In fondo a destra

Sabino Paparella
di Sabino Paparella
Politica, Esperia
29 agosto 2016

In fondo a destra

La lezione del 2008 e il grande assente della campagna elettorale

La polemica scoppiata qualche giorno fa sui social in merito alla Cena in Bianco, tramutatasi in una reciproca accusa di trasformismo politico tra i protagonisti – Franco Natilla e Fiorella Carbone, suggerisce qualche riflessione in merito al grande assente – fino a questo momento – nella campagna elettorale partita con anomalo anticipo a Bitonto: la destra. Quella convinzione politica di cui – nel gran chiasso delle lotte intestine al sedicente centrosinstra e alla stessa maggioranza – si sente parlare soltanto al passato, e per di più quasi come motivo d'ignominia.

Ma che fine ha fatto a Bitonto la destra – o centrodestra che dir si voglia?

Il quinquennio trascorso sotto la stella di Abbaticchio, in maniera progressiva ma inarrestabile, sembra aver segnato in primo luogo l'isolamento di Forza Italia, con il corollario della dispersione di quelle forze minori, anche rappresentate in Consiglio Comunale, che pure in passato le erano state affianco; in secondo luogo, in questi anni la visibilità pubblica degli stessi forzisti è parsa avviata all'accentramento nella leadership assoluta di Domenico Damascelli, consacrata un anno fa dall'ottenimento dell'unica rappresentanza bitontina in Consiglio Regionale e sapientemente coltivata attraverso il presenzialismo mediatico. Ma intorno a Damascelli, ai suoi comunicati, alle sue dichiarazioni, ai suoi manifesti, alle sue iniziative (partirà proprio in questi giorni, a Giovinazzo, il consueto campus giovanile di partito "Everest", da lui promosso) tutto tace.

La cosa non stupirebbe, in fondo, se fossimo ad Agosto di dieci, nove anni fa, forti della tradizione politica di questa città nell'Italia repubblicana e convinti della sua incrollabilità. Di mezzo, però, in una parentesi amministrativa che, per diverse ragioni e molteplici vie, questa città sembra aver velocemente destinato all'oblio in questi ultimi anni, c'è stato Raffaele Valla; il Cantiere della Partecipazione di Vincenzo Fiore; il vicesindacato dello stesso Damascelli; la presidenza Tarantino; i revisionismi politici di rango assessorile di "socialisti" e "comunisti" alla Desantis e Antuofermo. C'è stata una destra, insomma, strana spuria e composita quanto si vuole, al potere. Legittimata da un voto popolare – "di protesta" quanto si vuole – ma ampio (uno scarto di oltre il 20 percento al ballottaggio).

Più che attestare l'esistenza della destra bitontina, l'esperienza Valla ne ha sancito lo statuto bifido. Ha dimostrato, cioè, che accanto alla destra coi guanti bianchi, rappresentante di una certa borghesia degli affari e delle professioni, volutamente low profile e sottotraccia, impegnata in strategie silenziose e accordi di interesse distanti dai clamori del Palazzo, esisteva anche una destra più viscerale, popolare e al limite populista, movimentista ma anche no; una destra liquida e priva di una militanza organizzata, ma pronta a rispondere alla chiamata alle armi contro l'establishment e il politicamente corretto. Quella destra degli istinti e delle passioni conservata plasticamente negli archivi attraverso le immagini della Marcia su Bitonto del 28 Aprile 2008, che tutti ricordano – chi con gaudio, chi con sgomento – per il corteggio di gente ad attraversare il cuore della città antica, in testa il Sindaco-Prefetto dell'"alba migliore", ai lati una scorta di distintivi, bandiere e schiamazzi. Solo quindici giorni dopo che su Piazza Moro avevano fatto la loro comparsa i cori, i bengala e i tricolori dei neofascisti.

Una dicotomia, questa fra la destra degli affari e quella della pancia, che in fondo sembra aver percorso (e percorrere?) lo stesso partito bitontino, nelle vesti prima del connubio forzato FI-AN, poi del PdL, quindi di Forza Italia la Vendetta, nelle due correnti più o meno riconducibili a Damascelli e Somma.
Il silenzio della base di destra, il suo scarso attaccamento alle forme del parlamento civico e della democrazia bitontina, il letargo della sua militanza non sono allora indicativi di un'estinzione.

Se l'exploit del 2008 ha qualcosa da insegnare, è che, per un verso, la destra delle lobby e degli affari sa bene come tessere nell'ombra la propria rete di interessi, per non farsi cogliere impreparata agli appuntamenti che contano; per l'altro, che quella istintuale è una destra diffusa, che alberga nel profondo, nei recessi delle convinzioni dei più insospettabili. E che il suo rigurgito è pronto a rispondere inaspettatamente al crescendo di istanze identitarie, populiste e securitarie che, fatalmente, ogni drammaturgia elettorale magnetizza. La sete di disciplinamento sociale, cui Abbaticchio non ha potuto rispondere che drenando fondi per politiche orwelliane, chi la raccoglierà?

Quale ruolo giocherà nella campagna elettorale appena iniziata questa destra diffusa e sottotraccia, che la destra "ufficiale" solo parzialmente catalizza? In quante consorterie e liste personali anniderà le sue sacche la destra che non si vede?