Le cloache della rivoluzione

Sabino Paparella
di Sabino Paparella
Esperia
20 giugno 2016

Le cloache della rivoluzione

Cosa c’è dietro il dibattito sull’unità del centrosinistra?

Raccontano gli storici che nel 1519 colui che sarebbe divenuto Carlo V, "l'imperatore senza sorriso", a capo di un regno così vasto – dalle Americhe alla Mitteleuropa – che su di esso "non tramontava mai il sole", si comperò letteralmente la sua elezione grazie al sostegno dei banchieri di Augusta, i Fugger, prevalendo su Enrico VIII di Inghilterra e Francesco I di Francia. Quella rivoluzione politica di laicità e legittimazione "dal basso" che era stata la Bolla d'Oro del 1356, con cui si era stabilito il principio elettivo della carica imperiale, a dispetto dell'automatismo dinastico e dell'ingerenza religiosa, diventava questione di compravendita di voti.

La modernità geopolitica ha avuto inizio così, con un prezzo. Ottocentomila fiorini.

Ora, Michele Abbaticchio non ha certamente la barbetta di Carlo V o il fisico taurino di Enrico VIII, e solo con uno sforzo d'immaginazione si potrebbe accostare il broncio di Franco Natilla a quello dell'imperatore senza sorriso. Eppure questa vicenda si rivela illuminante accostandosi alle schermaglie politiche delle ultime settimane intorno alla precoce disfida per la successione alla carica di primo cittadino.

La parola d'ordine del dibattito è "l'unità del centrosinistra bitontino". Déjà vu. Parlare dell'unità del centrosinistra, si sa, è il modo migliore per non farla. Serve soltanto per accusare l'avversario di non averla fatta. È lo sport retorico che meglio si presta a distrarre la pubblica opinione dalla campagna acquisti necessaria per spuntarla nell'appuntamento con le urne. L'unità del centrosinistra, a priori, non esiste. È un feticcio narrativo per scusare – e legittimare – l'intrinseca debolezza di un Partito Degente tristemente accudito da badanti ventenni, da un lato, e del "partito degli spartiti", dall'altro.

E se era inevitabile che l'ingenuo fallo tattico commesso dagli abbaticchiani non presentandosi al "tavolo di riappacificazione" di sabato scorso avrebbe chiamato una punizione, ciò non rende meno imbarazzante la candida schizofrenia di chi dice di volersi riunificare con chi considera poco meno che il demonio. Che senso ha proporre una riconciliazione a delle forze politiche – e peggio ancora ad un Sindaco – cui si imputano solo danni e rovine in questi quattro anni di Amministrazione? Evidentemente nessun altro se non quello di tendere una trappola. Una trappola in cui la maggioranza è caduta in pieno, facendosi passare – proprio lei, oggettivamente un residuato del centrosinistra che fu – come fronda autoreferenziale del centrosinistra che sarà.

Se quel che Abbaticchio e i suoi (compresi i "suoi" che adesso non sono più suoi) hanno fatto in questi anni è tutto sbagliato e non corrisponde alla visione della città dell'asse Natilla-Palmieri-Matera, allora non c'è nessun centrosinistra da ricomporre. Ci sono due modi diversi e inconciliabili di intendere il centrosinistra. O forse peggio: c'è un centrosinistra vero e uno sedicente tale, scegliete voi quale.

E così il castello retorico crolla. Crolla perché in fondo non è che un mucchio di parole. Perché in fondo la partita lunga, lunghissima, che si è cominciato a giocare è un'altra. Non tra idee e visioni della città. Non tra chi è dentro o fuori il perimetro del centrosinistra. Più prosaicamente, una partita per sommare pacchetti di voti. Perché è questa l'amara verità, di cui – badate bene – l'elettorato bitontino è responsabile e colpevole. Il voto di opinione non esiste più. Si tratta di fissare prezzi e individuare i Fugger di turno.

E allora, paradossalmente, la corsa vera – e quindi sottotraccia – non è a chi riesce a mettere insieme più teste, a fare massa critica. È anzi a chi mette più paletti e fa più distinguo. A chi fa salire le suo quotazioni di mercato, facendo libera concorrenza. A chi, rappresentante a malapena di se stesso, comincia a fare endorsement sui giornali a favore di questo o quello. Perché evidentemente il prezzo del suo pacchetto è stato già pattuito.
È sempre andata così, e non ci sono segni che ci facciano sperare altrimenti: mentre quattro imbecilli in buona fede, trasversalmente, da una parte e dall'altra, continuano a scannarsi sul significato del centrosinistra per il futuro politico della città, litigano e si accaniscono su un osso ormai spolpato, qualcun altro, trasversalmente, da una parte e dall'altra, ha già tirato fuori il pallottoliere. Dare e avere. Pacchetti di voti e nomine, incarichi, posti.
È il cinismo dei veri conservatori, che continuano a lavorare sodo, nelle cloache di ogni rivoluzione. Per loro è vero che il sole non tramonta mai.