La somma non fa il totale

Sabino Paparella
di Sabino Paparella
Politica, Esperia
22 agosto 2016

La somma non fa il totale

L’affaire PSI e le prospettive politiche della città

Non si tratta di una polemica politica da ombrellone. Per le parole e le ragioni con cui è stata ufficializzata, la rottura definitiva tra il Partito Socailista e la maggioranza amministrativa reca un valore inedito per le vicende politiche presenti e future della città.
Certo, che il PSI, assieme alla parte del Laboratorio in quota a Palmieri, fossero distanti da Abbaticchio e impegnati in una prospettiva politica comune al Partito Democratico, era noto già da tempo. A suscitare interesse è però il modo in cui la rottura ha assunto carattere di ufficialità.

Non è infatti il divorzio in sé, né la "pietra dello scandalo" rappresentata dalla questione Tari (su cui pure avevamo espresso considerazioni analoghe), a risultare eclatante, quanto la questione di metodo politico che emerge dietro le affilate note affidate dalle due parti alla stampa. Dall'inizio della consiliatura, al di là di prese di distanza di singole personalità o di spaccature interne ai movimenti, non era mai accaduto che una forza politica in quanto tale uscisse (o fosse estromessa) dalla coalizione. Si tratta pertanto di una cartina al tornasole attraverso cui poter capire meglio gli assetti interni alla stessa maggioranza.

Al di là del balletto delle responsabilità (mi cacci tu o vado via io?), è chiaro che a fare difetto alla consensualità della separazione era soltanto la pretesa del PSI di mantenere – e, non deve sfuggire, di rivendicare pubblicamente – una certa dose di dissenso rispetto all'operato dell'Amministrazione. È quanto loro hanno reclamato come attività "politica" contro le accuse di "lesa maestà" e dunque, implicitamente, la gestione monocratica di Michele Abbaticchio.

Un ragionamento sensato e persino in linea teorica condivisibile, se non fosse per un piccolo particolare: che proviene da chi per quattro anni e otto mesi è stato parte integrante di questa stessa Amministrazione. Sotto un duplice aspetto, allora, le parole usate dal PSI per giustificare il proprio dissenso politico risultano inquietanti.

In primo luogo, non può non colpire la palese incoerenza dei Socialisti stessi, che nel proprio comunicato attaccano punto per punto i capisaldi programmatici di un'azione amministrativa cui hanno partecipato (con relativo assessorato) sin dalla campagna elettorale del 2012. È lecito pentirsi e riconoscere di aver sbagliato, certo, ma di solito in questi casi si va via non appena riconosciuto l'errore. E invece i Socialisti hanno indugiato e aspettato di essere accompagnati alla porta, beneficiando nel frattempo degli onori – e rifiutando gli oneri – della partecipazione al governo cittadino. Né nelle proprie dichiarazioni hanno fatto cenno di un mutamento della politica amministrativa a loro sgradito in questi anni, ma hanno invece manifestato insofferenza per una linea che sin dall'inizio questa maggioranza ha seguito.

Le regole della democrazia vogliono che le battaglie per condizionare gli orientamenti di governo siano combattute all'interno e si risolvano, piaccia o no, a maggioranza. Questa è "la politica". Ed è "la politica" che, fino all'altro ieri, andava bene anche i Socialisti, al loro voto in Giunta e in coalizione. Che essi scoprano una nuova accezione del termine, in nome di una questione di facile appeal popolare come le tasse, è curioso. Che ciò avvenga a pochi mesi da nuove elezioni, è quanto meno sospetto.

In secondo luogo e di converso, è ancor più interessante riflettere su come sia possibile che una forza politica con un posizionamento ambiguo come quello ufficializzato dal PSI in questi giorni, abbia potuto far parte di questa maggioranza per quattro anni e mezzo. A leggere le parole di Matera, Mundo, dello stesso (ex) assessore Scauro, infatti, a stupire, più che il recentissimo divorzio dovrebbe essere la duratura convivenza. Le parole dei dirigenti del PSI implicitamente negano qualsiasi valore di vincolo al comune progetto politico di coalizione, ammesso ce ne sia mai stato uno. Emerge il quadro di una maggioranza in perenne ora di ricreazione, in cui ciascuno si ritiene legittimato a fare e dire ciò che vuole. Il che getta un'ombra inquietante – anche in prospettiva futura – su cosa abbia tenuto insieme forze di maggioranza talmente dissonanti in questi anni. E, prima ancora, su cosa abbia potuto riunirle, in quel singolare processo di composizione che fu la campagna elettorale 2012.

Tanto ha potuto il mito dell'alternativa nei confronti dell'antica dittatura dell'arroganza targata PD? E su questo aspetto, i Socialisti non ritengono di dover dare spiegazioni? Novelli Masaniello, sempre dalla parte giusta, si sentono condannati al ruolo di opposizione nei confronti della dittatura dell'arroganza di turno?

Più che di una dittatura della maggioranza, la democrazia bitontina pare in verità preda della presunzione delle minoranze. In un quadro di autoreferenzialità e particolarismi in cui esistono solo minoranze, tanto più aggressive quanto più minoritarie, la necessaria composizione elettorale era ed è destinata ad una vocazione sciamanica, più che ad un compromesso programmatico. E il leaderismo, uscito dalla porta, rientra dalla finestra dell'Abbaticchismo.

Ma di questa evidente diagnosi, a giudicare dalla prognosi elettorale che si sta preparando, nessuno sembra volersi curare. Troppa fatica e troppa lungimiranza. Paga molto di più potersene lamentare a cose fatte, ad assessorati acquisiti, a prebende distribuite, in preparazione al giro successivo. Resta il fatto che un'accozzaglia di minoranze non ha fatto e non farà una vera maggioranza politica di governo. Aristotele contro Totò, la somma non fa il totale, mai.