No comment. Il disastro ferroviario e i media

Sabino Paparella
di Sabino Paparella
Esperia
18 luglio 2016

No comment. Il disastro ferroviario e i media

I piagnistei sul Sud, il sentimentalismo e le strumentalizzazioni: non in mio nome

No, non scriverò dello "scontro", della "tragedia", del "disastro ferroviario pugliese". Non scriverò, perché non potrei fare a meno di usare le virgolette, a mo' di schermo per supplire una distanza che non è possibile tenere. Non scriverò, perché credo che il giornalismo di approfondimento, se è serio, debba avvertire su di sé una responsabilità supplementare rispetto alla cronaca, che debba misurare le parole e scegliere i silenzi, se quanto eccede il racconto non è utile alla pubblica riflessione ma solo al voyeurismo delle supposizioni. Non scriverò e non ho scritto prima, perché credo che chi fa analisi debba raffreddare le parole e non inseguire la tempestività indotta dall'agenda setting, prima che la "notiziabilità" del fattaccio venga surclassata da un disastro più grande – una strage terroristica a Nizza, un golpe lampo in Turchia – e il primo scivoli lentamente nel dimenticatoio.

Allora, non ho scritto e non scriverò di quanto è accaduto il 12 Luglio. Delle responsabilità che la magistratura e la pubblica opinione, a diversi livelli, hanno il dovere di rintracciare nei singoli, nella Ferrotramviaria, nella politica.

Scriverò di quello che ne hanno scritto, soprattutto i media nazionali. Quei media che prima del 12 Luglio non sapevano nemmeno cosa e dove fosse "Andria", l'avevano al massimo dovuta citare per ricostruire le origini di Lino Banfi e Riccardo Scamarcio (mica di Farinelli o Di Vittorio, figurarsi!) – e che quindi, per formulare l'ennesimo hashtag con cui annacquare in "social" il cordoglio pubblico, hanno creduto di dover ricorrere ad una sineddoche: #prayforPuglia, ché non si può mica dire #JeSuisAndria o #JeSuisCorato.

Cosa ha saputo dire della "tragedia pugliese", a cadaveri ancora caldi, il giornalismo italiano? Non mi riferisco alla legittima e dovuta cronaca, ma alla bulimia di parole di quanti – nell'era del racconto live via smartphone, di Periscope e YouReporter – hanno creduto di riciclare il proprio mestiere di giornalisti nel ricamo politico, economico, sociologico, quando non addirittura antropologico intorno all'accaduto. Quelli che alla penna preferiscono il pennello, e anziché informare e ragionare sui fatti, li hanno strumentalizzati per dipingere una poesia decadente sul tòpos dell'arretratezza del Sud dimenticato, con una tavolozza di tonalità che vanno dal patetismo deamicisiano alla più consumata indignazione.

È così che, in una lezione di giornalismo studioso e informato, abbiamo dovuto farci spiegare nientemeno che da Lucia Annunziata che la linea operata da Ferrotramviaria "è stata inaugurata da Aldo Moro il 30 settembre del 1965, cioè oltre 50 anni fa [...] E da allora è rimasta tale" , per poter poi chiosare che "Quelle lamiere aggrovigliate in mezzo agli ulivi sono qualcosa che non importa come, non importa in quali circostanze, continuiamo a incontrare nella nostra vita di cittadini. È l'altro volto di tutte le vanaglorie che ci raccontano sull'Italia" (Huffington Post, 12 Luglio). D'altronde sempre sull'Huffington, lo stesso giorno, quando a malapena era saltato fuori il nome della Ferrotramviaria, un altro professionista di grido come Alessandro De Angelis aveva già deciso che "La politica meridionale celebra freneticamente i suoi riti per acchiappare i voti col vizio atavico, una volta presi, di custodire l'immobilismo infrastrutturale". Passata qualche ora e deciso che l'immagine simbolo in cui compendiare tutti i luoghi comuni sul Sud sarebbe stato il "binario unico" (caratteristico dei due terzi delle linee ferroviarie italiane, ma questo piccolo dettaglio doveva essere sfuggito, nella fretta di cannibalizzare la notizia), Oscar Nicodemo pontificava: "Lungo il binario unico del Meridione d'Italia corre non solo la morte, l'esistenza a rischio dei lavoratori e degli studenti, la speranza disattesa di gente tante volte ingannata, ma anche la capacità di sopportazione di un dolore popolare che viene inflitto dal fallimento di una classe dirigente inidonea" (Huffington Post, 13 Luglio). "Una storia che racconta un Sud lento, un'Italia seduta ad aspettare di rinnovarsi – aggiungeva ancora sull'Huffington nelle stesse ore, dall'alto della sua esperienza di wedding blogger (sic!), Marzia Papagna – "Lo stesso Sud che ha aspettato la tragedia per dire al mondo intero che qui si vive come negli anni '50 e che si può morire di fonogramma. [...]Se non hai un'auto, qui, sei tagliato fuori. Eppure c'è chi si fa in quattro per riuscire a correre per inseguire gli obiettivi. Anche se poi, alla fine, si corre da soli, spesso a bordo di un treno in ritardo o di un bus che sembra non arrivare mai a destinazione".

Ma non c'è stato solo il rosario di piagnistei sui cliché della questione meridionale, tra la "terra rossa degli ulivi" e il "frinire assordante delle cicale", intorno alla scandalosamente arretrata Ferrotramviaria – ci fosse stato un giornalista a far notare sommessamente che è la stessa azienda che da diversi anni assicura un collegamento diretto e rapido tra il capoluogo e un aereoporto internazionale base di compagnie low cost, quale non esiste, giusto per fare un esempio, nel lombardissimo Orio al Serio...

Un secondo "filone" di stereotipi ha riguardato "L'Italia che nel secolo dell'alta velocità boccheggia ancora sopra un binario unico", come ci ha spiegato l'immancabile Gramellini nel suo Buongiorno sulla Stampa del 13. Insomma, l'Italia a due velocità, divisa fra colossali investimenti sulle grandi opere e linee locali abbandonate all'incuria, che è poi un modo per rinfocolare la polemica sulla Tav – parliamo di tutto fuorché dei fatti di Andria, insomma. Ed ecco allora intervenire l'incontestabile sacerdote dell'anti-casta, Sergio Rizzo, noto frequentatore della Bari-Nord e dei suoi pendolari, per spiegare che "La mancanza di una seria politica del trasporto locale li ha precipitati in un girone dantesco fatto di carrozze sfasciate gelate d'inverno e roventi d'estate, convogli sudici, stracolmi e perennemente in ritardo. Un girone nel quale si accalcano operatori improbabili, non importa se pubblici o privati" (CorSera, 12 Luglio).

Cosa c'è di meglio di un po' di pietismo sui pendolari di provincia per condire di sentimento la tragedia? Ecco che dei convogli di Ferrotramviaria si può fare un monumento ai "treni di gente normale, non di manager da prima classe. Gente che una mattina sale su un treno e pensa che fa caldo, che non si resiste che l'aria condizionata funziona poco e funziona male ed è una vergogna viaggiare così" (Deborah Dirani, Huffington Post, 12 Luglio) – vagli a spiegare che una delle vittime era un manager pavese che aveva lavorato in tv con la Chiabotto... Meglio ancora, i treni incriminati – treni con cinque, sei anni di vita – divengono il simbolo di "Manutenzione carente, linee a binario unico, che sono il coacervo di ritardi e alta probabilità di incidenti, treni da carro bestiame, con aria condizionata a stantuffo, riscaldamento a fiato, wc che sono delle vere e proprie latrine, finestrini tenuti con lo tendine parasole, sedili da colpo della strega, stazioni fantasma, percorsi, soprattutto nel Sud, che pare di stare nel Far West, con percorrenze interminabili per poche manciate di chilometri. Questo è lo stato dell'arte. Da sempre" (Maurizio Guandalini, altro assiduo frequentatore della Bari-Nord, Huffington Post, 12 Luglio).

Infine, un intero filone omiletico per generalizzare la tragedia pugliese a emblema della speculazione economica. Lasciamo da parte chi – ancora Guandalini – ignorando la realtà societaria di Ferrotramviaria, ha invocato "una normativa, ora, a riposo volontario in Parlamento, che favorisca una maggiore (e vera) concorrenza, anche in quelle tratte come la martoriata Ferrotramviaria nella campagna barese che ha segnato un numero alto di morti e feriti. A quel punto vedremo certe aziende pubbliche come se la caveranno ad uscire dal guado. Pagherà Pantalone?". Al di là di questi deliri di liberismo, firme più avvedute, accorgendosi di non poter pontificare stavolta contro le inefficienze dello Stato, hanno colto l'occasione per cavalcare la protesta anticapitalista, eleggendo i morti di Andria a vittime "della precisa volontà di fare profitti sulla pelle dei cittadini e di risparmiare" (Curzio Maltese, Huffington Post, 13 Luglio) o assumendo, come l'ineffabile Serra nella sua Amaca del 14, che "Il paradigma è che ciò che non conviene economicamente, semplicemente non è. Ma allora qualcuno ne prenda atto e le chiuda, le ferrovie locali italiane. Le dichiari inagibili, rottami i treni prima che sia una catastrofe a farlo, smonti i binari e ci faccia un Museo permanente dell'Impotenza Sociale e abbia il coraggio di dire: andate in macchina, a piedi, a cavallo, perché trasportarvi con i treni non conviene più a nessuno, non ai privati, che ragionano da privati, e non al pubblico, che grazie al famoso Pensiero Unico ragiona da privato anche lui".

Peccato che invece le ferrovie del nord-barese funzionino e convengano al tempo stesso; che siano state uno di quei rari casi in cui, qualche anno fa, il rincaro dei biglietti è stato tutto sommato accettato dagli utenti come contraltare di investimenti, ammodernamenti, più linee e stazioni, treni nuovi; peccato che anche chi non è propriamente un cultore del privato abbia dovuto amaramente riconoscere in questi anni che magari i regionali di Trenitalia o di altre società pubbliche – Fal o Ferrovie del Sud Est,tanto per dire – avessero dimostrato un briciolo della capacità di sviluppo di Ferrotramviaria.

Per ultimo, un caso a parte sono gli interventi degli scrittori di professione (omettiamo qui per decenza il capitolo delle "letterine" e delle interviste a personaggi dello spettacolo, dal cantante all'attore al regista). Scrittori che – non si capisce bene il perché – sono puntualmente chiamati a esprimersi quando si tratta di filosofeggiare sulla cronaca. Tutti meridionali, s'intende, per non tradire il cliché. Immancabile, Roberto Saviano, dopo aver deciso con un post su Facebook che "Muoversi in Puglia, in Calabria, in Campania, in Basilicata, in Sicilia è un'impresa da avventurieri" (questo il suo commento alla tragedia), giovedì 14 su Repubblica ha poeticamente arringato i meridionali diseredati: "Chi sa parli: racconti dell'esodo di ogni pendolare, dell'impossibilità di raggiungere località meravigliose, di ritardi infiniti, di treni vecchissimi che si fermano d'improvviso su binari sperduti di campagna. Racconti dei treni a gasolio che ancora girano per il Sud.[...] Questa tragedia ci racconta il sud Italia esattamente come chi ci abita lo vive". Donato Carrisi ha invece contestualizzato l'analisi antropologica alla nostra regione: "in Puglia i treni locali sono il primo vero mezzo di emancipazione dalla vita di paese. Una fuga adolescenziale con biglietto di andata e ritorno" (Corriere della Sera, 13 Luglio). Nulla al confronto con Nicola Lagioia, che ha scomodato nientemeno che Pasolini, contraddicendone l'analisi del conformismo, per scrivere: "Che viaggiate a bassa velocità ad Andria come a Gallarate, avrete a che fare con uomini, donne, ragazze e ragazzi i cui volti sono totalmente diversi da quelli che potreste ritrovare in una fiction televisiva, in un reality, in un talent. Sono spesso i corpi e i volti di chi è stato lasciato indietro, di chi lotta con le unghie e con i denti per non essere sbattuto definitivamente fuori dal consesso sociale" (Repubblica, 13 Luglio). Il tutto sempre come commento alla tragedia di Andria.

E invece no, caro Lagioia. Pasolini aveva ragione. Non solo sulla scomparsa del sud contadino dei volti ancestrali; non solo perché i volti e le storie nostre e dei viaggiatori della Ferrotramviaria sono banalmente globalizzati, identici a quelli di chiunque, anche a quelli dei protagonisti di un reality show (è indicativo e lo ripetiamo: Maurizio Pisani era stato giudice a "La ricetta perfetta" su Canale 5). Anche su un'altra cosa purtroppo Pasolini aveva ragione: sulla triste organicità degli intellettuali italiani al pensiero unico, al mainstream, all'acritico consumismo di massa. Cos'altro ci dicono infatti la superficialità, la grossolanità, la retorica con cui le grandi firme (che d'altronde si sa, in estate vanno a saldo) hanno letteralmente dilaniato la dignità della storia del disastro ferroviario, se non la loro anodina partecipazione al metabolismo mediatico?

Stereotipi, capri espiatori, generalizzazioni, falsi miti, ritratti strappalacrime. Se c'è una cosa che davvero il Paese (non il Sud, l'Italia!) non merita è forse prima di tutto questa: una coscienza intellettuale così omologata, una professionalità giornalistica così autoreferenziale, impegnata a corroborare l'ego della propria rubrichetta quotidiana. È un briciolo di pensiero critico, molto prima del blocco automatizzato su tutta la rete ferroviaria, a farci difetto.