punto è proprio questo: per legittimare analisi sull'igiene della città ci si affida a rappresentazioni soggettive, che nell'era dei social network si traducono in foto-denuncia e post al vetriolo sui "gruppi" cittadini. Lanciate un sondaggio su Facebook per capire se la città è veramente più sporca: fioccheranno foto di cassonetti straripanti, blatte e roditori di ogni tipo. Come si fa a replicare a una simile costruzione mediatica? Eccola, la nuova "realtà".
Eppure, anche questo aspetto, di cui le strategie amministrative sembrerebbero a tutta prima essere vittime, ne svela in realtà una profonda responsabilità politica. È stata questa Amministrazione – diciamolo meglio: Michele Abbaticchio, infatti, a sdoganare Facebook come interfaccia istituzionale. Ad accreditare i social network di un potere veridico di raffigurazione del reale (le foto del "prima" e del "dopo" con lo slogan "i fatti contano", vi ricorda niente?). A innescare un'escalation di aspettative sull'istantanea reattività della governance cittadina ad ogni opinione personale lanciata sulla rete. Se è inutile, anzi impossibile, oggi invocare una Bitonto "reale" pulita, contro una Bitonto "virtuale" frutto di un collage fotografico, lo si deve, in fondo, anche alla bulimia digitale di questa Amministrazione.
Si sa, chi di Facebook ferisce, di Facebook perisce.