Sopra la banchina. Bitonto chiama Lusaka

Sabino Paparella
di Sabino Paparella
In evidenza, Esperia
08 luglio 2016

Sopra la banchina. Bitonto chiama Lusaka

La 'festa dei popoli' contro l’estetica dell’integrazione

Qual è il "posto" dei "popoli" che Bitonto festeggerà questa sera? Dove si trovano le "minoranze etniche" nella nostra comunità?
Quando si dice che i migranti vivono "ai margini" della nostra società si pensa di solito ad un'allegoria, uno spazio simbolico, una periferia dell'immaginario fatta di opportunità, diritti e costumi residuali rispetto al "centro" delle nostre conquiste politico-culturali. E invece quei margini ci sono, e sono magnificamente fisici, reali, plastici. Sono i margini di una strada. I margini della "nostra" Sp231 – per tutti l'ex ss98 – la strada di collegamento alla "metropoli", la strada delle fabbriche, degli show room e dei motel, dei centri commerciali e dei concessionari di automobili.

Su quel margine sarà capitato di vederli, i nostri migranti, a chi quella strada percorre quotidianamente per lavoro. E di maledirli: incoscienti, pazzi, creaguai – traduzioni eufemistiche di ben altri epiteti. Costeggiano la carreggiata, a piedi o su biciclette mezze guaste, senza lo straccio di un mezzo di segnalazione, magari pure nel senso di marcia, spesso all'imbrunire, quando non accorgersi della loro presenza e rischiare di investirli è un attimo. La nemesi di qualsiasi codice della strada. E un pericolo pubblico altissimo, da denunciare alle autorità prima che ci scappi il morto e facciano andare qualcuno in galera. La si potrebbe affrontare così, in fondo, la questione: registrare la cronaca e denunciare il pericolo pubblico. Sarebbe sacrosanto, giornalisticamente ineccepibile, e per la morale pubblica una osservazione civilissima e urbana.

Oppure, ci si potrebbe spostare di lato, su quel margine. Provare a camminare con loro. Abitare quel paradosso. Sperimentare quella mobilità autenticamente lenta, in barba al nostro gioco delle biciclettate domenicali. In tre su una motoretta scassata, dove un padre espone i suoi figli ad un pericolo inaccettabile. A piedi, la testa come unico "rimorchio", a trasportare il peso della necessità con la grazia consumata di chi procede a mani libere: un fagotto, un pacco, addirittura un materasso. Sì, un materasso in testa.

Contro la logica, contro ogni schema morale, contro ogni norma igienica, estetica, di sicurezza. Perché è questo che sono i margini veri: una contrologica, che è poi una logica altra. Diversa. Che continuiamo ad avvertire estranea. Un'immagine che resiste ostinatamente ai nostri standard di civiltà e che improvvisamente disloca la banchina della 98 in un qualsiasi quartiere di Lusaka: la terra rossa ai margini di un improvvisato nastro di asfalto su cui le auto sono l'eccezione, l'incedere a piedi scalzi, tra il piscio la monnezza e i topi come compagni di viaggio. Come in una giornata qualunque. Come se fosse normale.

È questo il posto dei nostri migranti: la banchina di Lusaka per una strada di Bitonto. Una sfida di alterità. La diversità, altro che integrazione: piuttosto, la dis-integrazione della strada come l'abbiamo sempre concepita. È alienante, è irritante, è sconvolgente. La "banchina" – nel nostro dialetto metonimia per dire il passaggio garantito e riparato, "andare sopra sopra la banchina" – si rovescia in spazio di eposizione, di rischio, di provocazione.

Se dev'essere festa, sia questo: incontro della differenza. Non una carreggiata più sicura, ma una banchina più larga. Più Lusaka dentro Bitonto. Anziché denunciare alle autorità il pericolo di investire uno di quei matti, rallentare la corsa matta del nostro tran tran automobilistico quotidiano, per percorrere quella strada ad una diversa misura d'uomo.

Questa è una festa: una scoperta; sennò è solo liturgia del perbenismo.